• La settimana dles Dolomites

    Sono ormai dieci anni che ho la fortuna di passare la settimana delle mie vacanze estive a Ortisei, piccolo comune della Val Gardena posto a 1.230 metri di altitudine sul livello del mare. Urtijëi in lingua ladina, che da quelle parti viene insegnata fin dalle scuole elementari, a testimonianza del forte sentimento di appartenenza della popolazione, St. Ulrichin tedesco (non dimentichiamoci che siamo in Alto Adige) odora di legno, di cirmolo, di resina dei pini e degli abeti che la circondano, di trucioli che ricoprono i pavimenti delle botteghe di scultura, di fieno sfalciato di fresco. Soprattutto Ortisei porta con sé l’inebriante profumo della dolomia, la roccia sedimentaria carbonatica che veste le sue montagne, colorandole all’alba e al tramonto di tonalità che sfumano dal rosa, al rossastro fino al viola: enrosadira viene chiamata da queste parti. 

    Per chi ama la bicicletta, sia essa da corsamountain bike e gravel, le Dolomiti sono il paradiso (ammesso che esista io me lo immagino esattamente così). Ogni anno ne approfitto e ne faccio indigestione, perché come ha detto qualcuno: «l’uomo del bello non è mai sazio». Vero è che i percorsi sono sempre gli stessi, però tutte le volte mi stupisco scoprendo un nuovo scorcio o una vetta che prima non avevo mai notato. Pochi giorni fa ad esempio scendendo dal Valparola (In tra i Sass) verso La Villa sono rimasto letteralmente impietrito dinanzi all’imponente muraglia del Conturines e del Piz Lavarella, tanto da ringraziare a voce alta non so nemmeno io chi per avermi donato il privilegio di nutrirmi con cotanta bellezza. 

    Il Sassongher che domina Corvara in Badia

    Pedalare sulle Dolomiti partendo da Ortisei permette diverse opzioni a seconda del tempo che si ha a disposizione e della preparazione fisica di ciascuno. Bisogna subito dire che se la meta è il Sellaronda et similia si allunga di una decina di km perché è necessario passare da Santa Cristina e da Selva di Val Gardena. Poi, arrivati a Plan de Gralba è possibile affrontare il giro in senso orario o antiorario. Nel primo caso la sequenza è Gardena (2.121 s.l.m.), Campolongo (1.875), Pordoi (2.239) e Sella (2.244); nel secondo Sella, Pordoi, Campolongo e Gardena, cioè il contrario. In totale da Ortisei sono 78 km per 2.300 metri di dislivello

    Il Sellaronda è senz’altro una tappa obbligata poiché permette di spaziare sulle quattro spettacolari valli che si snodano tra il Trentino Alto Adige e il Veneto: GardenaFassaBadia e Livinallongo del Col di Lana. Oltre a essere l’anello basilare della Maratona dles Dolomites, per due giorni all’anno (a giugno e a settembre) le sue strade sono a uso e consumo delle sole biciclette. È il Sellaronda Bike Day, al quale negli ultimi anni è stato affiancato il Dolomites Bike Day che vira verso Falzarego e Valparola. I ciclisti che vi partecipano sono decine di migliaia.

    La vista dalla discesa di Passo Pordoi verso Canazei

    I paesaggi che questi posti disegnano sono rigeneranti per gli occhi e per il cuore. Mi piacerebbe dire anche per i polmoni, tuttavia in questi ultimi anni, specie a luglio e ad agosto, quelle strade sono prese d’assalto da automobili e motociclette che congestionano il traffico e, di rimando, contaminano la purezza dell’aria. Un giorno, fermo al semaforo della salita che porta al Passo Gardena un camion davanti a me ha sollevato un nuvolone di polvere e di gas di scarico. Un signore toscano, ciclista pure lui, mi ha guardato e mi ha detto sarcasticamente: «per fortuna mi hanno detto di venire in montagna perché c’è poco inquinamento…». In effetti pare strano che a 2.000 metri di altitudine sembri di stare nelle strade padane, tanto è concentrata la puzza dello smog. 

    È una delle drammatiche conseguenze generate dall’overtourism, il sovraffollamento turistico che, non essendo per nulla sostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico, rischia di divorare tanti bei luoghi, come le Dolomitiappunto. Molti ricorderanno quando nel 2025 sul Seceda, il monte che sovrasta Ortisei, si era creata una coda interminabile di persone che voleva a tutti i costi andare a fotografare un panorama scelto da una nota marca come salvaschermo del proprio smartphone di punta. Ebbene, senza un freno (posto in quel caso aumentando i prezzi degli impianti di risalita) il fenomeno dell’overtourism è destinato a moltiplicarsi con il risultato che quando avrà la sua inevitabile fine, cioè quando il turista/consumatore si sarà stancato di quei luoghi perché colto dalla incosciente bulimia di colonizzarne altri, l’unica ad averci rimesso sarà stata la montagna. Per provare a limitare il turismo usa e getta mi è stato detto che da settembre 2026 verrà fatto un test con la chiusura di Passo Gardena ai mezzi motorizzati, fatta eccezione per i residenti e per chi si sposta per motivi di lavoro. Per godersi i passi i turisti potranno prendere delle navette messe a disposizione dalle amministrazioni. Un po’ come succede nei grandi parchi americani che hanno preso questa via da alcuni anni. 

    Verso Passo Sella

    Chi vuole allungare il Sellaronda ha diverse opzioni. Ad Arabba invece di prendere per il Pordoi può dirigersi verso Livinallongo del Col di Lana. Al primo bivio svoltare a sinistra per Caprile e da lì scalare il Fedaia (2.057) dal versante della famigerata Malga Ciapela, un drittone di oltre 3 km che non va mai sotto la doppia cifra, fa riprendere fiato nei pressi di Capanna Bill e poi impenna nuovamente con punte al 18%. Il gioco vale la candela perché in cima ad attenerci sulla sinistra si eleva la Marmolada, l’imponente ghiacciaio che in verità di ghiaccio ne ha sempre meno ogni anno che passa. Per finire picchiata su Canazei da dove si riprende il Sella e poi tutta discesa fino a Ortisei. Sono 112 km per 3.300 metri dislivello

    Se si vuole evitare il Fedaia basta ignorare il bivio per Livinallongo. Dopo qualche km se ne trova un altro: a destra si va a Selva di Cadore via Colle Santa Lucia e si attacca sua maestà il Giau (2.236), dieci km al 10% medio. Un’ascesa dura ma regolare il cui sudore per conquistarla verrà ripagato con gli interessi da una vista a dir poco spettacolare che include le più famose cime dolomitiche: le Tofane, il Civetta, la già citata Marmolada, il Pelmo e le Pale di San Martino. Dopo il Giau si scende a Pocol, si gira a sinistra per il Falzarego (2.105) e da lì uno strappetto di nemmeno 2 km per il Valparola (2.192). Ancora discesa verso La Villa e Corvara dove, per rientrare alla base, bisogna farsi di nuovo il Gardena: 122 km e 3.700 metri di dislivello positivo. Si vuole evitare il Giau? Nessun problema: a Cernadoi si prende a sinistra per il Falzarego/Valparola dal passo si prosegue come sopra indicato. 106 km e 2.900 di dislivello che è poi il giro del Dolomites Bike Bay. 

