• Davanti alla Madonna del parto

    Questo breve racconto non parla di biciclette, ma soltanto di arte. O meglio della forza di attrazione che esercita l’arte in determinati momenti della vita, quando l’anima in pena sente il bisogno viscerale di abbandonarsi alla bellezza. In questo caso di un’opera che ha oltrepassato i secoli, miracolosamente illesa dopo i pericoli che avrebbero potuto distruggerla, restando, altrettanto miracolosamente, sempre uguale a come l’ha creata la mano divina di Piero della Francesca.

    Piero della Francesca, Madonna del parto, 1455-1465, affresco, 260×203, Musei Civici, Monterchi

    Nel mio studio, sulla parete proprio di fronte alla scrivania, c’è un ritratto che guardo sempre prima di mettermi a lavorare. È una presenza fissa, tanto che pure durante le pause di riflessione, quando magari rimugino su un concetto o su una frase, appena alzo lo sguardo incontro per forza di cose il suo. Non è il volto di una donna qualsiasi. È il volto della Madonna del parto. Non so nemmeno io da quanti anni abita con me. Ho il ricordo di come ci è arrivata, La prima volta che mi recai a Monterchi presi un poster molto grande dell’affresco di Piero, solo che durante il trasporto, sicuramente per negligenza mia, si strappò la parte centrale. Allora decisi di ritagliarne il viso e incorniciarlo come fosse la fotografia di una persona cara, come in effetti per me lo è.

    Qualche giorno fa, non so spiegarne il motivo, ho sentito il richiamo della sua carne. Di una carne fatta di pigmenti impressi sul brandello di un muro intonacato, ma non per questo meno viva. Ha più di cinquecento anni, nonostante ciò non è avvizzita e rugosa, al contrario è giovane, placida, serena, emana un’energia che calma. I suoi occhi ci osservano solenni e già stanchi, ci dicono che sta portando dentro di sé una nuova vita. Contemporaneamente c’è la paura, perché ella, con l’istinto di madre, già intuisce che la sua creatura è destinata a sorreggere tutto il peso del mondo, passato, presente e futuro. Quella donna non è triste, semmai preoccupata per l’essere che si sta formando dentro al suo corpo mai una volta sfiorato dal peccato carnale.

    In cuor suo già conosce cosa succederà al bambino che porta in grembo, quali saranno il suo dolore e i suoi affanni. Sa che egli consacrerà la sua vita all’amore, senza che una stilla d’odio macchierà il suo cuore. Gli sussurra: «figlio mio, anche se la tua sorte è scritta, ti prometto che non ti lascerò mai da solo. Tua madre sarà sempre al tuo fianco, sarà fiera di te quando gli uomini ti porteranno in gloria e ti amerà ancora di più quando quegli stessi uomini ti getteranno nel fango, ti abbandoneranno e ti lasceranno da solo, stanco, affamato, assetato e moribondo al freddo sotto la pioggia. Il tuo tormento sarà il mio. Te lo prometto, sarò al tuo fianco, qualsiasi cosa ti accadrà».

    Gatti a Monterchi

    Monterchi è un piccolo paese dell’alta Valtiberina. Lo si incontra lungo la strada che da Arezzo conduce a Sansepolcro, la città dove sono nati Piero della Francesca e il matematico Luca Pacioli. Lì confluiscono i torrenti Cerfone e Padonchia che, uniti al Tevere, testimoniano quanto quella terra sia fertile non soltanto di ingegni. Passeggiando per le strade di Monterchi si entra in un altro tempo. È mezzogiorno, in giro non c’è nessuno a parte i gatti che si godono gli ultimi raggi di sole. Sono ovunque: sull’acciottolato, sulle panchine, sulle balaustre, sui davanzali. Monterchi conserva ancora il suo impianto medievale, sebbene sia stata profondamente trasformata dopo il terremoto del 1917. Scopro con sorpresa che il palazzo comunale è stato progettato da Giovanni Michelucci (sua la chiesa dell’Autostrada del Sole che si vede nei pressi di Firenze a Campi Bisenzio) e che esiste un Museo delle bilance.

    Il silenzio di Monterchi mi invita al tavolo di un’osteria dove scambio qualche chiacchiera con un signore di Rimini, lì di passaggio. Gli chiedo se anche lui è venuto per la Madonna del Parto. Mi risponde che conosce bene quei luoghi e che ha avuto la fortuna di vedere il dipinto quando era ancora nel cimitero. Io allora gli racconto de La prima notte di quiete, il film di Valerio Zurlini del 1972. In una scena Alain Delon, che interpreta un enigmatico professore, invita la sua allieva a vedere la Madonna del parto che allora era alla mercé delle intemperie in una nicchia del camposanto di Monterchi. Lui mi dice che la preferiva di più quando era lì, ma io gli ribatto che è meglio adesso, è protetta e così tutti potranno andare a vederla anche negli anni a venire. Ci salutiamo, non prima di avere fatto un brindisi coi nostri calici colmi di un ottimo rosso toscano.

    Alain Delon ne La prima notte di quiete (Valerio Zurlini, 1972) davanti alla Madonna del parto

    A questo punto bisogna dire qualcosa di più specifico sulla Madonna del parto. Quando la esegue Piero della Francesca è già un pittore affermato: ha realizzato il Polittico della Misericordia, la Resurrezione di Cristo, il Battesimo, il ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta e soprattutto sta lavorando al ciclo La leggenda della vera croce nella chiesa di San Francesco ad Arezzo. Siamo a metà del XV secolo, anni cruciali per l’arte, e Piero, pur sommerso dagli impegni, accetta di dipingere un affresco per la chiesa di Santa Maria di Momentana a Monterchi. Nemmeno per l’altare maggiore, ma per una cappella laterale dedicata a Sant’Agostino e di proprietà del vescovo di Sansepolcro. Sarà stato per questo motivo, unito all’altro non meno importante e cioè che la madre di Piero era originaria di Monterchi, che il nostro decide di mettersi all’opera.

    Se la datazione è incerta – gli storici la fanno oscillare tra il 1455 e il 1465 – l’iconografia non è da meno. Il tema della Madonna incinta infatti non è molto frequente nella pittura italiana, a differenza della Vergine che allatta il Bambino (pensiamo ad esempio alla Madonna Litta o al Dittico di Melun di Fouquet). Piero va in altra direzione e ci mette di fronte a una scena unica nel suo genere. La Madonna non è rappresentata come al solito, imponente, aulica, seduta su un trono e circondata da santi, personalità di spicco e angeli che le volano intorno per cantare la sua gloria. Maria qui è una donna comune, in piedi, vestita con uno splendido abito azzurro alla moda del Quattrocento; con la mano sinistra si regge un fianco a dirci della sua stanchezza, mentre con la destra scosta l’abito comunicandoci che di lì a breve si compirà il miracolo della vita.

    Che comunque si tratti di un episodio sacro lo capiamo da alcuni inequivocabili elementi. In primis le aureole sulla testa dei tre personaggi; poi la regale tenda troncoconica in prezioso broccato, decorata con dei melograni, simboli della fertilità (la ritroveremo più o meno simile ne Il sogno di Costantino negli affreschi di Arezzo); ancora, i due angeli speculari, sia nei tratti sia nelle pose e nei colori delle vesti e delle ali (Piero ha usato lo stesso cartone), che scostano la tenda per mostrarci colei che partorirà il Salvatore.

    Ogni particolare di questo capolavoro è frutto di uno studio meticoloso. Nulla è lasciato al caso: la luce, vera cifra stilistica di Piero, è l’equivalente del divino; la simmetria è regolata da precisi calcoli matematici che sono la cartina tornasole del profondo significato che la prospettiva geometrica aveva assunto nel Rinascimento. Ricordiamo che Piero, oltre che artista, è stato un dotto matematico, autore di trattati come il De perspectiva pingendi e De quinque corporibus regularibus. La Madonna del parto non fa eccezione e risponde a queste regole, pare anzi che siano proprio tali regole a costituire il punto di partenza: la costruzione della tenda, il punto di fuga posto leggermente in basso, la posizione degli angeli leggermente più avanzati rispetto a Maria.

    Il Museo (ex scuola media) dove è custodita la Madonna del parto

    La Madonna del parto se ne è stata sola e raminga fino al 1889, anno in cui l’erudito Funghini la riconobbe come opera di Piero. Un secolo prima l’affresco era già stato staccato dalla sua sede originaria perché nel frattempo Santa Maria in Momentana era stata demolita per fare spazio al cimitero. In seguito subì ancora qualche spostamento, come quello per metterla in salvo dal terremoto del 1917, fino al 1992 quando, in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Piero, si è deciso di collocarla in una teca nell’edificio che ospitava la scuola media, luogo in cui si trova ancora oggi.

    Mi rendo conto che queste sono quisquilie da storico dell’arte e chi ha la fortuna di sedersi davanti alla Madonna del parto penserà a tutto fuorché a ciò che ho appena scritto. Io stesso nel dialogare con essa ho dimenticato le mie nozioni. Avrei voluto restare lì in eterno a bearmi e a perdermi nel dolcissimo sguardo di questa donna che riassume il destino di tutte le donne. Il distacco è stato doloroso.

    Vassilij Grossman ha scritto della Madonna Sistina di Raffaello che «… non morirà fino a che l’uomo avrà vita», che «non c’è forza al mondo in grado di costringerla a trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole, non sia vita vera». Ecco, io penso la stessa identica cosa della Madonna del parto. Finché esisteranno gli uomini essa sarà lì. I suoi occhi di madre specchieranno gioie e dolori di tutti i figli della terra e diranno loro che non saranno mai soli.

  • Quando Picasso trasformò una bicicletta in un toro

    Senza nulla togliere ai suoi colleghi, Pablo Picasso è stato l’artista per eccellenza del XX secolo. Lo ha segnato in maniera indelebile con la piena consapevolezza di un intellettuale che sente dentro sé stesso di possedere gli strumenti necessari a capire e vedere gli intricati fili che in quel determinato momento la Storia sta tessendo. È l’insondabile aura del genio che è difficile da spiegare a parole e che, quando ci avvolge, noi comuni mortali non possiamo fare altro che restarne stupefatti e ammirati.

    Sono due i capolavori con i quali Picasso rompe gli schemi dell’arte contemporanea: Les demoiselles d’Avignon e Guernica. Il primo è «il gesto di rivolta con cui si apre il processo rivoluzionario del Cubismo»; cinque prostitute di un bordello di Barcellona, ognuna di loro è presa da un punto di vista differente, i volti di quella a sinistra e delle due a destra testimoniano l’interesse di Picasso per l’arte africana e per il primitivismo, ma in un’ottica plastica, di scomposizione dei piani e non antropologica. Vi è un perfetto bilanciamento dello spazio, delle pose e dei colori. Il dipinto è a tutti gli effetti un tableau vivant, un’istantanea teatrale di gusto rinascimentale tanto è studiato nei suoi minimi particolari. Il debito va saldato nei confronti di Cézanne e di Ingres.

    Pablo Picasso, Les demoiselles d’Avignon, 1907, olio su tela, 244×234, MoMA, New York

    La seconda, Guernica, «può dirsi l’unico quadro storico del nostro secolo. È tale non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico». È arcinoto l’aneddoto secondo il quale un tedesco (non è ancora chiaro se un ufficiale nazista o un critico d’arte) gli chiese: «Avete fatto voi questo orrore Maestro?» e Picasso gli rispose: «No, lo avete fatto voi». Guernica è uno dei dipinti più celebri della storia dell’arte, senz’altro del XX secolo, per la sua potenza evocativa e i suoi riferimenti colti. La monumentale tela (349,3×776,6 cm) è oggi custodita al Museo Reina Sofia di Madrid, ma inizialmente era stata pensata per il Padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi del 1937, stesso anno avvenne il bombardamento che uccise trecento persone della cittadina basca. In essa Picasso recupera gli stilemi tipici del Cubismo sintetico perché di fatto è l’unico linguaggio con il quale è possibile raccontare l’orrore. È un dipinto carico di simboli e di citazioni dotte: Michelangelo, Goya, Delacroix.

    Pablo Picasso, Guernica, 1937, tempera su tela, 349×777, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid

    Cinque anni più tardi, nel 1942 Picasso passeggia per Parigi. Non sono giorni felici perché la Francia e tutta l’Europa sono in piena Seconda guerra mondiale. Di lì a pochi mesi la Germania nazista andrà incontro al principio della sua disfatta militare e morale nella battaglia di Stalingrado che ridimensionerà del tutto le mire espansionistiche del Terzo Reich. Mentre si diletta nel suo esercizio di flâneur e riflette sul perché fosche nubi si ostinano a oscurare l’azzurro del cielo, lo spagnolo si imbatte in un robivecchi. Tra i rottami sparsi in modo disordinato qua e là Picasso resta colpito da una bicicletta tutta smembrata. Preso da istantanea ispirazione acquista un sellino e alcuni manubri arrugginiti. Dove altri avrebbero visto solo inutili carabattole ormai inutilizzabili, l’artista guarda oltre e percepisce che quegli oggetti possono acquistare una sostanza estetica se inseriti in un altro contesto. 

