• Il Cubismo va alla Parigi-Roubaix

    Il desiderio e la voglia di Jean Metzinger (Nantes, 24 giugno 1883 – Parigi, 23 novembre 1956) di diventare artista sono paragonabili alla furiosa ostinazione di Charles Crupelandt (Roubaix, 23 ottobre 1886 – Roubaix, 18 febbraio 1955) nel volere tagliare davanti a tutti la linea del traguardo di una corsa che per la sua durezza è chiamata non a caso Inferno del Nord

    Vincitore della Parigi-Roubaix del 1912, soprannominato il Toro del Nord a causa della sua prestanza fisica, necessaria per domare le aguzze pietre del pavé, e – dicono – per la sua predisposizione a menare le mani ogni volta che se ne presentava l’occasione, Crupelandt ha incrociato e ispirato il cammino di Metzinger. 

    Egli è stato il primo velocista nel senso moderno del termine, capace di sviluppare negli ultimi metri una potenza straordinaria. In dieci anni di professionismo ha vinto parecchio sia su strada che su pista, ma i due successi che lo hanno consegnato alla storia del ciclismo sono senza dubbio quelli conquistati a Roubaix, il primo dei quali ha spezzato il triennio dominato da Octave Lapize, colui il quale aveva avuto l’ardire di gridare «assassini» agli organizzatori del Tour de France del 1910, quando gli avevano fatto scalare per la prima volta il Tourmalet, salita dei Pirenei che risulta ostica pure oggi alle leggerissime biciclette in carbonio. 

    C’era pure Lapize nel gruppo dei sette, regolato da Crupelandt in quella memorabile edizione del 1912. Il Toro del Nord fece meglio nel 1914, ultimo anno da corridore per lui, quando di avversari pronti ad arpionargli la scia ne mise in fila ben dieci. La Parigi-Roubaix venne poi sospesa per lo scoppio della prima Guerra Mondiale, durante la quale il fumantino corridore francese si rese protagonista in negativo di alcune risse da bar. Purtroppo per lui i colpi dati con le mani non gli diedero le stesse soddisfazioni di quelli dati con le gambe. Fu il punto di non ritorno, difatti Crupelandt, dopo alcuni guai con la legge, prese la decisione di abbandonare per sempre il ciclismo che tanta gloria gli aveva dato. 

    Jean Metzinger, Au Vélodrome, 1912, 130.4×97.1, olio su tela, Peggy Guggenheim Collection, Venezia, Italia

    Dall’altra parte della Francia era invece nato Jean Metzinger, a Nantes per l’esattezza. Lì però ci rimase poco, giusto il tempo di lasciar scorrere in fretta i suoi vent’anni, perché in cuor suo aveva già ben chiaro in testa che da grande avrebbe fatto il pittore e che Parigi doveva essere la sua patria di adozione. Del resto a quei tempi per un giovane fare l’artista a Parigi era un conto, farlo a Nantes un altro. 

    La sua risulterà essere una scelta azzeccata, dato che, vuoi per il talento di cui si diceva poc’anzi, vuoi per le giuste conoscenze – che, è bene sottolinearlo, non arrivano mai a caso, specie per chi proviene da una famiglia conosciuta per avere avuto tra i suoi esponenti chi aveva combattuto per Napoleone – Metzinger diventa in breve tempo uno degli animatori della vita artistica parigina. Prima viene notato da Robert Delaunay che lo presenta al poeta Guillaume Apollinaire il quale a sua volta, intuendone le potenzialità, lo introduce nella cerchia di Georges Braque e di Pablo Picasso. Da lì l’adesione al Cubismo è naturale e spontanea. Cubismo come nuovo linguaggio, Cubismo come reazione alla produzione stantia e muffosa dell’Accademia, Cubismo infine come ricerca del dato spaziale. 

    Soprattutto Picasso esercita una fascinosa influenza nei confronti di Metzinger che non soltanto espone ai Salons in cui inizialmente i cubisti non sono visti di buon occhio (sorte comune di ogni avanguardia), ma dà il via a un’interessante produzione teorica che avrà il suo apice in Du Cubisme, scritto con Albert Gleizes in preparazione al Salon de la Section d’Or del 1912 che sancisce i principi cardine del movimento, peraltro già definiti con completezza in pittura con Les demoiselles d’Avignon (1907) di Picasso.

    Metzinger è stato indicato da una critica piuttosto severa e miope un cubista minore. Giudizio ingiusto poiché egli ha comunque avuto un ruolo di primaria importanza, seppure messo in secondo piano dai suoi ben più celebrati compagni. Prova ne sia che un suo quadro è ancora oggi tra i più riconoscibili di tutto il Cubismo. Ci riferiamo a Au Vélodrome, olio su tela e collage, custodito dalla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia. 

    È stato realizzato nel 1912 e raffigura la vittoria di Charles Crupelandt in quella famosa Parigi-Roubaix di cui si diceva sopra. L’opera è una sintesi perfetta delle conquiste cubiste, prime tra tutte l’uso del collage, la scomposizione dei piani spaziali e il graduale abbandono della prospettiva tradizionale, quest’ultimo già avviato qualche anno prima da Paul Cézanne, che infatti è uno degli artisti preferiti da Picasso e soci. 