    Dalla cima del Valparola

    Un tour più breve, ma non per questo meno impegnativo dato che accumula 1.700 metri di dislivello in 55 km, è quello che include l’insidioso Passo Pinei (1.437), la discesa su Castelrotto (altra perla da visitare) e da lì la salita all’Alpe di Siusi (1.857 rilevati a Compaccio), 12 km dei quali gli ultimi 6 piuttosto severi, sempre accompagnati dallo Sciliar che non vi perde mai di vista. Si tratta dell’alpe più vasta d’Europa, dove dominano il verde dei prati, rigato dai tanti sentieri in ghiaia che conducono ai vari masi dove i contadini accumulano il fieno per nutrire le vacche al pascolo, e le caratteristiche cime delle Dolomiti che sembra si possano rompere con un semplice tocco della mano, tanto appaiono fragili. Se già dal Giau si potevano ammirare alcune delle più celebri, qui sull’Alpe si ha una visione a trecentosessanta gradi su SassolungoSassopiattoOdlePuezSellaMarmoladaCatinaccio di AntermoiaPale di San MartinoTorri del VajoletSass de Putia. Per tornare a Ortisei si è obbligati a percorrere lo stesso tragitto al contrario (attenzione ad alcuni strappi che vanno al 17% subito usciti da Castelrotto). 

    Abbiamo detto che il traffico motorizzato è una costante del Sellaronda nel periodo di luglio e agosto, specie nei fine settimana. Ebbene, per evitarlo la soluzione ideale è andare in esplorazione al Passo delle Erbe, raggiungibile da Laion e più avanti dalla Val di Funes (terra natia di Reinhold Messner) o da Bressanone con la terribile variante di Luson, bella perché si snoda nel bosco costeggiando il Rio Lasanca, ma dura perché per alcuni chilometri non va mai sotto il 12%. Il Passo delle Erbe (Würzjoch o Jü de Börz) non arriva ai 2.000 metri perché si ferma a 1.987, tuttavia regala uno scorcio unico e vertiginoso sul gruppo delle Odle che pare di riuscire a toccarle tanto sono vicine. Da lì per il ritorno alla base è possibile ripercorrere la stessa strada (98 km e 2.800 di dislivello) o gettarsi in discesa verso San Martino in Badia, quindi Corvara e Passo Gardena (124 km e 3.500 di dislivello). 

    Lo Sciliar a San Valentino salendo all’Alpe di Siusi

    Ricapitolando, i giri consigliati partendo da Ortisei, tutti gestibili tra le tre e le sei ore, sono: 

    1. Passo Pinei/Alpe di Siusi: 55 km, 1.700 metri di dislivello
    2. Sellaronda senso orario e antiorario: 78 km, 2.300 metri di dislivello
    3. Passo Giau: 122 km, 3.700 metri di dislivello
    4. Passo Falzarego/Passo Valparola: 106 km, 2.900 metri di dislivello
    5. Passo delle Erbe: 98 km, 2.300 metri di dislivello (con ritorno dalla stessa strada); 124 km, 3.500 metri di dislivello (giro ad anello)
    6. Passo Fedaia: 112 km, 3.300 metri di dislivello

    Avvertenze: siccome si viaggia sempre attorno ai 2.000 metri di quota e spesso li si supera, consigliamo di andare per gradi per abituare il fisico all’altitudine. Attenzione anche al traffico che nei giorni del weekend e specie sul Sellaronda è molto intenso. Occorre essere vigili in discesa poiché non è raro trovare motociclisti che tagliano le curve in prossimità dei tornanti. Occhio anche ai possibili cantieri con i semafori che regolano la viabilità. Portarsi sempre con sé una mantellina antivento e antipioggia poiché in alta montagna il tempo cambia in men che non si dica. Idratarsi e mangiare con regolarità. Per il resto buon divertimento: accantonate la prestazione, sebbene la voglia di spingere laddove si sono scritte pagine memorabili del Giro d’Italia sia tanta, e fermatevi a godere di ciò che vi circonda. Credetemi, ne vale la pena. 

    Pascolo all’Alpe di Siusi, dietro l’inconfondibile profilo dello Sciliar

  • La Mitica, Anquetil, Gimondi e Malabrocca

    Esiste un tipo di ciclismo lontano anni luce da quello esasperato delle competizioni, delle biciclette ultimo modello da sfoggiare con gli amici al giro del sabato o alle granfondo, dei watt sprigionati, delle FTP e dei KOM su Strava. È quello vissuto a ritmo lento delle ciclostoriche, manifestazioni dove è d’obbligo presentarsi in sella a biciclette con determinate e rigorose caratteristiche: telaio in acciaio, cambio sul tubo obliquo, cavi dei freni esterni, pedali con fermapiedi e cinghietti. In sostanza con biciclette d’epoca costruite prima del 1987. Molti vanno ancora più indietro nel tempo e sfoderano mezzi che risalgono ai primi del Novecento con cerchioni in legno, freni a tampone e, perché no?, fanali ad acetilene.

    La maggior parte di queste biciclette è stata trovata in qualche cantina o in qualche mercatino oppure più semplicemente di proprietà del papà, del nonno, dello zio o dell’amico che una volta correva o ci provava a farlo. Ma ci sono anche quelle che potrebbero benissimo essere esposte in un museo (e che lo sono davvero): cavalli di ferro che hanno più di cent’anni sulle spalle, pesanti oltre 20 kg, che quando si incontra una salita sopra al 5% bisogna scendere a spingere. Non è un’onta e quando accade (molto più sovente di quanto si creda) si sorride e si scambiano due battute. 

    Poi c’è l’abbigliamento che mette al bando completini in lycra, agganci rapidi e caschi di ultima generazione a vantaggio di magliette in lana, fondelli in pelle di daino, guanti traforati, scarpini in cuoio e occhiali tipo quelli degli aviatori. Si vedono divise che paiono uscite da fotografie ormai sbiadite: Legnano, Bianchi, Siof, Salvarani, Molteni, Scic, Peugeot, Flandria, Brooklyn. Senza contare quelle di società minori che i nipoti saranno andati a chiedere ai padri o ai nonni che le custodivano gelosamente. Immaginiamo anche le raccomandazioni affinché tali cimeli ritornino a casa sani e salvi.

    I cimeli di Jacques Anquetil, collezionati da Giampaolo Bovone

    A lanciare e codificare le ciclostoriche è stata L’Eroica che si svolge dal 1997 a inizio ottobre a Gaiole in Chianti, provincia di Siena. Un’idea a dir poco geniale: valorizzare il territorio attraversandolo a bordo dell’unico mezzo che permette di farlo (piedi a parte), vale a dire la bicicletta. Con soste prolungate, soprattutto ai ristori dove mica si trovano gel e barrette, bensì i prodotti del luogo come salumi, formaggi e marmellate, magari annaffiati da un buon bicchiere di vino. 

    È ciò che accade anche a La Mitica dove l’età eroica del ciclismo rivive nelle terre di Fausto e Serse Coppi. Deus ex machina di questa manifestazione, che quest’anno si tiene domenica 28 giugno, è Pietro Cordelli, presidente dell’associazione I Colli di Coppi, il quale ha costruito attorno alla pedalata vera e propria (tre i percorsi da scegliere con diversi tratti su strade bianche) un contorno di eventi nei Comuni che sorgono attorno a Castellania Coppi, terra natia del Campionissimo e del suo sfortunato fratello. 

    La Mitica, che fa parte del Giro d’Italia d’Epoca, diventa in tal modo uno strumento di conoscenza di autentiche eccellenze. Culturali, come i Musei Pellizza da VolpedoCasa Coppi, dei Campionissimi a Novi Ligure dove nacque Costante Girardengo, la Pinacoteca Divisionismoa Tortona; enogastronomici, come il Derthona Timorasso, il salame nobile del Giarolo, gli agnolotti e i baci di dama di Tortona, il formaggio Montebore, la ciliegia bella di Garbagna; paesaggistici, come i colli tortonesi, palestra prediletta di Fausto Coppi che da lì partì alla conquista del mondo. 