    È in queste circostanze che nasce Testa di toro. Si tratta di un’opera composta dalla sella della bicicletta posta in verticale, con la punta rivolta in basso a simulare il cranio del bovino, mentre le corna sono riprodotte con il manubrio all’insù. Il curioso assemblaggio viene appeso alla parete alla stregua di un trofeo di caccia, tanto per intenderci come quelli che si vedono nelle ville coloniali che appaiono nei film. Picasso adopera la tecnica del ready-made che consiste nel prendere un oggetto e privarlo della sua funzione originale. L’esempio più illuminante è quello di Fontana di Marcel Duchamp: un orinatoio bianco in ceramica, appoggiato in orizzontale dalla parte che in condizioni normali si fissa al muro, firmato con lo pseudonimo R. Mutt e datato 1917. Come Duchamp Picasso confeziona un’opera d’arte unendo un sellino e un manubrio, che a quel punto cessano di avere il significato abituale, e ne trae la testa di un toro.

    Brassaï (Gyula Halàsz), Picasso, nell’atelier di rue des Grands-Augustins, 1939-1940, © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles © Succession Picasso, by SIAE 2024

    Picasso raccontò la genesi all’amico Brassaï, fotografo franco-ungherese tra gli animatori della scena parigina negli anni ’30, che lo aveva immortalato in una serie di fortunati e ironici ritratti: «Così un giorno presi il sellino di una bicicletta e il manubrio mettendoli uno sopra l’altro, facendo di essi una testa di toro. Forte. Ma ciò che feci più tardi fu gettare via la testa di toro. Gettarla via, nello scolo della grondaia, da qualunque parte, ma lontano da me. Poi un operaio si avvicinò e la raccolse dal fosso e decise che forse avrebbe potuto ricavare un sellino e un manubrio da quella testa di toro. E se lo avesse fatto, sarebbe stata una cosa magnifica. Questa è l’arte della trasformazione». 

    Sorprende che Picasso dopo avere finito l’opera se ne liberi immediatamente (uteriore gesto artistico o insoddisfazione?), si fermi nell’osservare un signore che la raccoglie da terra, la smembra e la fa ritornare proprio come era prima. Quell’uomo non sa di trovarsi tra le mani un’opera che in futuro potrebbe portargli in dote una fortuna. Non sa neanche chi sia Picasso, a lui interessa l’immediato, cioè arrangiarsi. Non ci vede la testa di un toro, ma una sella e un manubrio che potranno tornargli vantaggiosi come pezzi di ricambio se la sua bicicletta dovesse rompersi. Per Picasso la magia dell’arte risiede in questo procedimento: i materiali che mutano a seconda delle situazioni in cui servono. Prima sella e manubrio, poi testa di un toro, infine di nuovo sella e manubrio. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

    Vale la pena soffermarsi sull’elemento simbolico che nell’artista spagnolo risulta essere sempre di rilevanza capitale, in particolare dopo la sua fulminea incursione nel Surrealismo. Abbiamo qui il toro che in Guernica era stato posto in primo piano. Là significava la forza bruta del regime totalitario che privava della libertà e della vita dei poveri innocenti. Più in generale il toro e la sua filiazione mitologica, il Minotauro, descrivono il dualismo tra ragione e istinto, tra altruismo e brutalità dell’individuo che antepone sé stesso agli altri. Non a caso la lotta tra l’essere umano e il toro ha sempre evocato emozioni ancestrali, quasi archetipiche nel senso junghiano del termine. Inoltre non dimentichiamoci che Picasso proviene dalla Spagna dove la tauromachia è radicata da secoli. In breve è l’opportunità che si concede l’essere umano di dominare la Natura. 

    Pablo Picasso, Testa di toro, 1942, ready-made (sella e manubrio di bicicletta), Musée Picasso, Parigi

    Nel racconto La casa di Asterione (il nome proprio della creatura dal corpo umano e dalla testa taurina), contenuto nella raccolta L’Aleph, Jorge Luis Borges si immagina il Minotauro poco prima di essere trafitto dalla spada di Teseo. Una delle sue ultime vittime sacrificali gli profetizza che giungerà presto il suo redentore. «Da allora la mia solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?». Il Minotauro non si ferma nemmeno a considerare che a liberarlo dalla sua condanna sarà un semplice uomo, mosso dall’amore per una donna, cioè dal motore più potente che esista nell’universo. Teseo rifiuta il suo destino di martire predestinato, perciò il suo scopo primario è di uccidere ciò che la mente giudica un abominio, un intralcio al perseguimento della propria felicità. 

    Lo stesso cammino dell’eroe compie il ready-made di Picasso: da ragione – la sella e il manubrio, cioè oggetti funzionali a una finalità circoscritta dalla contingenza – diventa arte, cioè qualcosa che si pone al di fuori degli schemi comuni, e per mano di un uomo della strada, un Teseo proletario, ritorna a essere ciò che era: semplicemente sella e manubrio. La Testa di toro e il Minotauro sono parentesi per ora concluse, la storia che verrà è ancora tutta da scrivere. 

  • Storie, curiosità e leggende del Giro di Lombardia

    Il 12 novembre 1905 ai Giardini di Venezia si chiuse la sesta Esposizione internazionale d’arte, più conosciuta come Biennale. Fu un’edizione epocale che segnò l’apertura definitiva al linguaggio moderno che di lì a poco le avanguardie avrebbero fatto esplodere. Tra i tanti artisti chiamati a dire la loro ci furono: Leonardo Bistolfi, Giovanni Boldini, Lorenzo Delleani, Giovanni Fattori, Plinio Nomellini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati. Tra gli stranieri segnaliamo Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Auguste Rodin e James Abbott McNeill Whistler che Proust considerava «illustre e meraviglioso».

    È nel 1909 che venne pubblicato a Parigi il Manifesto con cui Filippo Tommaso Marinetti fondò il Futurismo. Sempre in quello stesso anno si corse anche il primo Giro d’Italia, vinto dal muratore di Induno Olona Luigi Ganna. Se le si vanno a cercare, le coincidenze che legano arte e ciclismo sono sorprendenti, a testimonianza del fatto che questi due mondi, all’apparenza lontani fra di loro, non è raro si intreccino, dando vita a storie che vale la pena non lasciare andare perdute. 

    Tadej Pogačar, vincitore per cinque anni di fila, sabato non ci sarà

    Dicevamo della Biennale di Venezia che terminò il 12 novembre 1905. Lo stesso giorno dello stesso anno partì la Milano-Milano, corsa ciclistica di 230 chilometri organizzata dal giornalista Tullio Morgagni in collaborazione con Armando Cougnet – questi due insieme a Eugenio Camillo Costamagna furono anche gli ideatori della corsa rosa. Ebbene, la suddetta competizione viene ricordata come il debutto assoluto di una delle cinque Monumento più affascinanti: il Giro di Lombardia, così chiamato dal 1907 quando subentrò la Gazzetta dello Sport a fare gli onori di casa. Fin da subito fu ribattezzata la Classica delle foglie morte, giacché viene disputata in autunno e chiude la lunga e logorante stagione del ciclismo agonistico. Solo nel 2020, anno della pandemia, venne anticipata ad agosto.

    A inaugurare l’albo d’oro del Lombardia fu Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso cantato da Paolo Conte. In una giornata di nebbia e pioggia Gerbi scattò a Crema per prendersi i soldi del traguardo volante. Per un po’ gli andarono dietro Rossignoli, Ganna e Galetti, rispettivamente secondo, terzo e quarto con distacchi abissali che andarono dai quaranta ai cinquantuno minuti. Il vincitore, che si intascò la bellezza di 500 lire, completò il percorso in nove ore, tredici minuti e cinquantadue secondi alla media di 24,970 km/h. Da Milano partirono cinquantacinque corridori e ne arrivarono dodici. 

    Giovanni Gerbi, il Diavolo rosso, primo vincitore del Giro di Lombardia (allora Milano-Milano)

    Da quel lontano 1905 il Giro di Lombardia si è corso per centodiciannove volte, sabato 10 ottobre sarà la centoventesima. Nemmeno la Prima guerra mondiale lo fermò; fu sospeso solo nel 1943 e nel 1944 per via del secondo conflitto. A detenere il primato delle vittorie è l’Italia con 69 successi, l’ultimo dei quali con Vincenzo Nibali nel 2017; a seguire il Belgio e la Francia a 12, la Svizzera e la Slovenia a 5. Inutile specificare che tutti gli allori sloveni portano la firma di Tadej Pogačar, capace nell’impresa di vincere le ultime cinque edizioni consecutive, raggiungendo così un tale Fausto Coppi. Quest’anno Pogi non ci sarà per via della drammatica caduta occorsa alla Vuelta che gli ha fatto saltare il Mondiale di Montreal e l’Europeo di casa a Lubiana. Senza il fuoriclasse sarà quindi una corsa tutta da vivere. A darsi battaglia il neoiridato McNulty, Evenepoel, Seixas, Del Toro e i nostri Pellizzari, Piganzoli e Ciccone che ha ancora il dente avvelenato per avere perso domenica al fotofinish di soli due millimetri. 

    Il percorso del Giro di Lombardia non è mai stato lo stesso, cambiando nel corso degli anni. Le città coinvolte nel corso della sua lunga storia sono state Milano, Como, Bergamo, Varese, Monza, Cantù, Lecco, finanche Mendrisio (sede di partenza dal 2004 al 2006) e Seveso nel 1977. I luoghi simbolo della classica sono tanti. Possiamo citare qui il Vigorelli, piazza Duomo a Milano, Bergamo Alta, il lungolago di Como; mentre, se pensiamo alle salite, Civiglio, San Fermo della Battaglia, la Boccola, passo Ganda, il Selvino e il Muro di Sormano, inserito nel 1960 dalla mente diabolica di Vincenzo Torriani, ma durato poco tempo: si tratta infatti di una sottile linea di asfalto lunga poco meno di due chilometri dalle pendenze a dir poco proibitive con punte del 27%. Per i corridori salirvi era un caos con la gente a bordo strada che faceva perdere l’equilibrio o si metteva a spingere i propri beniamini per attenuare l’immane fatica. Io ho fatto il Muro quattro volte, tre in gara e una per i fatti miei, e devo dire che è una tortura per le gambe e per la testa.

    Tuttavia l’ascesa che riassume il Lombardia è una soltanto: il Ghisallo dal lato nobile, quello che sale da Bellagio, introdotto nel 1919. È in cima che si trova la chiesa consacrata alla Madonna, proclamata nel 1949 Patrona dei ciclisticon bolla papale firmata da Pio XII grazie all’intuizione di don Ermelindo Viganò il quale ogni anno al passare della corsa osservava che in tanti nel gruppo si facevano il segno della croce in cerca di una protezione dall’alto. All’interno della chiesa le pareti sono rivestite da ex voto e dediche, opere d’arte, maglie dei campioni, gagliardetti di società sportive. Ogni ciclista che si rispetti almeno una volta nella vita deve recarsi alla Madonna del Ghisallo, dove le campane suonano a festa ogni volta che passa il Giro di Lombardia. In quel luogo di devozione non troverà solo la chiesa; sul piazzale a destra potrà ammirare la scultura di Bruno Raschi che si staglia su un panorama mozzafiato e che simboleggia i due volti dello sport: un ciclista che alza la mano in segno di vittoria e uno a fianco caduto a terra sfinito. E ancora di lato il Museo del Ciclismo, inaugurato nel 2006 su iniziativa di Fiorenzo Magni, dove sono custoditi preziosi cimeli che appartengono alla storia del ciclismo.

    La chiesa della Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti

    Si dice che «la corsa la fanno i corridori e non la strada», perciò andiamo a vedere brevemente quali sono state le vittorie più belle e romanzesche. Per ragioni di spazio è impossibile citarle tutte – per gli amanti delle statistiche è sufficiente cercare sul web l’albo d’oro – come del resto lo è farlo anche una minima parte, per cui accontentiamoci di poche. 

    Partiamo da quella di Alfredo Binda nel 1926. Il campione di Cittiglio, che aveva già vinto nel 1925 e si ripeterà poi ancora nel 1927 e nel 1931, era manco a dirlo il favorito. Partenza e arrivo a Milano, c’è il Ghisallo, ma c’è anche Ottavio Bottecchia che poi finirà ai piedi del podio, dietro a Vallazza, Negrini e Binda. All’epoca la scienza dell’alimentazione non era così sofisticata come oggi. Per dirla in modo popolare si andava alla “viva il parroco”. A colazione Binda si mangiò sei uova e le restanti se le mise in tasca per quando gli sarebbero servite in gara. La leggenda dice che alla fine di uova se ne divorò ventotto con grande sgomento di giornalisti, tifosi e medici. Però di leggenda appunto si tratta. A confermarlo fu lo stesso Alfredo qualche anno più tardi, come ha spiegato Beppe Conti: «Ogni volta che raccontavo quella mia impresa aggiungevo qualche uovo. Tanto ci credevano tutti. E chissà quant avranno cercato di imitarmi, poveretti!».