    Il corridore è fissato nel momento in cui taglia il traguardo, acclamato dalla folla che gremisce gli spalti del Velodromo e lo incita. Vale la pena sottolineare che Crupelandt era nato a Roubaix, perciò il tifo per lui era pressoché scontato. Inoltre, essendo egli finora il primo e unico corridore ad aver vinto in casa, la città dove nacque e morì per onorarlo degnamente gli ha poi dedicato l’ultimo settore di pavé della Parigi-Roubaix, quello prima di entrare nel leggendario Vélodrome

    Si racconta che mentre Crupelandt stava fulminando i suoi compagni di fuga stantuffando a più non posso sui pedali, Jean Metzinger era in tribuna a godersi lo spettacolo. 

    Non sappiamo se effettivamente sia andata così (ipotesi da non scartare dato che Metzinger era un appassionato di ciclismo, sport a cui dedicò altri lavori come ad esempio Cycliste au Vélodrome d’Hiver del 1912) o se Crupelandt negli anni a venire abbia avuto l’occasione di ammirare il quadro che consegnava la sua vittoria ai posteri, rendendolo al tempo stesso simbolo del ciclismo dei pionieri e inconsapevole immagine evocativa del Cubismo. Ciò è secondario. Sappiamo però che è sulla superficie bidimensionale di 130×97 cm che i destini dell’artista e del ciclista si sono incontrati. Lì Mezinger ha eternato Crupelandt. Dal canto suo, sull’asfalto e sui ciottoli dell’Alta Francia Crupelandt ha messo un mattone alle fondamenta di quel monumento che risponde al nome di Parigi-Roubaix. Da lì a qualche anno tutto sarebbe cambiato: la guerra bussava alle porte dell’arte, dello sport e della vita. 

  • La saggezza della bicicletta

    Possiamo definire saggio un oggetto inanimato come la bicicletta? Se ragioniamo prendendo alla lettera la domanda la risposta ovviamente è no. Tuttavia, progredendo di qualche passo fino a spingerci oltre il giudizio superficiale non faremmo fatica ad accorgerci che la questione presenta molteplici sfaccettature. 

    La bicicletta in quanto tale è un mezzo di trasporto che serve per spostarsi da un punto A a un punto B. La spiegazione del fenomeno, esaminato dal punto di vista meccanico, non fa una piega, eppure non è ancora sufficiente. Per muoversi essa necessita di una spinta decisa delle gambe sui pedali e di un equilibrio che il conducente acquisisce soltanto con l’esperienza. Ciò significa che è la nostra forza fisica e mentale a farla funzionare. Ecco quindi che subentra un secondo elemento, cioè quello umano. 

    Senza una persona che pedali la bicicletta non va da nessuna parte, è lapalissiano. Ora, avendo constatato che è l’uomo a governarla possiamo affermare che la bicicletta sarà più o meno saggia a seconda di chi la guida. In termini di cultura materiale essa non è nient’altro che una prosecuzione del nostro corpo, una propaggine che diventa tale solo dopo un costante esercizio.

    Tale esercizio implica un’azione che nell’andare in bicicletta risulta fondamentale: il movimento. Per impararlo si attua dapprima in un contesto di prossimità che può essere ad esempio un posto sicuro come il cortile di casa. Dopodiché, una volta raggiunta familiarità col mezzo, la curiosità e la voglia di scoperta spingono a esplorare oltre: l’isolato, il quartiere, la città, la campagna e via dicendo.

    Così la bicicletta si trasforma in men che non si dica in un mezzo di conoscenza, di sé stessi e dell’ambiente che ci circonda. Del resto lo aveva scritto pure Hemingway: «è andando in bicicletta che impari meglio i contorni di un paese, perché devi sudare sulle colline e andare giù a ruota libera nelle discese. In questo modo te le ricordi come sono veramente, mentre in automobile ti restano impresse solo le colline più alte, e non hai un ricordo tanto accurato del paese che hai attraversato in macchina come ce l’hai passandoci in bicicletta».

    Lo scrittore aveva ragione da vendere. La bicicletta è il modo migliore per scoprire quel che ci sta attorno. Non con i ritmi indiavolati e senza anima della modernità, ma con lentezza, quella qualità che il mondo contemporaneo sembra avere dimenticato, tutto preso com’è da volere dimostrare chissà cosa. 

    La tranquillità che infonde il pedalare è la medesima che ci occorre per godere al meglio della bellezza, sia quella creata dalla Natura che dall’uomo. Un bel panorama, un dipinto, una scultura, un edificio non si possono gustare appieno se osservati senza un minimo di attenzione. Ricordo che anni fa agli Uffizi restai esterrefatto di fronte a una turista che invece di fermarsi ad ammirare i capolavori che aveva intorno si preoccupava più di fotografarli con l’immancabile smartphone, dimenticando di trovarsi in un museo e credendo forse di giocare al tiro a segno del luna park. 

    Evidentemente quella persona non era mai stata educata all’osservazione ragionata dell’arte e più in generale delle immagini. Per lei era più importante scattare impulsivamente fotografie che probabilmente poi non avrà nemmeno più rivisto. Invece per apprezzare meglio il mondo in cui viviamo penso sia utile agire in maniera opposta, fermandoci a riflettere a fondo su quello che stiamo guardando

    L’arte a portata di bicicletta è lo slogan di questo blog che contiene due significati: il primo, testuale, è relativo alle opere che possono essere raggiunte pedalando; il secondo, figurativo, si riferisce al tempo necessario per interrogare paesaggi, chiese, musei, quadri, statue e su come interrogarli. 

    Per come la intendo io, in questo sta la saggezza della bicicletta, alla quale vorrei fare lo stesso augurio che le fece l’antropologo Marc Augé: «sarebbe bello se essa potesse diventare lo strumento silenzioso ed efficace di una riconquista delle relazioni e dello scambio di parole e sorrisi».