    Spiega Cordelli che organizzare La Mitica «è apparsa da subito come la strada migliore da percorrere per recuperare tutti i valori della storia della bicicletta e il forte legame che questo sport ha con il territorio, nonché cogliere al volo quello che si sta delineando come un vero e proprio movimento a carattere internazionale che negli ultimi anni, crescendo molto rapidamente, sta catalizzando l’attenzione di giornalisti, amministratori locali ed operatori economici ma soprattutto di appassionati e praticanti provenienti da tutto il mondo: i raduni ciclovintage».

    A Paderna con Pietro Cordelli e Giampaolo Bovone per parlare di Jacques Anquetil e Felice Gimondi

    Uno degli eventi più partecipati – al quale ho avuto l’onore di essere invitato per presentare il mio libro 50 anni da Felice – si è svolto venerdì 26 giugno sul Belvedere della chiesa di San Giorgio a Paderna, piccolo paese di poco più di duecento anime sulla destra dello Scrivia, da cui si gode un meraviglioso panorama sulle colline adiacenti. 

    La serata si è divisa in due parti. La prima ha visto il dialogo tra il sottoscritto e Giampaolo Bovone, appassionato collezionista di cimeli ciclistici e di tutto ciò che orbita attorno al teatro di figura, fondatore e presidente dell’Atelier Peppino Sarina con sede a Palazzo Guidobono a Tortona, dedicato al celebre maestro burattinaio di origine lodigiana. Con Giampaolo ci siamo subito intesi quando gli ho raccontato che il mio vicino di casa è Bruno Niemen, erede della famiglia vercellese che da quasi due secoli porta in giro spettacoli di burattini. 

    Davanti a un’attenta platea che ha trovato refrigerio nell’arietta proveniente dai vicini Appennini, che ha attutito almeno per poche ore l’insopportabile calura di questi giorni, io e Giampaolo abbiamo parlato di Jacques Anquetil e di Felice Gimondi, in un dialogo dove ci siamo scambiati i ruoli di intervistatore e intervistato. Bovone ha portato anche la bicicletta del campione francese e due maglie: una rosa del Giro d’Italia e una personalizzata con cui Giampaolo ha corso un’edizione dell’Eroica di qualche anno fa dove ha avuto la fortuna di conoscere il mio campione Felice Gimondi

    Anquetil e Gimondi sono stati due fuoriclasse della bicicletta. Tanto uguali nella loro volontà di vincere quanto diversi nella vita privata. Quella del francese è stata a dir poco tumultuosa, tanto che Beppe Conti, il quale doveva essere anche lui della partita, gli ha dedicato la sua ultima opera dal titolo eloquente, Il Sultano. Agli antipodi quella del Bergamasco, molto più tranquilla e priva di colpi di testa. Regolare e quadrata come il suo modo di pedalare e interpretare il ciclismo. Entrambi sono accomunati dal fatto di avere vinto la Tripla Corona, ovvero tutte e tre le grandi corse a tappe: Tour de France (ben cinque maglie gialle per Anquetil), Giro d’Italia (tre volte Felice) e Vuelta di Spagna. Gimondi si è tolto qualche soddisfazione in più nelle Classiche Monumento (Parigi-Roubaix, Giro di Lombardia e Milano-Sanremo), mentre Anquetil una sola, la Liegi-Bastogne-Liegi. Inoltre Felice è stato campione del Mondo nel 1973. Coppi, Anquetil, Gimondi e Merckx: è stato bello raccontare il ciclismo d’antan, uno sport molto diverso da come siamo abituati a vederlo oggi. 

    Serena Malabrocca con Fabrizio Ofria e Roberto G. Pellegrino in L’ultima Malabrocca

    La perla della serata è stata però alla fine. L’ultima Malabrocca, spettacolo recitato con accompagnamento musicale, scritto e interpretato da Serena Malabrocca, nipote del corridore divenuto leggendario per essersi aggiudicato per due volte di fila (1946 e 1947) la Maglia Nera del Giro che veniva indossata da chi chiudeva la classifica generale. In breve tempo divenne un simbolo, soprattutto per i tifosi a bordo strada che si divertivano a ipotizzare quali espedienti Malabrocca avrebbe escogitato. Si fermava al bar, a chiacchierare con la gente, a schiacciare un pisolino: tutto questo per arrivare ultimo, il che gli garantiva non solo visibilità, ma anche e soprattutto premi in denaro e in natura. Erano anni difficili e ottenerli era un privilegio. 

    Nel 1949, durante questa singolare prestazione, cioè per essere il primo degli ultimi, si trovò di fronte a un rivale pericoloso, Sante Carollo il quale riuscì a strappargli la supremazia e la relativa fama all’ultima tappa. Questo perché Malabrocca esagerò nella cronometro conclusiva Torino-Monza. La giuria, stanca della sceneggiata e di aspettarlo, smontò il palco e gli assegnò lo stesso tempo degli altri corridori. La Maglia Nera venne abolita a partire dal 1952 in quanto i suoi pretendenti per vestirla mettevano in atto degli stratagemmi che di sportivo avevano ben poco.

    In L’ultima Malabrocca, Serena ha fatto rivivere le gesta di suo nonno partendo dal recinto incantato della memoria, di quando la portava per funghi e passeggiando le raccontava di quando correva in bicicletta. Tra suggestioni provenienti da Buzzati e da Brera, dall’amore per la sua Ninfa, dall’amicizia e dai consigli di Fausto Coppi, il ritratto di un uomo che ha dato dignità agli ultimi – che comunque le sue corse le ha vinte (una Coppa Agostoni, una Parigi-Nantes, un Giro di Jugoslavia e due tricolori ciclocross) – perché come ha detto Serena, chi più chi meno: «Siamo tutti Malabrocca!»

    Il Belvedere della chiesa di San Giorgio a Paderna
  • La Milano-Sanremo (quella degli amatori)

    Domenica 7 giugno si è corsa la Milano-Sanremo. Naturalmente non quella dei professionisti che si tiene a fine marzo, bensì quella non competitiva riservata agli amatori. Niente classifica perché in questo caso si pedala solo per il piacere di portare a termine un’impresa a dir poco mastodontica, dato che non si parla di persone che lo fanno per lavoro, ma semplici appassionati che durante la settimana riescono a ritagliarsi con grandi sacrifici spazi anche minimi da dedicare alla bicicletta.

    La Milano-Sanremo dei comuni mortali è a tutti gli effetti una cicloturistica dove ci si iscrive senza l’assillo della prestazione. Fino a qualche anno fa era una gara, ma poi chi la organizza, l’Unione Ciclistica Sanremo, ha pensato che lo spirito della manifestazione doveva essere altro, come ad esempio succede alle challenge del Nord come il Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix e la Liegi-Bastogne-Liegi.

    Certo, c’è chi la fa a tutta, sapendo comunque che, pure se dovesse arrivare prima di tutti gli altri, la sua fatica sarà valsa tanto quanto quella di chi taglierà il traguardo proprio al limite del tempo massimo. Forse è questa la ragione per cui laMilano-Sanremo amatoriale ormai è frequentata più dagli stranieri che dagli italiani, i quali è risaputo amino giocare a fare i pro, quando pro ovviamente non sono. 