    Scorrendo la bacheca del Lombardia, oltre a quello di Binda, scorgiamo nomi importanti: Girardengo, Guerra, Bartali, Coppi, Bobet, Van Looy, De Vlaeminck, Baronchelli, Moser, Hinault, Saronni, Argentin, Kelly, Bettini, Cunego, Bartoli, Gilbert, Nibali, Pogačar. Tutti fuoriclasse che hanno alzato le braccia al cielo, ma accanto a loro anche atleti che si sono imposti a sorpresa, sovvertendo i pronostici. Anche qui ce ne sarebbero decine di storie da narrare. Una molto bella è quella che vide protagonista Nino Defilippis nel 1958. Torinese di nascita e di morte (1932-2010) ma con sangue barese e astigiano nelle vene, il “Cit”, il “piccolo” come era chiamato, raccolse meno di quanto avrebbe meritato, riuscendo tuttavia a ritagliarsi uno spazio personale all’interno di questo sport. 

    È lo stesso Defilippis a raccontare all’amico Franco Bocca come andarono le cose: «Poche ore prima della partenza di quel Lombardia non mi sentivo bene per cui chiesi al mio direttore sportivo alla Carpano, Giacotto, di non prendere il via. Lui mi rispose di provarci per una trentina di chilometri, poi che se avessi continuato e se eventualmente avessi vinto mi avrebbe regalato un brillante». Il “Cit” transitò in testa sul Ghisallo e fu raggiunto in discesa dal gruppo. In fuga andarono Van Looy e De Bruyne che vennero riassorbiti ai meno due chilometri. Un attimo prima di prenderli Defilippis giocò d’anticipo e nella foga del gesto atletico scambio lo striscione della flamme rouge con quello dell’arrivo. «Ho spinto con la forza della disperazione senza mai voltarmi indietro, sentivo alle mie spalle il fiato della muta inseguitrice, ma ce l’ho fatta, per soli cinquanta metri, ma ce l’ho fatta». Che vittoria per il “Cit”, di quelle che valgono una vita, di quelle che ogni sera prima di addormentarti ci ripensi con orgoglio e un pizzico di nostalgia. 

    Nino Defilippis, il “Cit” vinse nel 1958

    Non ho menzionato prima e ho lasciato per ultimo Felice Gimondi perché merita un posto a parte. Innanzitutto perché quest’anno cadono sessant’anni esatti dal suo primo successo al Giro di Lombardia. Era il 22 ottobre 1966, la corsa mosse da Milano alla volta di Como: 266 km da pedalare con le ascese del Ghisallo, passo d’Intelvi, Schignano e San Fermo della Battaglia. Un drappello guidato da Merckx ruppe subito gli indugi, ma venne ripreso dalla Salvarani poco prima di Argegno. Dopo un paio di sberle reciproche rimasero in sei a giocarsi la vittoria. All’ingresso del velodromo Sinigagliacominciarono a studiarsi fino a quando Gimondi diede la zampata vincente battendo allo sprint il Cannibale, Poulidor,Anquetil, Dancelli e il compagno di squadra Adorni che lo aveva pilotato alla perfezione. Felice stava attraversando un periodo d’oro: l’anno prima si era imposto al Tour de France e sempre nel 1966 aveva già fatto sua la Parigi-Roubaix. L’anno dopo avrebbe vinto il suo primo Giro d’Italia, bissato nel 1969. Per di più aveva bruciato Merckx che di lì a breve sarebbe diventato il suo rivale per eccellenza. Quel successo a Como si ripeterà nel 1976 quando nella sua Bergamofulminerà ancora una volta l’Eddy nella tappa della sua terza corsa rosa. 

    Stesso copione nel 1973, ovvero partenza da Milano e finale a Como con i medesimi 266 km di sette anni prima. Gimondi indossava la maglia di campione del mondo vestita a Barcellona il 2 settembre. Merckx quel giorno pareva praticare un altro sport, se ne andò con un’azione delle sue e nessuno più lo riprese. Quelli dietro si sarebbero accontentati della volata per il podio. L’asso di Sedrina si prese una bella soddisfazione mettendo la sua ruota davanti a quella di Roger De Vlaeminck, specialista nelle corse di un giorno. Dunque primo Merckx, secondo Gimondi, terzo De Vlaeminck. Quando tutto sembrava finito ecco il colpo di scena: Eddy Merckx venne trovato positivo alla norefedrina, prescrittagli dal suo medico per curare una bronchite. Il tribunale del ciclismo discusse il caso e non ebbe dubbio alcuno: dopo un mese Merckx fu squalificato e Gimondi dichiarato vincitore. Non penso sia stato pienamente contento, a parere nostro avrebbe preferito fosse stata la strada a decidere chi era il più forte, non delle anonime scartoffie da ufficio. 

    Poulidor e Gimondi nel 1966, edizione vinta proprio dal campione di Sedrina

    Milano, Como, Bergamo, Ghisallo, Muro di Sormano, Gerbi, Binda, Defilippis, Gimondi. E ancora San Fermo della Battaglia, Civiglio, Selvino, Gerbi, Coppi, Bartali, Pogačar e chi più ne ha più ne metta. Il Giro di Lombardia è questo e altro, la Classica delle foglie morte che ci parla di un’estate già evaporata nei misteriosi cunicoli della memoria. Il Giro di Lombardia è lo schiocco sordo della castagna che cade a terra nel silenzio del bosco. È l’autunno che ci ordina di rallentare, che comincia a toglierci la luce in vista dell’inverno. Ma che, senza fare rumore, sta già lavorando per il nuovo che verrà. Ne abbiamo bisogno. 

  • Buon compleanno Felice!

    Oggi Felice Gimondi avrebbe compiuto 84 anni. Mi sarebbe tanto piaciuto fargli gli auguri di persona, ma purtroppo questo non è più possibile. Glieli faccio allora attraverso gli occhi di Norma, la figlia, che ho avuto il piacere di conoscere in occasione della pubblicazione del mio ultimo libro 50 anni da Felice (Ediciclo) che racconta l’ultimo trionfo al Giro d’Italia 1976 del campione bergamasco. Norma mi ha fatto l’onore di impreziosire il mio lavoro con una bellissima e toccante postfazione in cui dialoga con suo papà chiedendogli cosa ha significato per lui indossare la sua terza maglia rosa. 

    Ad aprile di quest’anno Norma mi aveva invitato al Museo del Falegname Tino Sana ad Almenno San Bartolomeo per la presentazione del Gimondi Camp, un progetto davvero innovativo rivolto ai bambini dai 5 ai 12 anni con l’obiettivo di avvicinarli al ciclismo attraverso l’impegno, il rispetto, l’aggregazione e il divertimento, seguendo uno dei principi cardine di Felice Gimondi: Non mollare mai fino alla fine. In seguito, a giugno, abbiamo presentato sia il libro che il Gimondi Camp a Sedrina, paese natale di Felice. Ricorderò sempre le parole che mi ha scritto Norma subito dopo quando ci eravamo scambiati le impressioni su come era andata la serata, le ho bene scolpite in testa e mai le dimenticherò.

    Se avessi avuto la fortuna di parlare con Felice Gimondi per prima cosa gli avrei chiesto dove trovava la forza di continuare a pestare sui pedali nonostante la presenza ingombrante di Eddy Merckx. Il Cannibale per tutti, Quello là o l’Eddy per Felice. Due corridori agli antipodi: chirurgico, quasi robotico, senza pietà per gli avversari il belga; lavoratore indefesso, ostinato come un mulo, severo nella sua disciplina l’italiano. Questi due mondi così distanti si sono scontrati per un decennio. I numeri dicono che Merckx ha dominato, ma i numeri nello sport e nella vita non sono tutto. Ci sono i fatti delle emozioni di una vittoria che arriva inaspettata, che in fondo si sa essere frutto della costanza, ma anche quelli di una sconfitta che brucia più di una ferita sulla quale viene gettato il sale. Gioie e dolori: alla fine la vita è questa. Ecco, Gimondi ha sempre guardato le due facce della medaglia a testa alta, con dignità, senza piegarsi. Da uomo vero insomma. 

    In questo ultimo aspetto sento di essere molto simile a Gimondi ed è forse proprio questo il motivo che me lo ha fatto subito sentire amico e vicino a me, sin da quando ho iniziato a scrivere le prime parole del mio libro. Non ho mai amato i campioni invincibili, ma quelli con delle crepe, il che non li rende certo vulnerabili, semmai più umani; quelli che non si piangono addosso, ma su quelle debolezze lavorano per uscirne più forti di prima. Non ho il minimo dubbio che anche per Felice fosse così. Poi, di lui mi ha sempre colpito anche il suo viso, al primo impatto imbronciato, che pare dirti: lasciamo stare che non è aria. Quando poi quello stesso volto sa di avere trovato un’anima affine, si apre allora in un sorriso che abbraccia tutto il mondo e, anche senza bisogno di parole, ti invita a condividere la sua felicità.

    Gimondi parte come l’enfant prodige del ciclismo italiano perché vince il Tour de l’Avenir nel 1964. L’anno successivo si impone a sorpresa al Tour de France dove era stato chiamato all’ultimo. Nel 1966 ecco arrivare la Parigi-Roubaix e il Giro di Lombardia, nel 1967 il primo Giro d’Italia, bissato nel 1969 dopo la squalifica di Merckx a Savona, nel 1968 laVuelta di Spagna. Poi arrivano i due anni più bui, quelli a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, quando per sua ammissione «ho dovuto imparare a digerire Quello là». 

    Ma Gimondi è una testa dura, uno che sa rialzarsi senza problemi. Promette a sé stesso: «lo batterò ancora, sia nelle corse di un giorno che in una corsa a tappe». Non c’è bisogno di specificare che mantiene la promessa. All’inizio gli va male perché a Mendrisio 1971 nei Campionati del Mondo su strada su fa nuovamente infilare da Merckx e già immaginiamo quanto gli siano girate le scatole. Si prende la rivincita nel 1973 a Barcellona sul circuito del Montjuïc dove brucia allo sprint Maertens, Ocana e Quello là, indossando così la maglia iridata. Il 1973 è anche l’anno del secondo Lombardia e il 1974 quello della Milano-Sanremo.

    Arriviamo dunque al 1976, l’anno del terzo Giro d’Italia. Gimondi non è tra i favoriti, anzi in molti pensano sia andato a fare passerella. Le vittorie, secondo i pronostici della vigilia, spettano ad altri: al campione in carica Fausto Bertoglio ad esempio, all’emergente Francesco Moser, ai belgi tra i quali ci sono Monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck e Johan De Muynck. Senza tralasciare Merckx. Invece Felice, che ha dalla sua l’esperienza, non si dà per vinto. La prende come viene, ma intanto mattone su mattone costruisce una bella e solida impalcatura. Si prende la maglia a Lago Laceno, complice la giornata no di Moser, la tiene undici giorni, la perde sulle Dolomiti, vince nella sua Bergamo («la vittoria più bella», dirà poi) e conclude in bellezza nella cronometro di Arcore prima della sfilata a Milano. 

    Non c’è che dire: un incredibile esercizio di caparbietà, di ascesi (perché la bicicletta spinge un po’ all’essere eremiti) e di volontà porta Felice Gimondi a vincere il suo terzo Giro d’Italia. Nella seconda di copertina del mio libro abbiamo deciso, insieme all’editore, di riportare questo brano tratto dal capitolo finale, che trovo significativo di quel che egli ha rappresentato per sé stesso e per la gente che faceva il tifo per lui:

    «Veniamo a Gimondi il quale galoppa sulle strade brianzole col vento in poppa. Viaggia sulle ali dell’entusiasmo spinto da una vitalità e da un ardore che paiono proiettarlo indietro nel tempo. Si parlava tanto dei giovani che avrebbero fatto piazza pulita della vecchia guardia, ebbene quel giorno Felice è la dimostrazione vivente del contrario. L’energia emanata da ogni metro di strada conquistata si impossessa non soltanto della sua fiera sagoma, ma di tutti i cuori delle migliaia di persone che sulle strade o a casa stanno palpitando per lui. Ringiovanisce Felice e ringiovaniscono tutti coloro i quali credono che la passione e l’abnegazione siano i motori primi delle esistenze umane».