    Il Velo Club Vercelli, premiato come quinto gruppo più numeroso

    Le premiazioni ci sono, ma si svolgono il giorno prima della partenza e sono riservate ai gruppi più numerosi. Il messaggio è chiaro: viva la squadra, abbasso l’individualismo. Anche perché da soli su un percorso logorante come questo non si va da nessuna parte. Più di trecento chilometri da sciropparsi, la maggior parte dei quali tutti in pianura, non sono uno scherzo. Perciò è fondamentale trovare il gruppo adatto alle proprie possibilità, dove, fin dallo start, si toccano velocità vertiginose. Basti pensare che nelle prime due ore la media era di quaranta km/h. Bisogna soltanto fare attenzione alle ruote davanti, alle rotonde dove si creano gli immancabili elastici, all’ingresso nei centri abitati, agli attraversamenti pedonali, ai semafori, ai restringimenti e… alle automobili.

    Come è facile immaginare le strade non sono chiuse, quindi la concentrazione in sella deve essere doppia, sia per dosare le energie che per rispettare le regole. Che spesso vengono bellamente ignorate da ambo le parti: dai ciclisti che bruciano il rosso, che occupano tutta la corsia, che buttano le cartacce (per fortuna ne ho visti pochi); dagli automobilisti che si avvicinano troppo alle biciclette, che non segnalano le svolte, che stringono in rotatoria. Tutto ciò causa inevitabili tensioni che sfociano in insulti più o meno velati (propendiamo per i più). Ora, finché l’attrito è confinato in un sacrosanto mandarsi al diavolo a vicenda ci può stare. Non ci sta invece che il guidatore dell’auto affianchi il ciclista e sterzando bruscamente minacci di investirlo. Le nefaste conseguenze non stiamo neanche a descriverle. 

    Il gruppo sul Sassello

    Milano (anzi Settala, periferia est del capoluogo), Naviglio della MartesanaPavia, Tortona, Novi Ligure, Predosa (primo benedetto rifornimento), Castelnuovo Bormida, Acqui Terme: siamo a poco meno della metà del tragitto. La parte più noiosa è andata. È ora di attaccare il Sassello perché non si passa dal Turchino come i professionisti, ci sarebbe da attraversare tutta Genova e farlo una bella domenica che già profuma di estate non è consigliabile. Il Sassello è lungo, è un continuo alternarsi di falsipiani e strappetti che per fortuna non fanno mai male. In cima ci attendono i furgoni che ci stanno assistendo con acqua e bevande zuccherine. Due di noi purtroppo si sono ritirati, ma, sebbene stravolti, trovano la forza per incitarci.

    Si riparte, ma dopo neanche cento metri ecco che siamo costretti a mettere di nuovo il piede a terra. Tutti fermi perché dal paese transita la processione religiosa del Corpus Domini e mica si può tagliare la strada al Padreterno: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Santi che vengono tirati in ballo dagli utenti della strada subito dopo poiché nel frattempo si è creato l’imbuto di auto, moto e bici. Comunque sia in un modo o nell’altro eccoci a Colle Giovo dove ci si butta in picchiata direzione Albisola, con passaggio prima da Stella, paese natale del presidente Pertini

    “Dietro una curva improvvisamente il mare” cantavano FossatiDe André e De Gregori. Proprio il mare dà nuovi stimoli al piccolo gruppetto che si è formato, costituito da ben cinque elementi della squadra ai quali si sono aggiunti un collega di Como, un francese e un volpone di Barcellona che ha succhiato le ruote fin dalla partenza da Milano. Capo Noli dopo Spotorno e Punta Murena prima di Alassio sono gli amuse-bouche del menu che sta per essere servito, quello che vediamo in televisione nella vera Milano-Sanremo. Si comincia con Capo Mele dopo Laigueglia e si prosegue con Capo Cervo e Capo Berta, quest’ultimo più carognino degli altri due. 

    A Imperia abbiamo già macinato 270 km, ne restano 30 che però non sono una passeggiata giacché ci sono ancora da fare le due salite più celebri della Classicissima: la Cipressa e il Poggio, entrambe creature di Vincenzo Torriani che le inserì nella corsa rispettivamente nel 1982 e nel 1960. La Cipressa si prende da San Lorenzo a Mare e attacca subito bella tosta. Poiché entro in una dimensione quasi mistica quando la strada sale dichiaro ai miei compagni di avventura che li aspetterò in cima, così parto a tutta. Poi è una salita che conosco come le mie tasche quindi so come affrontarla. 

    Stessa strategia per il Poggio che è l’ultimo ostacolo da superare prima della gloria. All’imbocco, preso dal sacro fuoco, brucio pure un semaforo a senso alternato prendendomi i giusti improperi dei motociclisti. Mi scusino, ma all’irresistibile invito di quella rampa non ho più ragionato. Volevo provare l’ebbrezza di tirare i freni nei tornanti come fanno i professionisti perché vanno troppo veloci. Io vado la metà di loro, ma posso garantire che succede esattamente così. Finito il Poggio attendo gli altri e prendiamo la decisione di arrivare tutti insieme.

    La discesa ci riporta sull’Aurelia all’ingresso di Sanremo. Scorgiamo la fiamma rossa dell’ultimo chilometro e ci schieriamo per tagliare il traguardo in parata. In cinque, tutti belli allineati. È l’immagine più emozionante di questaMilano-Sanremo, quella che racchiude lo spirito di condivisione della fatica, del sacrificio, dell’entusiasmo, dello sconforto nei momenti bui, della luce che si riaccende quando meno te lo aspetti e della felicità per avere concluso una prova tra le più massacranti che io ricordi, sia a livello fisico che mentale. 

    Arrivo in parata per i cinque compagni del Velo Club Vercelli

    La medaglia è il giusto premio, ma almeno per come la vedo io, la soddisfazione più grande è stata osservare gli occhi lucidi dei miei amici che sono riusciti a finire una gara che Beppe Conti definisce come una classica che tutti i ciclisti sognano fin da quando, ragazzini, salgono in sella a una bicicletta. La corsa della primavera e del sole, d’una nuova stagione che comincia e che guarda all’estate. Rappresenta la via di nuove sfide incontro al futuro, pedalando su strade suggestive e fantasiose. 

    Sono rimasto colpito da quel che mi ha detto un mio amico subito dopo. Non ne aveva quasi più, si è staccato sul Sasselloe ha proseguito per molto tempo da solo fino a quando è stato raggiunto da un altro compagno di squadra, così l’hanno chiusa insieme dandosi forza reciproca. Ebbene, mi ha detto che stava mollando, le gambe non giravano più e lo stomaco si era chiuso. Doveva trovare una motivazione e l’ha trovata ripensando a tutte le ore che ha dedicato a preparare questa Milano-Sanremo, svegliandosi presto al mattino anche d’inverno per mettere in cascina chilometri, sacrificando i weekend quando avrebbe potuto fare altro. 

    Sono fermamente convinto che sia questo il manifesto migliore di come affrontare il ciclismo e più in generale le sfide della vita. La sua è stata la vittoria più bella. Per quanto mi riguarda e per citare Pogačar, tornerò a farla, ma non nell’immediato. Per qualche anno, citando questa volta Gineprio, “io sono a posto così”. 

  • Le cicliste emancipate di Zandomeneghi

    Dei tre Italiens de Paris Federico Zandomeneghi è forse il meno noto, eppure rispetto a Giuseppe De Nittis, ammaliato fin da subito dal canto delle sirene impressioniste, e al mondano Giovanni Boldini è stato il più vicino e partecipe alla vita scapestrata del bohémien, colui il quale incarna la figura dell’artista provocatorio, dissacrante e dissoluto che rifiuta recisamente le convenzioni borghesi, come già si legge nella sua volontà di risiedere a Montmartre, il quartiere per eccellenza dei maudit.

    Nella seconda metà del XIX secolo Parigi costituisce il centro nevralgico della vita culturale, divenendo a tutti gli effetti la capitale dell’arte. Lì pittori, scultori, poeti, scrittori convergono in massa per cercare gloria e onori. Se molti ci provano, pochi ce la fanno. Sono gli anni in cui si afferma l’Impressionismo, salito alla ribalta con la prima storica mostra, ospitata nello studio del fotografo Nadar il 15 aprile del 1874, dove è chiamato a esporre come unico italiano De Nittis. 

    Tra i visitatori c’è anche Zandomeneghi, nato a Venezia il 2 giugno 1841 in un ambiente assai fertile per le inclinazioni artistiche. Il padre Pietro e soprattutto il nonno Luigi, professore alla Real Accademia di Belle Arti della città lagunare, erano infatti rinomati scultori, entrambi epigoni del neoclassicismo di Antonio Canova.

    Federico Zandomeneghi, Impressioni di Roma, olio su tela, 1872, Pinacoteca di Brera, Milano

    Federico, di indole irrequieta e affascinato come molti della sua generazione dalle idee unitarie, nel 1860 aderisce alla spedizione dei Mille di Garibaldi che seguirà ancora nel 1866 durante la Terza Guerra di Indipendenza. Nel 1862 invece lo troviamo a Firenze dove entra in contatto con i Macchiaioli, un incontro destinato a segnarlo per lunghi anni. 

    L’obbiettivo del gruppo creato dal critico Diego Martelli, che si riuniva di solito al Caffè Michelangelo nel capoluogo toscano, era quello di creare un linguaggio artistico nazionale che superasse i tanti e confusi idiomi regionali, un po’ come in letteratura aveva fatto Alessandro Manzoni quando aveva dichiarato di voler sciacquare i panni in Arno. 

    La poetica macchiaiola, che negava in maniera risoluta i principi accademici, a partire dal disegno, era basata su un realismo che di fatto ricordava in superficie quello di Courbet, ma a differenza di quest’ultimo che prediligeva temi universali e di denuncia sociale, tale realismo era rivolto limitatamente al locale e all’aneddoto. Il perdersi in rivoli dialettali fu una delle cause per cui il gruppo toscano fallì.

    Federico Zandomeneghi, In bicicletta, pastello su carta, 1896, Fondazione Enrico Piceni, Milano

    Tra i meriti di Martelli va riconosciuto quello di avere iniziato per primo a parlare di Impressionismo in Italia. Per capire il movimento francese però bisognava recarsi a Parigi. Cosa che fece Zandomeneghi nel 1874 dopo avere girato in lungo e in largo l’Italia in cerca della propria identità. Che egli fosse destinato alla Francia pareva chiaro: Impressioni di Roma, olio su tela del 1872 che rappresenta dei poveri in attesa sui gradini del convento di Aracoeli, suscitò l’ammirazione di Édouard Manet che ebbe l’occasione di vederlo alla Pinacoteca di Brera dove si trova tuttora.

    A Parigi l’artista veneziano resta colpito in special modo dalle opere di Renoir e di Degas dei quali intuisce l’enorme portata artistica e ai quali resta legato da un profondo sentimento di amicizia personale. Da Degas Zandomeneghi riprende i motivi, i colori e le strutture compositive; imitandolo cerca di emendarsi dalle sue peculiarità tipicamente italiane: si veda ad esempio Al Caffè del 1884 e lo si confronti con Assenzio di Degas del 1876, scena, soggetti e taglio pressoché uguali, ma «senza capire la novità strutturale della sua pittura», come sostiene Argan.

    Federico Zandomeneghi, Al Caffè Nouvelle Athènes, olio su tela, 1885, collezione privata

    I soggetti preferiti di Zandomeneghi diventano le figure femminili, ritratte nei gesti quotidiani quali la toeletta, la lettura, i momenti di svago. Seguendole da vicino l’artista coglie in nuce dei temi destinati a divenire cruciali nel Novecento: la conquista della libertà e la parificazione dei diritti

    Sono proprio le donne a essere immortalate da Zandò (così lo ribattezzano in Francia con quel gusto tutto transalpino di accentare l’ultima vocale dei cognomi italiani) mentre scorrazzano in bicicletta al Bois de Boulogne, il parco bagnato dalla Senna, meta prediletta dai parigini nelle ore di svago e ozio. «Il Giardino delle donne; e, come il Viale dei Mirti dell’Eneide, piantato per loro di alberi d’un solo aroma, il Viale delle Acace era frequentato dalle Bellezze celebri», scrive ne La strada di Swann Marcel Proust il quale si recava di nascosto al Bois per vedere passeggiare la cocotte Odette.

    Oggi la bicicletta è un mezzo di trasporto universale, usato senza distinzioni da uomini e donne. Tuttavia agli albori, vale a dire in pieno Ottocento, non era così in quanto era un affare prettamente maschile. Era raro vedere delle donne in sella, tanto più che le prime bici con il tubo orizzontale ribassato per agevolare i movimenti apparvero solo verso la fine del secolo. 

    In sostanza a quell’epoca una bicicletta per favorire il gentil sesso non era ancora stata inventata, così le donne se volevano andare a passeggio erano costrette ad adoperare quella classica da uomo, indossando al posto della gonna i più comodi pantaloni alla zuava. Zandomeneghi, forse inconsapevolmente, ci ha reso così testimoni di un piccolo passo verso una prima emancipazione femminile

    Federico Zandomeneghi, In bicicletta al Bois, pastello su carta, 1896, Fondazione Enrico Piceni, Milano

    Nel 1896, dunque nel pieno della sua maturità, l’artista esegue due pastelli su carta: In bicicletta nel parco e Incontro in bicicletta (Fondazione Enrico Piceni, Milano). L’ambiente è quello en plein-air della borghesia parigina nella belle époque. Del periodo macchiaiolo resta unicamente il gusto per il racconto, mentre i colori tenui e le pose dei soggetti, specie quelli in riposo sull’erba, rimandano in maniera inequivocabile ai grandi maestri dell’Impressionismo che lo hanno preceduto. 

    Infine Zandomeneghi è stato abile a precorrere i tempi. Già nel 1880 con Place d’Anvers si sentono risuonare le prime note divisioniste, ispirate al pointillisme che si sviluppa sempre a Parigi, la città a cui il pittore restò sempre fedele, sino alla morte sopraggiunta nel 1917

  • Mezzo secolo dall’ultima cavalcata rosa di Gimondi

    È uscito da pochi giorni il mio libro 50 anni da Felice (Ediciclo) che racconta la vittoria di Gimondi al Giro d’Italia del 1976 con la bellissima ed emozionante postfazione della figlia Norma. Il titolo ha un doppio significato: il primo è riferito ovviamente al trionfo del campione bergamasco alla Corsa Rosa, il secondo è autobiografico dato che proprio quell’anno io venivo al mondo. Sono nato il 31 gennaio, mentre l’edizione di quel Giro, la cinquantanovesima, fu presentata il giorno prima, il 30. Quando si dice il destino… 

    50 anni da Felice è un libro che parla di ciclismo, ma non solo. Sono dell’opinione che il Giro d’Italia sia una grande storia che contiene tante piccolo storie. Ebbene, io ho provato a raccontarle immaginandomele, giacché per chiare ragioni anagrafiche non ho potuto seguire le vicende. Si parla quindi della corsa, dei luoghi da essa attraversati e dei personaggi che l’hanno popolata. E naturalmente di Felice Gimondi

    Gimondi vince la tappa di Bergamo battendo Eddy Merckx in volata

    Il nome di Gimondi è stato uno dei primi a fissarsi nella mia memoria insieme a quello di Fausto Coppi (in Piemonte non poteva essere altrimenti). A casa era mio nonno a essere appassionato di ciclismo, in televisione non si perdeva una corsa. Da quel che ho saputo dopo, da giovane avrebbe voluto provare a fare il corridore, ma i casi della vita hanno voluto il contrario. 