    Caro Felice, mi sarebbe davvero piaciuto scambiare due chiacchiere con te, so che saremmo andati d’accordo su tante cose. Avremmo parlato dei nostri papà che guidavano il camion, del nostro amore viscerale per la bicicletta e magari avremmo pure pedalato insieme. Ti ringrazio per quello che sei stato, ho guardato negli occhi di Norma e ho visto i tuoi, compresi tutti i valori che le hai trasmesso e che lei porta avanti con orgoglio.

    Buon compleanno Felice Gimondi da Sedrina!

  • Gli italiani che hanno vinto il Mondiale di ciclismo

    Domenica 27 settembre è il giorno della verità: a Montréal in Canada si assegnerà il Campionato del mondo di ciclismo su strada. Fino a un mese fa il favorito era Tadej Pogačar, già vincitore nelle ultime due edizioni a Zurigo e a Kigali, a caccia del terzo titolo consecutivo, impresa finora riuscita al solo Peter Sagan. Purtroppo lo sloveno è stato vittima di una brutta caduta durante una tappa innocua della Vuelta a Espana che peraltro stava gestendo da leader in tutta tranquillità. Con Pogačar fuori dai giochi il favore dei pronostici va ora al belga Remco Evenepoel che il suo bel Mondiale lo ha conquistato nel 2022 in Australia e che vuole riuscire laddove nessuno è mai arrivato: primeggiare sia a cronometro (pochi giorni fa ha vinto il suo quarto titolo di fila) e su strada. 

    E gli italiani? Chi segue un po’ il ciclismo sa che il nostro movimento è in profonda crisi. Dal ritiro di Vincenzo Nibalinon è più riuscito a esprimere quei valori competitivi che un tempo erano quasi la norma. Certo, c’è Filippo Ganna che su pista e a cronometro è tra i migliori al mondo; ci sono stati i trionfi indimenticabili di Alberto Bettiol al Giro delle Fiandre del 2019 e del monumentale Sonny Colbrelli alla Parigi Roubaix del 2021. Per il resto ci siamo dovuti accontentare di qualche vittoria e qualche piazzamento di prestigio. Una speranza per il futuro c’è e si chiama Lorenzo Finn. Il giovanissimo corridore genovese classe 2006 si è messo in evidenza nel 2024 e nel 2025, conquistando i Mondiali Juniores e Under-23. Inoltre quest’anno si è preso il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir. Domenica 30 il talento della Red Bull Bora-Hansgrohe correrà nella prova regina insieme a Bettiol, Cattaneo, Ciccone, Pellizzari, Piganzoli, Scaroni e Trentin. 

    Così, nell’attesa di conoscere chi succederà a sua maestà Tadej e appurato che la formazione azzurra potrà solo provare a rompere le uova nel paniere alle altre Nazionali, tuffiamoci nella storia per ricordare gli italiani che hanno vestito la maglia iridata. Che le loro vittorie siano di esempio alle nuove leve che si affacciano a questo meraviglioso sport ascetico che è fatto di fatica e di sacrificio, ma, per chi lo sa interpretare nella giusta direzione, anche di gioia e di libertà. Una lettura in chiave moderna Dei sepolcri di Ugo Foscolo. 

    Tadej Pogačar trionfa a Kigali nel 2025, quest’anno a Montréal non ci sarà

    Il primo Campionato del mondo su strada si disputò nel 1921 a Copenaghen e se lo aggiudicò lo svedese Gunnar Sköld, ma era riservato ai soli dilettanti. Si aprì ai professionisti nel 1927, anno in cui Alfredo Binda tagliò per primo il traguardo sul circuito del Nürburgring, precedendo i connazionali Girardendo, Piemontesi e Belloni. Il Trombettiere di Cittiglio, l’uomo che venne pagato per non correre il Giro d’Italia, tanta era la sua supremazia, fu dunque il primo italiano a vestire l’iride. Binda era bulimico di vittorie, infatti mica si accontentò di un solo Mondiale perché in seguito si prese la seconda soddisfazione a Liegi nel 1930, davanti a Guerra, e pure la terza nel 1932 a Roma. Ritiratosi, divenne commissario tecnico della Nazionale dove sarà testimone dei trionfi di due suoi pupilli.

    Learco Guerra si prese la sua fetta di gloria nel 1931 a Copenaghen dove batté i rivali Ferdinand Le Drogo e Albert Büchi con un vantaggio di quattro minuti. Nello stesso anno il campione mantovano, soprannominato la Locomotiva umana e corridore prediletto dal Fascismo, vestì anche la prima maglia rosa della storia, ma infine fu costretto al ritiro. Si rifarà con gli interessi trionfando al Giro del 1934. 

    Dopo il successo di Binda nel 1932 gli italiani restarono a digiuno per più di vent’anni e si dovranno accontentare dei gradini più bassi del podio nel 1934 a Lipsia, ancora con Guerra secondo, nel 1936 a Berna con Aldo Bini, nel 1949 a Copenaghen con Coppi terzo e nel 1951 a Varese con Magni che a causa di disaccordi coi compagni di squadra si vide sfilare davanti lo svizzero Ferdi Kübler.

    Alfredo Binda vinse il primo Mondiale della storia nel 1927, si ripeterà nel 1930 e nel 1932

    Arriviamo al 1953, si corre a Lugano. C’è un uomo che vuole quel titolo più di ogni altra cosa al mondo, è praticamente l’unico che gli manca nel suo straordinario palmares. Ha impostato tutta la stagione solo ed esclusivamente su quella corsa. Binda sa che può contare su di lui. Lui gioca a nascondersi, sebbene da poco si sia svelato con un fatto che poco garba all’Italia bigotta di quegli anni: una relazione fuori dal matrimonio! Ma, come scrive Gianni Brera, «lui si sente a suo agio, in forma e carburato a dovere». Inutile dire che lui è Fausto Coppi, l’Airone, il Campionissimo di Castellania che alza le braccia con sei minuti sul belga Derycke, l’ultimo ad arrendersi sulla salita della Crespera. L’immenso Fausto mette così la ciliegina sulla torta alla sua strepitosa carriera. 

    1958. Siamo a Reims, patria dello champagne tanto amato da Anquetil. Binda ha un gruppo solido. Ci sono Ercole Baldini, Gastone Nencini e, guarda un po’, Fausto Coppi che però, già satollo, fa da chioccia agli altri due. Tutti a rincorrere il francesone Louison Bobet. Sì, lo stesso mazziato da Bartali dieci anni prima al Tour. E infatti Bobet scappa quasi subito, o meglio ci prova perché la selezione azzurra guidata da Coppi mica lo lascia fare. L’uomo solo al comando si porta dietro i due alfieri. Baldini, il Treno di Forlì, fa capire perché chi se ne intende di ciclismo lo chiama in quel modo. Parte e stacca gli avversari come fossero vagoni destinati a un binario morto. Inutile specificare che taglia per primo la linea che sancisce la fine dei giochi con distacco incolmabile.

    Altri dieci anni di silenzio e altri sporadici podi, tra cui ricordiamo quello di Nino Defilippis a Berna nel 1961 dietro a Van Looy. Bisogna aspettare il 1968 quando a Imola un underdog italiano sorprende tutti, a cominciare da Merckx e Gimondi. Si sa come insegna la cultura popolare: tra i due litiganti il terzo gode. Ecco quindi il parmigiano Vittorio Adorni che a novanta chilometri dalla fine tenta un colpo simile a quelli che fa oggi Pogačar. E gli riesce perché nessuno gli va dietro. Adorni è Campione del mondo. Prima delle premiazioni avrà fatto pure in tempo a farsi la doccia dato che il secondo, Van Springel arriva a nove minuti e cinquanta, il terzo, Dancelli, a dieci e diciotto. 

    Fausto Coppi con la maglia iridata conquistata a Lugano nel 1953

    Il Mondiale del 1972 a Gap è tutto da raccontare. Se il lettore me lo consente vorrei riportare per filo e per segno le parole che ho usato in 50 anni da Felice. Protagonista Franco Bitossi che «a pochi metri dal traguardo, ormai con le energie prosciugate, si vide beffare proprio all’ultimo dal gruppo che scalpitante rinveniva. Vinse il compagno di Nazionale Marino Basso, mentre Cuore matto dovette accontentarsi di salire sul secondo gradino del podio. Quel momento è diventato il simbolo delle illusioni che crollano, di chi sta per raggiungere l’obiettivo di una vita, lotta con le unghie e coi denti a costo della stessa vita, e se lo vede soffiare quando ce l’ha a portata di mano. Hai voglia a dirgli che alla fine conta il viaggio e non la meta».

    Felice Gimondi, che per troppa foga si era visto beffare da Merckx nello sprint a due di Mendrisio nel 1971, nel 1973 si presenta a Barcellona con una promessa: «devo battere Quello là, costi quel che costi». Merckx è il Cannibale e lo dimostra fin dai primi colpi di pedale che non è venuto al Montjuïc per bersi un caffè. Non ha fatto i conti con un perfido sasso che lo ferisce al ginocchio, ma nonostante questo recupera il gruppetto di testa che vede, tra gli altri, Gimondi, Ocana, Battaglin, Zoetelmek e Maertens. Qualcuno non regge il ritmo e restano in quattro: Gimondi, Maertens, Ocana e Merckx. La ragione direbbe che i belgi sono favoriti, ma tra loro qualcosa va storto. Felice non se lo fa ripetere due volte e, a pochi metri dal traguardo, è lui a vincere. Felice Gimondi ha mantenuto la sua promessa. 

    Negli ultimi anni di Gimondi e di Merckx, un altro italiano stava scalpitando perché aveva capito che era giunto il suo momento. Era Francesco Moser che al Giro d’Italia del 1976 aveva pure vestito la maglia rosa a Ostuni, salvo mollarla il giorno dopo per via di fatti intestinali. Nel 1977 a San Cristóbal in Venezuela, su un tracciato perfetto per le sue caratteristiche di passista e in una giornata da tregenda, lo Sceriffo compì l’azione decisiva lasciando sul posto tutti i big. Ad andargli dietro il solo Dietrich Thurau che aveva il destino già segnato. In una volata a due con Francesco Moser chi vuoi che vinca?

    Felice Gimondi batte in volata Maertens a Barcellona 1973

    Se Moser si era preso il suo Mondiale anche Giuseppe Saronni, suo grande rivale, doveva per forza imitarlo. L’occasione arriva nel 1982 a Goodwood nel Regno Unito. Beppe, che aveva vinto il Giro d’Italia nel 1979 e che si ripeterà nel 1983, è a caccia del colpo grosso, quello che consacra indelebilmente la carriera di un corridore. Forse perché giudica la corsa proprio al pari di una caccia, Saronni in quel 1982 si inventa un’azione che è passata alla storia: la fucilata di Goodwood. Mancano più o meno duecento metri. A giocarsela ci sono Boyer, LeMond, Kelly, Zoetelmek e Saronni, Sembra tutto pronto per la volata, ma l’italiano non ci sta e parte come un proiettile che ha in testa un solo obiettivo. Gli altri restano increduli e possono solo vedere la schiena di Saronni c le sue braccia che si aprono in un abbraccio sul mondo.

    Nel 1986 è la volta di Moreno Argentin che a Colorado Spings non lascia scampo a Charly Mottet con Saronni terzo a dieci secondi. La sorte rivolterà poi le carte l’anno successivo, quando Moreno, a caccia del bis, si vedrà superato per un solo secondo da Stephen Roche. Il prolifico decennio azzurro si chiude con il drammatico Mondiale del 1988 a Ronse in Belgio dove il canadese Steve Bauer strinse sulle transenne il belga Claude Criquelion che cadde rovinosamente, lasciando via libera a Maurizio Fondriest di trottare verso l’iride

    Gli anni Novanta si aprono nel migliore dei modi con la doppietta di Gianni Bugno. Nel 1991 a Stoccarda con la volata vinta su Rooks e Indurain; nel 1992 a Benidorm, stesso copione, ma questa volta a farne le spese furono Jalabert e Konyšev. Gianni Bugno è stato il corridore grazie al quale mi sono innamorato del ciclismo. Gianni Mura lo ha definito «l’eroe freddo», il mio amico Giacomo Pellizzari «l’indecifrabile». Ma Bugno era ed è fatto così, sempre imbronciato, di poche parole, quando vinceva sembrava non gliene importasse nulla. Esultava sì, come tutti, ma non trasmetteva gioia. Più i tormenti di un carattere saturnino che Madre Natura ha dotato di un talento immenso. Avrebbe potuto vincere il doppio di quello che ha vinto se avesse avuto la grinta di Chiappucci, ma come gli disse una volta Gino Bartali: «Bugno, perché hai paura di Bugno?».

    Gianni Bugno alza le braccia al cielo a Stoccarda 1992, dietro si intravede Indurain

    Il Novecento, il secolo breve, si chiude senza altri sussulti. Il nuovo millennio invece porta la bella sorpresa di Mario Cipollini che nel 2002, anno in cui aveva fatto sua la Milano-Sanremo, a Zolder in Belgio dimostra di non avere rivali allo sprint dove regola Robbie McEwen ed Erik Zabel. Cipollini lo avevo visto (si fa per dire) trionfare nella tappa del Giro d’Italia 1992 a Vercelli. Era sfrecciato davanti ai miei occhi come un fulmine. Sul palco delle premiazioni, dove il dinamismo lascia spazio allo staticismo, sembrava una statua greca scolpita da Policleto. 

    La nostra carrellata storica si chiude con il triennio magico delle tre affermazioni italiane: nel 2006 a Salisburgo in Austria e nel 2007 a Stoccarda in Germania con Paolo Bettini e nel 2008 a Varese con Alessandro Ballan. Il grillo Bettini che all’apparenza del ciclista non aveva nulla custodiva invece un’energia fuori dell’ordinario, la stessa che lo aiutò a vincere non soltanto i due Mondiali, una Milano-Sanremo, due Liegi-Bastogne-Liegi e altrettanti Giri di Lombardia, ma soprattutto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Atene nel 2004. Era non solo forte, ma anche scaltro Bettni, qualità che gli consentì di fregare allo sprint mondiale gente come Zabel e Valverde (2006) e Kolobnev e Schumacher (2007).

    La vittoria di Alessandro Ballan infine, l’ultima italiana a un Campionato del mondo, pare molto vicina alla fucilata di Goodwood, ma più diluita nello spazio. Ancora fresca è l’immagine del corridore veneto che ai meno due chilometri piazza un allungo impensabile per tutti, a cominciare dai suoi colleghi che gli erano a fianco, compresi Cunego e Rebellin. Ricordo bene Ballan che sbuca all’improvviso dal basso dello schermo e Auro Bulbarelli che si esibisce nell’urlo passato alla storia: «Ballaaaaaaan!». Da dietro proveranno a rimontarlo ma sarà troppo tardi. Ballan Campione del mondi con tre secondi su Cunego e Breschel.

    Questa in sintesi sono le vicende che hanno portato i nostri campioni a vincere la corsa più importante, la stessa che consente per un anno intero di pavoneggiarsi all’interno del gruppo con l’inconfondibile maglia iridata. Domenica 27 settembre a Montréal si sveleranno le carte. Certo, non godiamo dei favori del pronostico, non siamo più quella Nazionale dalla quale tutti dovevano guardarsi. Tuttavia, come mi hanno insegnato, ogni corsa è una corsa a sé. Noi non possiamo fare altro che sederci davanti al televisore e fare il tifo. Tutto il resto verrà da sé. 

    Alessandro Ballan, ultimo italiano a vincere il Mondiale a Varese 2008 (AP Photo/Alessandro Trovati)
  • 5MilaMarche, 5milaGrazie

    Tra gli obiettivi ciclistici che mi ero segnato nel 2026 inizialmente il Prestigio non era tra questi. Mi ero detto: «Faccio le mie solite gare, Laigueglia, Nove Colli, qualcuna di alta montagna, Ötztaler e la Milano-Sanremo», l’unica Monumento che mi mancava e che alla fine era il vero impegno che avevo cerchiato di rosso. Poi, come spesso accade l’appetito è venuto mangiando. Ero riuscito a iscrivermi alle Strade Bianche e avevo già corso Laigueglia; sapevo che sarei andato a Cesenatico per la Nove Colli, poi, coinvolto da un mio amico e la mia squadra, ecco la Sportful e la GaviaMortirolo, in sostituzione alla Maratona dles Dolomites dove non mi avevano sorteggiato. A quel punto ne mancava una per il Prestigio che avrei conquistato a ottobre con la Tre Valli Varesine. Ma ho preferito accelerare i tempi e portarmelo a casa prima. L’occasione si è presentata con la 5MilaMarche, una gara che da sei anni sta incontrando il favore degli appassionati. Il merito va ascritto a chi la organizza, persone che si spendono per soddisfare le esigenze dei cicloamatori. Accoglienza, sicurezza, divertimento: sono questi in ordine sparso i tre ingredienti principali di questa ricetta. 

    La medaglia consegnata ai finisher della 5MilaMarche che per me significa Prestigio

    Andiamo con ordine. Per chi non lo sapesse il Prestigio è un brevetto rilasciato dalla storica rivista Cicloturismo a chi porta a termine le più importanti e dure prove del ciclismo amatoriale. Esiste dal 1996 e prevede il completamento di un numero definito di granfondo da scegliere nella lista che viene proposta a fine stagione per l’anno successivo. Per me non è una novità visto che lo avevo già conquistato, programmandolo, nel 2024. Una volta portato a termine, Cicloturismo spedisce a casa il diploma e lo scudetto da applicare sulla maglia. In quindici anni di attività agonistica amatoriale ho incontrato molte persone che lo esibiscono con orgoglio. Ricordo a una Nove Colli quando incontrai un signore che ne aveva diciannove di scudetti sulle spalle e andava per il ventesimo.

    Essendo io per natura impaziente non potevo aspettare Varese, dunque, saputo che domenica 20 settembre si correva la 5milaMarche a Porto Recanati, inserita a sua volta nel Prestigio, mi sono detto: perché no? e poi avevo bisogno di staccare un po’ dal tran tran quotidiano. Me ne mancava una, allora perché non accelerare i tempi? Sebbene le iscrizioni fossero chiuse da una settimana, ho telefonato all’organizzazione chiedendo se potevano fare un’eccezione. Sono stati molto gentili e disponibili rispondendomi subito di sì, perciò ho dato conferma e ho prenotato la notte in hotel. 

    Il problema principale era la lunghezza del viaggio. Da Vercelli a Porto Recanati infatti sono più di 500 km. Però avevo gli stimoli giusti e inoltre non avevo mai visto i luoghi di Giacomo Leopardi che amo molto. Mi è venuto in soccorso un caro amico che mi ha dato un prezioso consiglio: «ascoltati un podcast, ce n’è uno molto bello di Alessandro Baricco e Renzo Piano». Genova Tapes si divide in due parti, quasi sei ore di chiacchierata ininterrotta davanti al mare nel buen retiro di Piano a Genova sui temi più disparati. 

    Alessandro Baricco e Renzo Piano, protagonisti del podcast Genova Tapes

    Renzo Piano, architetto di fama mondiale, risponde agli spunti di Baricco con l’entusiasmo di un giovane. Parla di costruire, di edificare, di custodire, di prendersi cura dell’altro, di proteggerlo, dei suoi progetti che sono improntati alla condivisione secondo la filosofia dell’agorà greca, della bussola cieca (quella all’interno della nave che è riparata dalle sollecitazioni esterne) come guida dell’uomo quando deve prendere decisioni importanti, della ricerca e dell’elargizione della bellezza non soltanto derivante dall’arte ma quella interiore. Cita la memoria e l’oblio di Borges, l’insolenza dei vent’anni che gli ha permesso di vincere il concorso del Beaubourg insieme all’amico Richard Rogers. Ammette di avere dentro di sé un pantheon dove vivono tutte le persone straordinarie che ha conosciuto nella sua vita e che quelle persone sono un pezzo di lui. 

    Tuttavia la cosa che mi ha sorpreso di più è che Piano in sei ore di dialogo non si è mai definito vecchio. Alla soglia dei 90 anni parla di se stesso come un uomo che è entrato «nell’età grande», che si sente libero come non mai e che ancora firma contratti a scadenza decennale. Genova Tapes mi ha commosso e mi ha confermato ulteriormente la grandezza di Renzo Piano che già avevo apprezzato nei miei anni universitari. 

    La divagazione non era strettamente necessaria, ma per me è stato un momento molto intimo nell’economia del viaggio e dell’impegno che mi accingevo ad affrontare. Fortunatamente ho trovato da dormire in un albergo a poche centinaia di metri dalla partenza. Non sapevo nulla del percorso, solo che misurava 115 km per 1.700 metri di dislivello e che toccava Macerata, Filottrano e Recanati. A cena, per esigenze nutrizionali, ho dovuto rinunciare ad assaggiare il brodetto, piatto unico a base di pesce tipico della cucina marchigiana e adriatica. Mi hanno detto che la variante di Porto Recanati prevede l’uso della zafferanella (parente meno nobile dello zafferano) anziché il pomodoro. Naturalmente mi hanno assicurato che il brodetto locale è il più buono di tutti. Sta di fatto che sulla mia tavola sono arrivate penne al pomodoro, pollo ai ferri, insalata e un pezzo di crostata.

    A spingere il rapporto sui colli marchigiani

    Il mattino dopo mi sono presentato in griglia piuttosto presto e ho fatto amicizia con altri ciclisti. Uno era alla prima gara e mi chiedeva consigli su come gestirsi; mi fa sempre piacere aiutare gli altri in queste situazioni perché mi rivedo come ero io alle prime granfondo. Altri erano molto più esperti e tranquilli, soprattutto chi era del posto. Ho scambiato qualche impressione anche con un signore che ho scoperto avere fatto l’Ötztaler come me venti giorni fa. Ci siamo guardati e ci siamo detti: «oggi per noi è una passeggiata», scoppiando poi a ridere. 

    La partenza è stata blanda, partendo dal fondo me l’aspettavo. Le mie intenzioni di farla a ritmo passeggiata sono subito andate a farsi benedire non appena siamo usciti da Porto Recanati. Un lungo rettilineo di dieci chilometri che anticipava la prima salita di Potenza Picena mi ha fatto capire di essere in giornata buona. Basti pensare che ho usato la corona più piccola della guarnitura solo dopo 60 km. Ho provato a dare un’occhiata al paesaggio, ma sporadicamente. Ricordo che mi sono incantato alla vista della catena appenninica che si scorgeva all’orizzonte. Ho domandato a un mio vicino se si vedeva il Gran Sasso, ma lui mi ha risposto che quelli erano i Monti Sibillini. 

    Le prime fatiche sono arrivate dopo tre ore di gara quando non riuscivo più a spingere come avrei voluto. Ho perso un gruppetto tirato da un signore di 60 anni che aveva la forza e l’ostinazione di un mulo. A Filottrano un pensiero doveroso e doloroso è andato a Michele Scarponi. A Recanati mentre cercavo disperatamente nelle gambe, nella testa e nel cuore le ultime energie, ho pensato all’ermo colle di Leopardi e tra me e me dicevo: «forse inizio a capire perché malediceva spesso questo posto». Mi sono fermato solo all’ultimo ristoro, ma solo perché avevo finito l’acqua. Poi picchiata su Porto Recanati dove ad attendermi c’erano la linea del traguardo, la medaglia, il pasta party e la birra.

    È stata una bella scoperta la 5MilaMarche, una granfondo alla quale auguro di proseguire su questa via e di diventare sempre più grande. È stata una bella scoperta anche il podcast Genova Tapes (che trovate su Spotify).

    Ah, dimenticavo la cosa più importante di tutte, quella per cui mi sono sciroppato più di 1.000 chilometri in solitaria, con un unico chiodo fisso nella mia testa dura e bacata: per la seconda volta il Prestigio è mio e nessuno me lo può togliere. 

  • Viaggio intorno ad Alassio

    Non crediamo che Alassio necessiti di una lunga presentazione. Arcinota località balneare della riviera di Ponente ligure, posta nel bel mezzo del litorale che parte da Capo Santa Croce a est e giunge a Capo Mele a ovest, Alassio ha cominciato a cambiare pelle nel XIX secolo grazie alla ferrovia Genova-Ventimiglia. L’intensificarsi dei trasporti su rotaia l’ha fatta conoscere a chi l’aveva magari solo sentita nominare. La sua vocazione turistica nacque proprio in quel periodo, incentivata soprattutto dalla comunità inglese, famiglia Hanbury in testa, che ne fece una sorta di colonia, stravolgendone il volto a cominciare dalle architetture delle ville, sia quelle in riva al mare che quelle spostate più in collina. 

    Alassio vale sicuramente una visita, a partire dal suo Muretto, decorato dalle piastrelle firmate dalle più importanti celebrità della politica, dell’arte, dello spettacolo e dello sport. Ideato nel 1953 da Mario Berrino e da Ernest Hemingway che era facile trovare seduto al tavolino dell’attiguo Caffè Roma a sorseggiare qualche cocktail, il Muretto di Alassio è cantato anche nell’omonima canzone dei fratelli Rizzo, i quali per esigenze metriche hanno spostato la data di inaugurazione al 1956: «qui nel cinquantasei, c’era pure Hemingway». 