    Per più di ottant’anni ha lavorato la terra, ma l’amore per la bicicletta non l’ha mai abbandonato. Ricordo che la usava come unico mezzo di spostamento, non avendo mai preso la patente. In cantina, accanto agli utensili da falegname, da fabbro e da muratore, non mancavano quelli da meccanico per aggiustare le biciclette. Arnesi misteriosi che all’epoca non capivo a cosa servissero: pompe, chiavi inglesi, raggi, tubi d’acciaio. 

    Ho bene impressa la prima volta che lo vidi immergere una camera d’aria in una bacinella per capire dove fosse forata. Scoperto il buco si mise a ripararla con il mastice, le mise una toppa, ricavata a sua volta da un’altra camera ormai irrecuperabile, la rimontò nel cerchione, sistemò il copertone, la gonfiò ed ecco che era tornata come nuova. Mi colpirono profondamente la sua abilità e la cura del dettaglio nel portare a termine quel lavoro.  

    Dunque è stato mio nonno l‘anello di congiunzione tra me e Gimondi. La coincidenza ha poi voluto che la mia nascita e la sua vittoria al Giro coincidessero. Il resto è venuto da sé. Ma ci sono altri motivi per cui ho deciso che Felice Gimondi doveva diventare il protagonista del mio romanzo a tappe. 

    Innanzitutto perché essendo io appassionato e praticante assiduo di ciclismo non potevo esimermi dal farlo. Gimondi ha rappresentato un punto fisso dello sport italiano per oltre un decennio. Ha vinto tanto: tre Giri d’Italia, un Tour de France, una Vuelta di Spagna, una Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia e un Campionato del Mondo (più altre corse che non stiamo qui a elencare). 

    La prima pagina della Gazzetta Sportiva che annuncia la vittoria di Gimondi al Giro d’Italia del 1976

    Avrebbe potuto vincere di più, se sul suo cammino non avesse incrociato Merckxl’Eddy o Quello là come lo chiamava lui. Ma a me sinceramente questo poco importa, anzi proprio perché c’è stato Merckx, Gimondi mi ha affascinato ancora di più. Non ho mai amato i campioni invincibili perché non mi sono mai sentito vicino alla retorica dell’eroe. E di retorico e invincibile Gimondi non aveva nulla. 

    È stato un uomo ostinato e caparbio nel tirare fuori il meglio dalla sua passione, dal suo talento e dal suo lavoro. Leggendo le sue interviste e ascoltando le sue dichiarazioni, mi ha colpito il fatto che usasse spesso il termine mestiere, lo stesso che adoperava Cesare Pavese, un altro come Gimondi legato indissolubilmente alla sua terra e alle sue radici, langarole il primo, bergamasche il secondo. 

    Tuttavia, a differenza di Pavese che dentro di sé aveva dei demoni che non è mai riuscito a sconfiggere e che anzi lo hanno sconfitto, Gimondi ha saputo cavare dal suo mestiere e dai suoi demoni (leggi Merckx) la spinta vitale per non arrendersi di fronte a nulla, diventando un esempio umano, ancor prima che sportivo. 

    Era forte nel corpo ed era forte nello spirito Felice Gimondi da Sedrina. Lo ha dimostrato specialmente in quello che reputo il capolavoro della sua vita ciclistica. Un capolavoro che, come tutte le opere che si fregiano di essere tali, parla un linguaggio autonomo, un unicum che non necessita di spiegazioni. Io, molto umilmente, ho provato a raccontarlo per dargli una nuova vita, usando lo strumento a me più affine, la scrittura. 

    Se, al termine, avrò soddisfatto anche solo un poco la curiosità del lettore che mi farà l’onore di avventurarsi tra le pagine del libro, allora ne sarò enormemente felice, consapevole pure io di avere fatto bene il mio mestiere

  • W il Giro d’Italia!

    «Ed ora, correte, correte, correte: tutta l’Italia vuole vedervi, ammirarvi. Tutti sentono il bisogno di applaudirvi. Il vostro bel gesto di aver saputo osare segna l’inizio di una vittoria. In ognuno di voi c’è l’anima di un trionfatore». Sono queste le parole che i centosessantasei corridori lessero sul volantino consegnato il 12 maggio 1909 alla punzonatura del primo Giro d’Italia. Di questi alla partenza il giorno successivo alle 2.53 da Piazzale Loreto a Milano si presentarono al via in centoventisette, pronti ad affrontare un vero salto nel buio dato che non sapevano nemmeno loro a cosa andavano incontro.

    Un ciclismo lontano anni luce da quello a cui siamo abituati oggi, sotto tutti i punti di vista. Otto tappe in tutto per un totale di 2447,9 km, con la classifica che premiava chi raccoglieva più punti e non chi raggiungeva il miglior tempo. Fu una corsa massacrante se pensiamo che la prima frazione, vinta da Dario Beni, misurava la bellezza di 397 km, mentre la più breve, la conclusiva da Torino a Milano, 206. Inoltre tra una tappa e l’altra erano concessi almeno due giorni di riposo.

    Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia nel 1909

    Trionfatore assoluto, primo dei quarantanove pionieri arrivati al traguardo di Milano, Luigi Ganna, muratore di Induno Olona, al quale, sceso dalla bicicletta, chiesero una dichiarazione sul suo meritato successo. Lui, serafico e laconico, rispose senza peli sulla lingua con un commento che non lasciava troppo spazio all’immaginazione: «Me brüsa tant el cü», frase la cui fin troppo facile traduzione lasciamo al lettore. 

    Ganna si intascò le 5.250 lire del premio finale, ma non la maglia rosa, dato che quella fu istituita nel 1931 per volontà di Armando Cougnet, giornalista della Gazzetta dello Sport nonché ideatore e organizzatore, insieme a Tullo Morgagni e a Eugenio Camillo Costamagna, del Giro d’Italia, un evento sportivo che nel giro di breve tempo è diventato un appuntamento irrinunciabile del panorama ciclistico internazionale, fino a diventare parte integrante della storia del nostro Paese.

    Sono passati 117 anni da allora e il Giro, eccettuate due interruzioni forzate a causa della Prima e della Seconda Guerra mondiale, si è sempre disputato. Anche nel 2020, anno tristemente famoso per la pandemia, si corse ugualmente, ma non a maggio, bensì a ottobre. Ne ha viste tante il Giro e tante ne ha raccontate. Ha accompagnato l’Italia nei momenti più felici e in quelli più bui, senza mai abbandonarla, dimostrandole un affetto incondizionato che si è esteso con forza spontanea e naturale a tutti coloro i quali ogni anno sono accorsi e accorrono a festeggiarlo con grida, applausi, striscioni e palloncini. 