    Muretto a parte, da vedere – perché è impossibile non vederla dato che si staglia in mezzo alla baia – l’isola Gallinara, dalla lunga storia, oggi eletta riserva naturale e da anni contesa tra Albenga e Alassio , il budello che taglia in due il paese con i suoi negozi che attraggono frotte di turisti e la Pinacoteca Carlo Levi, ospitata a Palazzo Morteo, edificio del XVII secolo in cui sono custodite le opere pittoriche dello scrittore di Cristo si è fermato a Eboli, che aveva fissato Alassio come residenza estiva, esattamente come il collega Italo Calvino aveva fatto per Sanremo. 

    I gustosi Baci di Alassio, creati alla Pasticceria Balzola

    Ad Alassio ci si va per fare il bagno, per prendere il sole, per passeggiare sul lungomare, per gustarsi una buona cena, magari all’Osteria Mezzaluna dove tutte le sere si suona, e assaporare i baci, i “dolci della gentilezza” come li aveva definiti D’Annunzio: due cialde morbide alla nocciola, miele e cacao amaro che racchiudono una ganache al cioccolato, serviti la prima volta dalla pasticceria Balzola, tuttora attiva. Ad Alassio ci si va per tutti questi motivi e anche… per pedalare. Già perché per gli amanti della bicicletta la varietà dei percorsi è sorprendente.

    Cominciamo col dire che qui di pianura se ne fa poca. Anche se si corre lungo l’Aurelia, per ricalcare gli ultimi chilometri della Milano-Sanremo si porta a casa un discreto dislivello: Capo Mele, Capo Mimosa e Capo Berta sono il preludio alla Cipressa e al Poggio. Volendo si può aggiungere la Civezza che si prende subito dopo Imperia seguendo il cartello Poggi. Si taglia una parte dell’Aurelia e si sbuca a San Lorenzo a Mare poco prima di attaccare la Cipressa. Al ritorno, per evitare il traffico, è consigliabile spingersi sulla ciclabile che nel suo ultimo tratto, inaugurato pochi mesi fa, si ferma a Diano Marina. 

    Quote rosa, il murale dell’artista Robico lungo la panoramica Solva-Vegliasco

    Il divertimento è assicurato se l’intenzione è di esplorare l’entroterra. Da Alassio si comincia subito a salire. Da Moglio in poco meno di 10 km si guadagnano circa 400 metri di dislivello che aumentano se si opta per Solva. Lì la strada presenta pendenze a doppia cifra ma per pochi tratti. Poi in mezzacosta si percorre una suggestiva panoramica che conduce al Santuario di Nostra Signora della Guardia, dove ogni anno è posto il traguardo della Granfondo di Alassio. Sempre da lì si passa davanti al monumentale murale Quote rosa dell’artista Robico (Roberto Collodoro) che ritrae tutti i presidenti della Repubblica Italiana su sfondo rosa (passato a marrone per volere della Soprintendenza). 

    Scendendo da Madonna della Guardia (girare a sinistra e poi allo stop a destra) o da Moglio ci si immette sulla tranquilla panoramica del Testico, tutta dolci saliscendi e curve. Dopo la chiesa, sosta alla fontanella con la statuetta della Madonna dei ciclisti e due scelte: dritti si va al Passo Ginestro, mentre a sinistra ci si butta in picchiata verso Stellanello, Andora, poi o Colla Micheri (girare alla prima a sinistra dopo la rotonda dell’autostrada) o Andora, Capo Mele e si rientra ad Alassio. Al Ginestro si può scendere a Casanova Lerrone, non prima di una piccola deviazione prima di Degna per andare a Nostra Signora della Visitazione, chiesetta nascosta dalla vegetazione eretta dove si dice che la Vergine Maria apparve a una piccola pastorella sordomuta. 

    Dopo Casanova Lerrone la strada si allarga permettendo di rilanciare agilmente la bicicletta. Si finisce a Garlenda dove si trova il Museo delle 500 e dove qui ogni anno si radunano migliaia storiche utilitarie Fiat. Anche in questo caso le opzioni sono due: salire da Paravenna (occhio agli ultimi tre chilometri fuori dall’abitato che sono molto duri) per ricongiungersi alla Panoramica del Testico o proseguire per qualche km e dopo Villanova d’Albenga svoltare a destra e inerpicarsi lungo i tornanti di Caso (altra frazione alassina). Per evitare altro dislivello seguire per Albenga. Attenzione perché se si sbuca sull’Aurelia la galleria San Martino è interdetta alle bici. Obbligatorio entrare nella cittadina ingauna e re-immettersi sulla Statale subito dopo il tunnel. 

    La piccola chiesetta di Nostra Signora della Visitazione in frazione Degna

    Questi in linea di massima sono i percorsi cicloturistici che offre Alassio nelle sue immediate vicinanze. Una volta selezionato l’itinerario tutte le strade sono bene segnalate, compresi i sentieri per gli amanti della mountain bike con l’avvertenza di affrontarli previa preparazione tecnica adeguata perché alcuni sono molto esposti e veramente difficili per eventuali neofiti. Per chi invece predilige le lunghe distanze può spingersi a Ceriale, deviare a Cisano sul Neva e da lì ripercorrere la Granfondo di Laigueglia (110 km e 1.700 metri circa di dislivello) o scalare Colle Caprauna a 1.379 metri sul livello del mare, spartiacque tra la piemontese Val Pennavaira e la ligure Valle d’Arroscia, scollinare verso Garessio, risalire i pochi chilometri che conducono a Colle San Bernardo, dominato dalle gigantesche pale eoliche e dai ruderi di vecchi alberghi che lo rendono luogo al limite dello spettrale, e gettarsi in picchiata nuovamente verso Cisano sul Neva. Volendo, per allungare ulteriormente si potrebbe addirittura andare verso il Melogno, ma in questo caso si andrebbe a indagare un altro territorio che magari affronteremo più nel dettaglio in futuro. 

    Se da Alassio invece ci fosse la volontà di esplorare a ovest si aprirebbe un altro ventaglio di possibilità. Del ripercorrere le strade della Classicissima di Primavera abbiamo già detto. Da Laigueglia si può fare Colla Micheri dal versante affrontato dalla corsa dei professionisti; da Andora il Testico da Stellanello; da Cervo si può salire a vedere il centro storico che affaccia sul mare; da Diano Marina si può prendere per Diano Castello e Diano Arentino e sbucare sulla via che conduce a Colle San Bartolomeo, non prima di essere passati da Monti; da Imperia ecco Col di Nava, tutta la Valle d’Arroscia e Colle d’Oggia. E si potrebbe proseguire oltre, ma anche qui vale il discorso fatto per la zona di Loano, ossia che merita un approfondimento a parte. 

    Gallinara vista dalla spiaggia di Alassio

    Non abbiamo parlato dei panorami e dei profumi che il cicloturista incontrerà nel suo viaggio. Quelli li lasciamo scoprire a lui. Possiamo anticipare soltanto che dall’inconfondibile odore di mare si passa presto a quello inebriante delle distese coltivazioni di basilico, poi a quello di resina dei pini e ancora a quello della macchia mediterranea, pungente del mirto, dolce del lentisco. Alassio e i suoi dintorni insomma sono tutti da scoprire. Quale modo migliore per gustarli appieno con gli occhi, con il naso e con la pelle se non vivendoli al ritmo lento e spensierato di una bella pedalata all’aria aperta?

    Ecco nel dettaglio dieci percorsi ad anello da Alassio con le relative altimetrie. Naturalmente i percorsi sono intercambiabili e mescolabili. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Avrei voluto inserire un link a Strava, ma non so per quale oscura ragione il programma non me lo permette (so che questo non si dovrebbe puntualizzare, ma io lo faccio lo stesso) 

    1. Alassio-Sanremo andata e ritorno: 110 km, 1.165 dsl (con variante Civezza 1.338 dsl)
    2. Moglio, Crocetta, Testico, Capo Mele: 45 km, 610 dsl
    3. Testico, Ginestro, Paravenna: 70 km, 1.200 dsl
    4. Crocetta, Ginestro, Capo Mele: 65 km, 1.100 dsl
    5. Crocetta, Ginestro, Torria, Diano Arentino: 74 km, 1.350 dsl
    6. Madonna della Guardia, Paravenna, Ginestro. 82 km, 1.400 dsl
    7. Colla Micheri, Testico, Ginestro: 62 km, 1.150 dsl
    8. Caprauna, Colle San Bernardo: 120 km, 2.000 dsl
    9. Granfondo Laigueglia: 110 km, 1.700 dsl 
    10. Granfondo Alassio: 88 km, 1.800 dsl
  • L’Armenia, da Grossman alla prima corsa a tappe della sua storia

    Nel novembre del 1961 Vasilij Grossman si recò in Armenia per curare la traduzione del romanzo di uno scrittore locale. Non era stato un anno facile per l’autore russo. Vita e destino, considerato all’unanimità il suo capolavoro, stava incontrando serie difficoltà con la censura ed era stato addirittura giudicato inadatto alla stampa poiché metteva in luce tutte le contraddizioni della Russia staliniana, specialmente nel corso della battaglia di Stalingrado durante la Seconda Guerra mondiale, cioè il periodo affrontato nell’opera. Il 14 febbraio dello stesso anno il KGB entrò di forza nell’appartamento di Grossman e requisì tutto ciò che riguardava il manoscritto che, per fortuna nostra ma non sua, vedrà poi la luce postumo nel 1980. 

    Il soggiorno di Grossman in Armenia durò due mesi, durante i quali egli scrisse degli appunti che in seguito confluirono nel racconto lungo Il bene sia con voi!, pubblicato un anno dopo la morte dello scrittore, avvenuta nel 1964. «Prime impressioni dell’Armenia – la mattina, in treno. Pietra grigioverdastra che non svetta verso l’alto – rupe o montagna –, ma si estende in larghezza, terreno piatto, campo di pietre; la montagna è morta, il suo scheletro si è sfasciato sul terreno. Il tempo ha invecchiato la montagna fino a ucciderla, e quelle sono le sue ossa». 

    E ancora: «Villaggi armeni: case con il tetto piatto, blocchi bassi di pietra grigia; […] Case che non paiono erette da mani umane. Ogni tanto il grigio della pietra prende vita, si muove. Sono le pecore. Generate dalla pietra anch’esse, di pietra probabilmente si nutrono – i sassi –, e di pietra si abbeverano – la polvere; l’erba non c’è e neppure l’acqua, attorno soltanto una distesa piatta, una steppa di pietre – grandi, aguzze, grigie, verdastre, nere». Insomma, l’impatto di Grossman con il Paese non è propriamente idilliaco, con ogni probabilità influenzato dalla batosta ricevuta qualche mese dal suo Vita e destino. 

    Vasilij Grossman visitò l’Armenia negli ultimi mesi del 1961

    Chi ha letto Grossman sa che a lui non interessa il paesaggio, ma l’uomo. Infatti non appena parla con le persone che abitano quel luogo le sue impressioni mutano radicalmente, a partire dal fatto che non si aspettava armeni biondi con gli occhi azzurri. Così egli inizia una lunga e profonda riflessione sul carattere nazionale che presto diventa un poema dell’anima russa più genuina, capace di resistere alle più brucianti corrosioni della Storia. Grossman si ferma soprattutto nella capitale Erevan, «città unica e irripetibile», ma viaggia e viaggiando capisce che il bene e il male esistono dappertutto, in Armenia come nel resto del mondo e che sarebbe miope ragionare per stereotipi.

    Nello specifico, lo stereotipo russo vuole l’armeno ottuso, tirchio e provinciale, ma nulla è più distante dalla realtà. Oggi l’Armenia è uno degli Stati più all’avanguardia e già lo stava diventando all’epoca della visita di Grossman, che difatti non tardò a notarlo. «Vedo la Erevan di oggigiorno con le sue fabbriche, i suoi grandi quartieri di nuovi condomini per gli operai, lo sfarzoso Teatro dell’Opera, il prezioso sacrario dei libri, le sue splendide scuole rosa, gli istituti scientifici, l’edificio armonioso, aggraziato, dell’Accademia delle Scienze». Ora, se di Grossman abbiamo detto (forse fin troppo, sebbene a mio avviso sempre troppo poco, ma ci perdonerà il lettore per questo excursus generato da un amore incondizionato per lo scrittore russo), ora è tempo di parlare velocemente dell’Armenia, prima di arrivare a toccare l’argomento ciclismo.

    L’Armenia è uno Stato caucasico dell’Asia occidentale che confina a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian, a sud con l’Iran e a ovest con la Turchia. Il suo nome nella lingua locale è Hayastan, la terra di Haik, il leggendario eroe patriarca dal quale discendono tutti gli armeni. L’Armenia conta circa tre milioni di abitanti, un terzo dei quali stanziati a Erevan. Il suo territorio è prevalentemente montuoso e non ha sbocchi sul mare. A dominarlo l’Ararat a cui «guardò chi scrisse la Bibbia». L’economia si è sempre basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, tuttavia negli ultimi anni l’Armenia è stata protagonista di un autentico boom legato all’industria e in tempi recenti anche il turismo sta prendendo piede. 

    La capitale Erevan dominata dal monte Ararat (credits Serouj Ourishian)

    Cresce l’Armenia e cresce di pari passo la sua volontà di aprirsi al mondo. Il modo migliore per farlo è attraverso lo sport, fenomeno capace di legare uomini lontanissimi tra loro. Tra i più praticati ci sono la lotta greco-romana, che ad Atlanta 1996 consegnò la prima medaglia olimpica (d’oro per giunta) grazie ad Armen Nazarjan, e gli scacchi che in Armenia vengono insegnati come materia obbligatoria fin dalle scuole elementari. Il calcio è seguito, ma ha una storia recente poiché prima dell’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 non esisteva neppure una rappresentativa nazionale.

    Ora tocca al ciclismo. Si correrà dal 10 al 13 settembre il primo Tour of Armenia, competizione inserita nel calendario UCI Europe Tour, organizzato dal Governo dell’Armenia, da Sports Management Center e dalla Federazione Ciclistica Armena, con la consulenza tecnica di Rcs Sports and Events DMCC. Le tappe saranno quattro, partenza da Gavar e arrivo a Erevan, per un totale 568 km e più di 5.000 metri di dislivello. Tra le squadre partecipanti spiccano le due italiane Pro Tour Bardiani CSF 7 Saber e Solution Tech Nippo Rali. Saranno presenti anche le due formazioni devo (in pratica le giovanili dei professionisti) della britannica Netcompany Ineos Racing Academy e della tedesca Lidl Trek Future Racing, oltre a tante altre squadre Continental tra cui la locale Arm Cycling Club desiderosa di mettere in mostra i suoi talenti. Per tutti è un’occasione irripetibile per mettersi in mostra e ottenere degli ottimi risultati. C’è da scommettere che alcuni giovani, oggi sconosciuti, tra qualche anno pedaleranno sulle strade di corse importanti come il Tour de France. 

    Corridori costeggiano il lago Sevan

    Vediamo nel dettaglio il percorso che svelerà le bellezze paesaggistiche dell’Armenia. La prima frazione porta da Gavar a Mets Masrik, 135 km praticamente piatti tolto un innocuo strappo nel finale che non spaventerà certo i velocisti, pronti a giocarsi la volata. Si costeggerà il lago Sevan, le cui gustose trote sono descritte con dovizia di particolari da Grossmannel suo racconto. La seconda tappa è più movimentata: da Kirants a Stepanavan ci sono 177 km e 2.400 metri di dislivello con le ascese del monte Lermontov, così chiamato in onore del celebre poeta del Caucaso, e dell’Odzun. I pronostici dicono probabile un’azione degli attaccanti. La terza è la Martuni-Lago Praz di 162 km con il traguardo posto al termine di una salita breve ma difficile da interpretare che potrebbe sparigliare le sorti della gara. Gran finale domenica 13 con il circuito cittadino di Erevan, 94 km senza difficoltà altimetriche di rilievo: un arrivo che solletica gli sprinter di razza. 

    Ad assistere alle ultime due tappe e a congratularsi con i vincitori è stato chiamato Samuel Sanchez, oro olimpico a Pechino 2008, testimonial d’eccezione di una gara che, seppure al debutto assoluto, promette spettacolo e scintille. Il Tour of Armenia inoltre vuole diffondere la passione per il ciclismo in una popolazione che negli ultimi anni sta vivendo la bicicletta come mezzo di trasporto privilegiato per scoprire le bellezze della sua terra. Allora, per dirla come Grossman, barev dzes, il bene sia con voi, ciclisti armeni e non armeni!

    Il percorso del Tour of Armenia 2026 (credits Rcs)
  • Le quattro stagioni dell’Ötztaler

    Nell’articolo precedente avevamo paragonato l’Ötztaler Radmarathon al viaggio intrapreso da Ulisse per ritornare a Itaca che nel nostro caso è da identificarsi con Sölden, località del Tirolo austriaco dove parte e arriva la maratona ciclistica più dura d’Europa con i suoi 227 km e 5.500 metri di dislivello. Nella fattispecie il Khütai ci aveva rammentato Calispo, il Brennero il canto delle sirene, il Giovo le prove d’astuzia di Odisseo, il Rombo infine il potente dio Poseidone, ultimo ostacolo che si frappone tra i ciclisti e il traguardo finale.

    Dopo averla portata a termine per la sesta volta ci sentiamo di confermare tutto quanto, che cioè l’Ötztaler è davvero un poema omerico della bicicletta vissuto in una giornata, simile in questo all’Ulisse di James Joyce. Oltre a ciò, mentre stavo pedalando e la mia mente vagava altrove per distrarre la fatica che si stava accumulando su gambe e spirito, mi è venuto in mente che questa gara è anche un percorso attraverso le quattro stagioni, ognuna delle quali è rappresentata da un passo. Ricordiamo infatti che quattro sono le vette da conquistare per concludere più o meno indenni la granfondo: Khütai (2.020 m), Brennero (1.377 m), Giovo (2.090), Rombo (2.509). 

    La discesa del Küthai dove si toccano i 100 km/h (credits Sportograf.com)

    L’autunno del Khütai

    Partiamo dal Khütai che è la prima difficoltà di giornata. Lo sparo del cannone, preciso alle 6:30 del mattino, prelude al lungo tratto discendente che da Sölden conduce a Oetz. Fa freschino, infatti decido di vestirmi il più leggero possibile avendo consultato le previsioni. Con il senno di poi non mi sarei neanche messo i manicotti che abbasso subito per poi ritirare nella tasca posteriore e da lì non toccarli più. La media per quasi 40 km è altissima, aumentata dalla scia aerodinamica del lungo serpentone: 50 km/h, ma c’è chi va molto più forte. 

    A Oetz tanti si fermano per alleggerirsi di gilet e mantelline. Io no perché non voglio restare imbottigliato nelle prime strette rampe del Khütai. Saggia decisione la mia giacché non incontro tappi e pedalo che è una meraviglia. Anche troppo mi sembra, sapendo quel che mi aspetterà dopo. Allora calo un po’ il ritmo, ma comunque salgo bene. Come si dice in gergo tecnico è una salita che va su a gradoni, cioè alterna momenti in cui si può rifiatare ad altri in cui le pendenze in doppia cifra (si arriva al 18%) ti fanno sputare i polmoni. 

    Si lascia l’abitato di Oetz molto in fretta, il tifo in strada è già assordante e tale lo sarà per tutto il percorso. Si odono i tradizionali tamburi che ogni anno accompagnano i colpi di pedale dei ciclisti e si entra nel bosco. È vero che siamo ancora in estate, ma gli odori e i colori iniziano a sussurrarci l’autunno. La temperatura è fresca come nelle mattinate di fine settembre e inizio ottobre. Non potrei chiedere di più. A metà di una salita che misura 18 km la strada concede requie e regala un chilometro abbondante di pianura, ma è solo un’atroce illusione perché arriva il pezzo più duro.

    Da lì in poi si sale sempre, ma con pendenze più dolci e soprattutto la vegetazione comincia a diradarsi. A guardare passare l’enorme massa di ciclisti non ci sono solo i tifosi. Al loro fianco sui tornanti le mucche che qui pascolano beate e osservano distaccate in silenzio chi ha portato tanto trambusto nelle loro taciturne valli. Per noi che stiamo pedalando invece la gioia è doppia: sia perché vediamo che manca poco alla fine, sia perché il baccano creato da campanacci, urla e trombette ci fa sentire come i professionisti al Tour de France quando passano tra due ali di folla. Non sembra, ma danno una carica inimmaginabile. E così finisce l’autunno che poi è un po’ estate e un po’ l’inverno. “Non esistono più le mezze stagioni”, direbbe qualcuno.

    La mongolfiera alla partenza di Sölden

    Il caldo lungo inverno del Brennero

    La discesa del Khütai è adrenalina pura. La strada lunga e diritta senza tante curve è chiusa al traffico, quindi la bici va via che è una bellezza. Imbocchiamo un paravalanghe e leggo sul mio Garmin il dato relativo alla velocità: 98.7 km/h. Ciononostante vengo superato da gente che va molto più spedita di me. Decido di rallentare un po’, siamo solo all’inizio e rischiare è inutile. Gli oltre 20 chilometri che conducono a Innsbruck si consumano in fretta come un ghiacciolo al sole. Bisogna assolutamente trovare un gruppo, piazzarsi in mezzo e farsi condurre senza troppi complimenti così è possibile pure approfittarne per bere e mangiare una barretta.

    A Innsbruck si passa in mezzo alla città, gli organizzatori hanno previsto una corsia solo per noi. Gli automobilisti vengono fatti transitare a lato dalla polizia municipale. Nessuno si lamenta o peggio ci insulta come invece accade in Italia dove è risaputo che la tolleranza nei confronti delle biciclette non è un fiore all’occhiello. Il Brennero intanto ci attende.

    È lungo il Brennero, non finisce mai. Sono 37 km, ma con un dislivello irrisorio che si consuma tutto gli ultimi cinque chilometri. Prima è un falsopiano interminabile in cui è fondamentale trovare un gruppo che vada del nostro passo. Pesco il primo, ma procede ai 40 km/h che potrei anche tenere se la gara finisse prima, ma so che il bello deve ancora venire. Lo mollo e ne aspetto un altro che è decisamente più nelle mie corde. Noi passiamo lungo la statale, mentre sopra osserviamo la sopraelevata dell’autostrada e ci sembra impossibile che l’uomo possa avere costruito un viadotto così alto. Per giunta un altro ancora più innovativo ne sta costruendo. Lo si intuisce dai molti cantieri che sfioriamo. Per ingannare il tempo guardo i prezzi del gasolio alle stazioni di servizio. Anche qui non scherzano: 2.30/2.40 € al litro!

    Tuttavia quei maledetti 30 e passa chilometri sembrano non passare mai. Sono come l’inverno che arriva e fa svanire di colpo tutto ciò che di bello si poteva fare prima: passeggiate all’aria aperta, uscite serali per un gelato, magliette a maniche corte, bermuda, docce fredde, nuotate in piscina, bagni di sole. È come l’inverno il Brennero, ma un inverno caldo come gli ultimi che stiamo vivendo. Ci prepara alla bella stagione che però dobbiamo sudarci, mica ce la possiamo godere così facilmente diamine!

    Il ristoro del Giovo nell’edizione 2021 (credits Sportograf.com)

    La primavera regolare del Giovo tarda ad arrivare

    Ci fermiamo al ristoro del Brennero per caricare le borracce e mangiare, perché l’idratazione e la nutrizione sono importanti tanto quanto il gesto atletico della pedalata. Le une sono legate all’altro in un ineluttabile rapporto di causa/effetto. C’è ogni ben di dio: torte, panini, frutta, barrette, gel, acqua, the, cola e Red Bull, la nota bevanda energetica che sponsorizza l’Ötztaler. Mi fermo poco meno di una decina di minuti e riparto veloce insieme agli altri alla volta di Vipiteno.

    Lì fino a pochi anni fa si entrava in città e si andava a prendere il Giovo. Da qualche tempo no. Per arrivarci occorre svoltare secchi a destra quando si è bene lanciati, ma una casa cela l’insidia: un muro che sfiora il 20% e penetra come una lama rovente nelle gambe dei ciclisti. È una tortura, ma anche in questo caso la forza di volontà e gli incitamenti delle persone a bordo strada alleviano la fatica. Per poco perché il Giovo è dietro l’angolo: 16 km regolari, sempre tra il 7 e l’8%. 

    Bisogna affrontarlo con giudizio. La voglia di aumentare il ritmo è tanta, anche perché i km che mancano al traguardo sono sempre meno, più o meno novanta, ma i peggiori. Come in primavera all’affacciarsi dei primi tepori, quando sentiamo la voglia di ritirare gli abiti pesanti per lasciare spazio a quelli più leggeri, anche in questo caso vorremmo fare come Pantani: andare forte in salita per abbreviare l’agonia. Ma il ciclista saggio eviterà di farlo e specie oggi non lo farà. Il Giovo bisogna salirlo con criterio, tenendo a freno l’euforia che regna nei nostri animi. 

    Forse perché conosco a menadito il percorso la cosa mi preoccupa fino a un certo punto, anche se è sul Giovo che nel 2023 erano iniziati i miei affanni, esplosi poi sul Rombo in autentica agonia e incoscienza nel volere proseguire a tutti i costi mettendo a repentaglio la salute. Tuttavia oggi sto bene e pedalo senza avvertire il peso di tutta la strada già macinata. Addirittura supero un collega che di solito qui ha sempre ottenuto tempi invidiabili. Mi dice che è stato male durante la notte e che preferisce gestirsi. Dopo questo incontro il morale è ancora più alto. Ma non ho ancora fatto i conti con il Rombo. 