    Il Trofeo Senza Fine in una rotonda a Canazei

    Luigi Ganna, Costante Girardengo, Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino BartaliFausto Coppi, Fiorenzo Magni, Charly Gaul, Gastone Nencini, Ercole Baldini, Franco Balmamion, Jacques AnquetilFelice GimondiEddy Merckx, Giuseppe Saronni, Francesco Moser, Bernard HinaultLaurent Fignon, Gianni Bugno, Stephen Roche, Miguel Indurain, Tony Rominger, Marco Pantani, Paolo Savoldelli, Ivan Basso, Alberto ContadorMichele ScarponiVincenzo Nibali, Chris Froome, Primož Roglič, Tadej Pogačar e Simon Yates, ultimo a vedere inciso il suo nome sul Trofeo Senza Fine

    Sono soltanto alcuni dei grandi campioni che hanno brillato sulle strade italiane. Le loro vittorie sono storie uniche, come lo sono quelle di chi il Giro non lo ha mai vinto ma ci è andato vicino, dei cacciatori di tappe, degli scalatori, dei velocisti, degli specialisti delle cronometro, dei gregari, delle maglie nere e dei derelitti del “tempo massimo”, come chiamava Dino Buzzati quelli che lottavano con le unghie e con i denti per non finire fuori dalla competizione. 

    Poi, come abbiamo detto, c’è la gente che ha gioito, riso, pianto e sofferto insieme a chi questi sentimenti, misti a sudore e fatica, li ha provati in sella alla propria bicicletta. Lo spettacolo degli uomini che si assiepano con pazienza e trepidazione a bordo strada, fino a cancellarla del tutto con il loro abbraccio affettuoso e asfissiante quando passano i corridori, si ripete ogni volta come un rito perpetuo che mai cesserà di esistere fino a quando nei loro cuori gonfi di spasmodica attesa governeranno la passione e l’umana solidarietà. 

    Anna Maria Ortese, inviata per L’Europeo a seguire il Giro del 1955, usò queste parole per descrivere il fenomeno che avviene al passaggio della corsa: «Muro di donne, di ragazzi, di uomini, contadini e borghesi, artigiani e signori, marinai, preti, maestri e maestre di scuola con la scolaresca al completo. Vedemmo un domenicano abbagliante. E tutti, al passaggio del Giro, come mossi da un vento, si piegavano avanti, e in quell’attimo si udivano risa di gioia e grida e voci che chiamavano con amore, e incitavano, e subito dopo più niente: come un film vive solo in quell’attimo che attraversa lo schermo, quel muro diventava umano solo nel tempo ch’era illuminato dal Giro. Poi ritornava muro, vento, memoria».

    Il percorso del Giro d’Italia 2026

    Pasolini diceva del ciclismo che è uno sport popolare perché è l’unico in cui non si paga il biglietto. Io stesso, ogni volta che sono andato a vedere passare il Giro, l’ho appurato con stupore. A Oropa dove Marco Pantani ha costruito uno dei suoi tanti capolavori, sul Colle dell’Agnello dove ho assistito a un commovente Michele Scarponi scollinare per primo salvo fermarsi per attendere il suo capitano Vincenzo Nibali, sui rettifili della mia città dove ho visto sfrecciare come una saetta Mario Cipollini, e tante altre volte che sarebbe lungo elencare. Ho letto negli occhi di chi mi stava accanto le stesse emozioni che provavo io, una partecipazione viscerale che scaturisce nell’illusoria volontà di potere trasmettere a chi sta sputando l’anima sui pedali anche solo una minuscola stilla di energia utile ad alleviare la sua pena. 

    So e sappiamo tutti che è una percezione effimera, però so anche che io in quel preciso istante non sono più un cinquantenne ingrigito che ogni giorno fa i conti con le tribolazioni della vita. Per una sola frazione di secondo ringiovanisco e come me ringiovaniscono tutti quelli che mi sono vicini. Perché il bello del Giro d’Italia è esattamente questo, cioè che ci riporta indietro all’età dell’innocenza. Per citare nuovamente Anna Maria Ortese: «chiunque parta col Giro diventa, per un mese, bambino».

    Allora da venerdì 8 maggio, per tre settimane, anche se durerà poco, anche se magari non ha più il richiamo che aveva qualche anno fa, anche se il percorso è giudicato frammentario (e lo è) proviamo a tornare bambini. E come bambini corriamo in strada con il sorriso sulle labbra e gridiamo tutti insieme: W il Giro d’Italia

  • Antonio Colombo: l’acciaio, Cinelli, l’arte e tutto il resto

    Nel 1920 Tristan Tzara pubblica il Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro dove spiega come comporre una poesia dadaista: prendere un giornale e un paio di forbici, scegliere un articolo, ritagliarlo parola per parola e mettere tutto in un sacchetto, estrarre i foglietti uno dopo l’altro, metterli in fila, ricopiarli e declamare il risultato finale. «Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare», così chiude Tzara.

    Quasi sessant’anni più tardi, siamo nel 1978, pur con le dovute differenze, Antonio Colombo compie un’operazione analoga. Per prima cosa rileva una piccola azienda che costruisce biciclette, fino a quel momento gestita da un ex corridore che in carriera ha vinto una Milano-Sanremo e un Giro di Lombardia. Cino Cinelli è uno che lavora alla moda antica, mentre Colombo al contrario è tutto proiettato verso il futuro. Come prima cosa cambia il logo che commissiona a Italo Lupi, uno che sa il fatto suo visto che ha vinto tre volte il Compasso d’Oro, cioè il massimo premio a cui può ambire un designer. 

    Lupi crea l’arcinota C con le tre alette che richiamano ColomboColumbus e Cinelli. Reso riconoscibile il marchio serve dargli un’impronta che lo porti fuori dagli schemi dell’omologazione. Ed è qui che salta fuori il dadaismo di Antonio perché nel contenitore che si è comprato ci mette dentro veramente tutto se stesso: la musica, l’arte, la poesia, il disegno industriale, la cultura underground. Ammette di non sapere nemmeno lui dove andrà a parare, intanto però Cinelli comincia a essere percepito come qualcosa che si differenzia in modo netto dagli altri produttori di biciclette. «Se un tubo d’acciaio si porta dietro anche un po’ di Aristotele e Keith Richards, male non gli fa», pensa il buon Antonio. 

    La Cinelli Supercorsa secondo Barry McGee, 2008

    La storia di questo imprenditore sui generis è raccontata a ritmo di rock nel libro A.C. Confidential (Ediciclo) che Giacomo Pellizzari ha sfornato insieme a Colombo. Lo stile è quello che contraddistingue da sempre lo scrittore milanese e che abbiamo già avuto il piacere di trovare nelle sue opere precedenti come Ma chi te lo fa fare?Gli italiani al Tour de FranceTornanti e altri incantesimiItinerario FeliceIl carattere del ciclistaGenerazione Peter Sagan e l’ultimo dedicato a Marco Pantani La mappa del Pirata

    Dadaista come una serata al Cabaret Voltaire è stata anche la presentazione del libro al Velodromo Vigorelli di Milano con tutti gli amici di Antonio accorsi a festeggiarlo. In prima fila il compagno di bisbocce Fabio Treves

    In A.C. Confidential Pellizzari dipinge su pagina le vicende del poliedrico e dinamico Colombo. Da quando il padre Angelo Luigi, fondatore dell’omonima società produttrice dei migliori tubi d’acciaio in circolazione, lo porta fin da bambino sul campo di battaglia per fargli capire che il lavoro si costruisce dal basso. Così ecco Antonio che invece di essere impiastricciato di marmellata come i suoi coetanei è tutto sporco di pirite che ride e scherza tra i veraci minatori della Maremma. È lì che Colombo riceve il battesimo dell’acciaio

    Quell’acciaio che farà la fortuna della A.L. Colombo, azienda che fornisce il materiale primo per i mobili progettati da Marcel Breuer alla Bauhaus. Se il razionalismo penetra in Italia e trova i suoi sbocchi migliori con Terragni e Pagano è anche grazie ai tubi di acciaio Colombo che trasformano in oggetti da adoperare nel quotidiano ciò che è nato nelle menti e sulle carte dei designer. Non soltanto sedute, tavolini e scaffali, ma anche gli châssis degli aerei e delle automobili faranno la fortuna della Colombo. 