    Uno scrocio dei tornanti del Rombo (credits Sportograf,com)

    Il Rombo sta finendo e un anno se ne va

    Altra sosta al Giovo e imbocchiamo la lunga e tecnica discesa che porta a San Leonardo in Passiria. Ricordo ancora quando qualche anno fa avevo letto la temperatura sull’insegna della farmacia: 40 gradi. Oggi fa caldo sì, ma per fortuna non a quei livelli. Fino ad ora abbiamo portato a casa 170 km e 3.500 metri di dislivello. Bello. Peccato che manchi la portata principale, pronta ad azzerare quanto di buono fatto fino a quel momento. Ecco il Rombo o Timmelsjoch per dirla in tedesco: 28 km e quasi 1.800 metri tutti all’insù. Preso da solo non è impossibile, ma preso all’Ötztaler è tutto un altro paio di maniche. 

    Io compio sempre un esercizio mentale per alleggerirlo, ovvero lo divido in tre parti: da San Leonardo a Moso, da Moso al ponticello e dal ponticello alla cima. La prima tolto qualche strappo, non è impossibile; la seconda è micidiale almeno fino a Schonau; la terza un calvario perché è anticipata dalla visione dei tornanti che si arrampicano sul lato della montagna e ci si interroga chiedendosi: “ma io devo andare fin lassù?”. Continuo a stare bene fino al ristoro dove non vorrei fermarmi, ma avendo finito l’acqua non posso fare altrimenti. Nel frattempo mi supera il collega incrociato sul Giovo che si è ripreso e ora va su come un camoscio. Mi dice che se andiamo di questo passo staremo abbondantemente sotto le dieci ore, che è il mio obiettivo. 

    Dal ponte in poi inizia un’altra gara all’interno di quella che stiamo provando a portare a termine. I volti dei ciclisti si trasformano e diventano delle maschere. Se uno si è conservato bene non ha di che temere. Per gli altri sono dolori, me compreso. Gli ultimi quattro chilometri sono un tormento per le gambe, il cuore, lo stomaco e il cervello. Non vado avanti, mi impianto. Uno a piedi mi supererebbe senza fatica. Nemmeno l’ultimo gel mi rinfranca. L’andatura allegra sul Khütai e sul Brennero mi sta presentando il conto. Ragiono sul fermarmi a rifiatare sul primo dei quattro tornanti decorati con le maglie sbrindellate delle passate edizioni, un simbolo di questa granfondo, ma resisto. 

    L’asfalto grattuggiato in attesa di essere risistemato non aiuta, anzi rallenta ulteriormente. Ormai però vedo il tunnel, ultimo baluardo prima dello scollinamento. Ci entro felice e riacquisto le energie. Poco prima della cima l’immagine di un partecipante a terra, non so se travolto da una motocicletta dato che era circondato da tre bikers, avvolto nella coperta termica mi demoralizza. Mi metto nei suoi panni: dovere abbandonare per un incidente in prossimità della fine è atroce. Proseguo e mi lancio ad aggredire gli ultimi venti chilometri che presentano ancora l’ultima insidia della Mautstelle (2 km al 10%) prima dell’arrivo a Sölden.

    Gli occhi mi si bagnano come ogni anno, le lacrime si mescolano al sudore e sento bruciare le palpebre, ma mi voglio godere ogni metro dell’ultimo chilometro: la gente a bordo strada con le campane che saluta l’impresa di ognuno di noi, nessuno escluso, l’amico Christian che mi guarda e mi fa “vieni che andiamo”, la curva a destra sul ponte, lo speaker che pronuncia il tuo nome e la conca di gente che ti accoglie, stremata e felice sebbene secondo me non ha ancora mica capito bene cosa ha fatto. Mi verrebbe voglia di abbracciarli a uno a uno. Li sento come fratelli. Tutti, compresi quelli che passano quando io ho già i piedi sotto il tavolo e mi sto godendo la meritata birra. Però voglio alzarmi per andare ad applaudirli. Se lo meritano. Nelle loro espressioni stravolte di gioia rivedo me stesso, rivedo tutti coloro i quali hanno incisa l’Ötztaler indelebile sulla pelle.

    Il Rombo, acme della Ötzy, lo abbiamo finito da un pezzo, noi siamo arrivati sani, salvi e soddisfatti, ma purtroppo è il preannuncio che l’estate se ne sta andando. Già il giorno dopo restano pochi i segni della festa che è stata, se non all’Arena dove si va a prendere la maglia da finisher. Sembra come quando a settembre i bagnini ritirano gli ombrelloni. Anche noi accantoniamo, ma solo per un po’, i nostri desideri di esserci anche il prossimo anno per rivivere in mezza giornata le quattro stagioni dell’Ötztaler. E come sempre in auto sulla via del ritorno pensavo tra me e me: “ho già voglia di rifarla”. 

    La felicità prima dell’arrivo (credits Sportograf.com)
  • Ötztaler, l’Odissea del ciclismo amatoriale è pronta a stupire

    Domenica 30 agosto alle ore 6:30 del mattino sulla strada principale di Sölden quattromila ciclisti (uomini e donne) provenienti da ogni dove si schiereranno al via della Ötztaler Radmarathon, la granfondo più dura d’Europa, giunta quest’anno all’edizione numero quarantacinque. Ognuno di loro è più o meno consapevole a cosa andrà incontro: 227 km e 5.500 metri di dislivello, la gara per eccellenza dove non esistono scorciatoie, nel senso che il percorso è uno soltanto e da lì non si fugge. Se per un motivo o per l’altro uno non si sente in giornata, può stare sicuro che non troverà alcun bivio per deviare sul medio i suoi affanni. Non gli resterà che ritirarsi e attendere il carro scopa che lo venga a prendere per riportarlo mestamente all’arrivo, senza il privilegio di indossare l’ambita maglia da finisher, consegnata a tutti coloro i quali sono riusciti nell’impresa di finirla. 

    Come detto, si parte da Sölden, comune austriaco che si trova nella valle dell’Ötztal (Valli di Ötz la chiamiamo noi), e lì si arriva. L’anello si apre e si chiude tra il Tirolo e l’Alto Adige. Dopo il colpo di cannone che sancisce il via, lunga discesa fino a Oetz, poi si salgono i 18 km del Kühtai (2.020m). Da lì si procede in direzione Innsbruck dove si attacca l’infinito Passo del Brennero (1.377m). Veloce il gruppo entra a Vipiteno e risale al Passo Giovo (2.090m). Picchiata verso San Leonardo in Passiria ed ecco il grande spauracchio: Passo Rombo (2.509m), ultima fatica di giornata da sciropparsi dopo 170 km e 3.500 metri di salita già nella gambe. 

    La partenza all’Aurora dita rosate (PhotoCredit: EXPA/ Johann Groder)

    L’Ötztaler è l’Odissea del ciclismo amatoriale. A cercarle, le analogie con il poema cardine della nostra civiltà sono impressionanti. I primi colpi di pedale all’alba, l’Aurora figlia di luce dita rosate cantata da Omero; il Kühtai come Calipso, colei che nasconde, che vuole trattenerti sull’isola di Ogigia con le sue tentazioni e per egoismo malcelato non farti tornare alla terra natia; il Brennero come un canto di sirena che invita a cedere alle sue lusinghe, ovvero, data la sua apparente semplicità, a spingere più forte con il rischio però di perdersi nel viaggio; il Giovo che va domato con astuzia e intelligenza, le stesse qualità di Ulisse che con il cervello e non con la forza ha sconfitto il Ciclope, Scilla e Cariddi, Circe e i pretendenti; il Rombo Enosictono, colui che scuote la terra, il dio Poseidone ultimo ostacolo prima del ritorno aSölden/Itaca.

    Il viaggio tuttavia diventa dolce da raccontare quando è terminato, prima bisogna affrontarlo e non è detto che mentre lo si compie sia così idilliaco. Sì perché all’Ötztaler c’è da faticare e gli inciampi sono sempre dietro l’angolo. Qui premiano la costanza e la regolarità, su ascese così lunghe e impegnative sarebbe un suicidio oltrepassare costantemente la soglia del proprio corpo. Anche soltanto un fuori giri, sia pure magari all’inizio quando ci si sente gagliardi e scoppiettanti di energia, si paga con gli interessi più avanti. Perciò è meglio mettere da parte la superbia di Odisseo e concentrarsi di più sulla pazienza di Penelope.

    Una bella veduta dal Passo Giovo

    L’Ötztaler affascina i ciclisti dal lontano 1982, anno del suo debutto ufficiale nel panorama granfondistico che era ben diverso da quello attuale, vocato all’agonismo spesso esasperato. Basta dare un’occhiata ai dati. Al via della prima edizione, ideata da Heli Maier, c’erano 154 ciclisti contro i 4.000 del 2026. La sede di partenza e arrivo era Innsbruck, praticamente stesso tragitto di oggi con i quattro passi, ma pedalato in senso antiorario, dunque Kühtai, Rombo, Giovo e Brennero con tratti non ancora asfaltati. Il vincitore, l’austriaco Franz Wegscheider, ci mise 9 ore e 45 minuti, mentre nel 2025 il connazionale Daniel Federspiel ha chiuso in 6 ore e 48 minuti, cioè quasi tre ore in meno del pioniere Wegscheider. Però a Sölden la misura delle prestazioni conta fino a un certo punto. Anzi, non conta per nulla se pensiamo che l’ultimo arrivato è festeggiato più del primo. Già questo dovrebbe far capire lo spirito della gara austriaca. 

    Comunque, un miglioramento simile non è dovuto solamente alle capacità atletiche degli atleti, ma anche ai mezzi utilizzati. Le biciclette di allora erano prevalentemente in acciaio, pesavano in media undici chilogrammi e avevano rapporti limitati che prediligevano la forza anziché l’agilità. Oggi le specialissime si sono alleggerite parecchio, segnando alla bilancia anche meno di sette chili, sono in carbonio, hanno i gruppi elettronici e dei rapporti che permettono di sfruttare appieno la potenza della pedalata. A questo aggiungiamo che le metodologie di allenamento si sono perfezionate, così come l’abbigliamento più aderente e aerodinamico. Si è poi più sicuri grazie al casco, all’impianto frenante a disco e alla generosa sezione degli pneumatici che assicura maggiore aderenza alla strada.

    Passi da gigante sono stati compiuti anche dall’organizzazione che si muove con la precisione di un orologio svizzero. Sempre confrontando la prima edizione con l’ultima osserviamo che nel 1982 c’erano quattro ristori che proponevano banane, panini e limonate, mentre negli ultimi anni l’offerta si è ampliata: più punti di sosta e varietà di rifornimentocome ad esempio torte, minestra calda, frutta secca, barrette, bevande isotoniche ed energetiche. Massiccia pure la presenza di ambulanze, assistenza meccanica e autobus per chi è stato costretto ad alzare bandiera bianca. Infine ricordiamo che una volta per attestare la compiuta impresa veniva rilasciato un diploma scritto a mano, ora invece tutti i finisher possono godere di una bella maglia tecnica.

    Le maglie al vento sugli ultimi tornanti del Rombo nell’edizione 2021

    Già, la maglia. È solo quando viene consegnata, quando la si stringe tra le mani e quando la si indossa che si inizia a percepire la sensazione di avercela fatta. Non è soltanto un oggetto, ma un simbolo carico di significato. Lo sa bene chi affronta gli ultimi chilometri del Rombo. È oltre i 2.000 metri di altitudine che i tornanti si vestono dalle maglie avanzate dagli scorsi anni, appese a un filo e tutte sbrindellate. Garriscono al vento con maestosità, parlando il muto linguaggio del rispetto, del monito e al tempo stesso dell’incitamento e della fiducia. Sono lì a dirti che l’Ötztaler pretende ed esige molto. Saprà darti tanto, ti cambierà nel profondo dell’animo di ciclista della domenica, ma non osare mai darle del tu. Solo del lei e anche con riverenza. Altrimenti saranno dolori. 

    Ma noi che la conosciamo piuttosto bene sappiamo come comportarci. Alziamo lo sguardo e vediamo in lontananza il tunnel. Una volta dentro, rinfrescati dalla sua umidità petrosa, lanciamo un urlo liberatorio e scavalchiamo il Rombo. Lo strappo della Dogana ci fa un baffo perché ci aspettano i venti chilometri più dolci di tutta la nostra stagione. E non perché sono in discesa ma perché ci riportano a casa, alla nostra Itaca tanto agognata. “Ho un sogno” è lo slogan dell’Ötztaler. Lo abbiamo già realizzato cinque volte fino adesso e non per questo ci sentiamo appagati. Anzi, ci riproviamo la sesta. Parafrasando l’Ulisse di Dante: “de’ bici facemmo ali al folle volo”. E che Zeus, Atena, Apollo, Poseidone e gli dei tutti ci assistano.