    Catalogo Mobili Razionali Columbus, Milano, 1934

    Antonio è nato nel 1950, dunque negli anni ’60 è obbligatorio che si trovi a vivere un processo epocale, sia interiore, quando come tutti passa dai timidi tormenti dell’adolescenza a quelli più rabbiosi della giovinezza, sia esteriore, quando altrettanto inevitabilmente si imbatte nei nuovi movimenti di protesta che contestano lo statu quo e tendono a scardinare il grigio conformismo del decennio precedente. In tutto questo ha pure la fortuna di capitare nello stesso banco di uno come Fabio Treves, in seguito eccellente musicista che con la sua band suonerà con le più grandi leggende del rock, del jazz e del blues. Si incontrano tutti i giorni nello scantinato di casa Colombo dove ascoltano Radio Luxembourg, antesignana delle rado libere, e scoprono un sottobosco artistico che ovviamente non viene diffuso dalla cultura ufficiale, ma proprio per questo motivo ha sulla loro generazione la forza di attrazione di una calamita. 

    Poi Antonio, che deve decidere cosa fare della sua vita, se ne va a Londra. tre mesi post esame di maturità che lo cambiano nel profondo. Pur con tutte le incertezze legate al domani, pur senza confessarselo apertamente ha già deciso quale sarà la sua strada: portare l’arte nel mondo dell’acciaio, ma non solo da fornitore, bensì da homo faber che governa i fatti suoi. Si sa che il cervello più è giovane, più si arrovella ponendosi domande a getto continuo. Tra le tante, una cambierà le sorti di ciò che sarà di Antonio: «se l’acciaio è già stato usato per fabbricare qualsiasi oggetto perché non per la bicicletta? Ma un attimo, la bicicletta come la intendo io…»

    I tubi Columbus vanno a formare i telai dei grandi marchi che vestono i grandi campioni. Eddy Merckx, tanto per dirne uno, conquista il record dell’ora nel 1972 a Città del Messico su una Colnago assemblata con tubi Columbus, il cui nome comincia a circolare negli ambienti quando Ernesto certifica il fatto con tanto di carta intestata e firma personale. È la consacrazione. La produzione impenna e Antonio apre lo storico capannone in via dei Pestagalli. Moser, Saronni, Gimondi, De Vlaeminck sono solo alcuni dei fuoriclasse che pedalano su bici fatte con tubi di acciaio trafilati a freddo Columbus. Soprattutto con Felice Gimondi nasce un bel rapporto di amicizia che oltrepassa i confini del lavoro. 

    Felice Gimondi in visita agli stabilimenti A.L. Colombo, anni Settanta

    Tutto ciò però non basta ad Antonio. È grazie alla sua creatura Cinelli che d’ora in avanti potrà legare come meglio gli pare il filo delle sue innumerevoli passioni. Le tappe sono tante, Pellizzari le racconta in maniera dettagliata nel libro: dal coinvolgimento dei nomi più importanti del design al lancio sul mercato di modelli oggi ricercati dai collezionisti come la CMX (parente stretta della BMX), la Supercorsa, dove il telaio diventa una tela per gli artisti che la vogliono decorare, la Voladora con cui Francesco Moser stabilisce due primati dell’ora in pochi giorni. 

    Senza dimenticare lo storico Rampichino, la prima mountain bike italiana che diventa ben presto uno status symbol. Tutti vogliono pedalare sul Rampichino, un oggetto affascinante nato per vivere la montagna in ogni stagione e non solo d’inverno, e su biciclette Cinelli: Steve JobsEric Clapton e anche Fidel Castro. Poi, siccome Antonio Colombo è uno che sa vedere ben oltre il proprio naso, anticipa di quindici anni le gravel ideando la Passatore e rilancia la city bike di chi si muove per lavoro con la Bootleg. Le sue intuizioni di marketing si riconoscono anche dalla sua abilità nell’azzeccare ogni volta il nome più adatto ed evocativo: Supercorsa, Rampichino, Passatore, Bootleg, MysticLaser (prima bici ad aggiudicarsi il Compasso d’Oro nel 1991), Zydeco. Non possono non restare impressi, potenziati da campagne pubblicitarie visionarie e d’impatto. 

    Giacomo Pellizzari infine ci ricorda il fil-rouge che contraddistingue la vita di Antonio Colombo: l’arte. Non quella mainstream che non gli è mai interessata, bensì quella di confine, unofficial e undeground che Colombo va a cercare ovunque, nella San Francisco della West Coast in particolare. 

    Pellizzari, Colombo e Stagi alla presentazione di A.C. Confidential al Velodromo Vigorelli

    Nel 1998 Colombo chiude un cerchio, fonda la sua galleria d’arte che è la sintesi degli anni vissuti inseguendo il suo sogno di libertà. Le true stories sono sorprendenti. Romanzi dentro il romanzo. La bicicletta permette anche questo, conoscere cioè persone straordinarie e condividere le loro stesse vibrazioni: Dario PegorettiKeith HaringMario SchifanoAlessandro MendiniRuss PopeBarry McGeeMike GiantStudio AlchimiaOcchiomagico sono solo alcuni dei tanti personaggi che oggi convergono sia nella galleria d’arte che nel Colombo’s Archive, l’archivio vivo che raccoglie tracce di vita del geniale imprenditore che definire tale è tuttavia riduttivo. Perciò ci sentiamo di chiamarlo imprenditore-sognatore, anche se a ben pensarci sembra un ossimoro, ma per Antonio Colombo va bene così. 

    Prendiamo allora in prestito le parole con cui Giacomo Pellizzari chiude il suo ritratto: «Antonio Colombo, moderno Willy Wonka, ha saputo creare biciclette uniche, innovando il ciclismo e la sua estetica come nessuno mai. Lo ha fatto scegliendo di stupire prima che vendere, di creare suggestioni prima che prodotti. E poi magari capita, questo sì, di venire ricordato a lungo come capitano coraggioso, nel mondo del ciclismo, ma non solo».

  • Piccola storia del Vigorelli-Maspes, il tempio del ciclismo

    Giovedì 9 aprile 2026 sono entrato per la prima volta nella mia vita al Vigorelli-Maspes. L’occasione è stata la presentazione del libro di Giacomo Pellizzari dedicato alla figura di Antonio Colombo (a breve un articolo di approfondimento). Conoscendo la mia idiosincrasia nei confronti di Milano, in particolare per il suo mefitico traffico, sono arrivato al velodromo con un fantozziano anticipo che la simpatica ragazza addetta all’accoglienza mi ha fatto notare in maniera neanche troppo velata. Scornato, mi sono seduto sulle tribune e, per ingannare il tempo, ho cominciato a sfogliare le pagine di A.C. Confidential, restandone subito rapito.

    Era una bella giornata di sole, così dopo dieci minuti di lettura ho alzato lo sguardo per osservare meglio la pista che avevo di fronte. Due sono state le sensazioni che si sono impadronite di me. La prima, del tutto emotiva, è stata quando ho preso realmente consapevolezza del luogo in cui mi trovavo, il tempio del ciclismo per eccellenza. Seppure di natura diversa, i sentimenti di stupore e gioia che ho provato possono essere paragonati a quando mi si è parato davanti il Bellini di San Zaccaria a Venezia. La seconda sensazione invece, più razionale, è stata la conseguenza della mia inclinazione nel notare i particolari e da quelli trarre conclusioni generali su ciò che ha attirato la mia attenzione. È in quel preciso istante che ho percepito chiaramente il cambiamento perpetuo di Milano

    Una veduta del Vigorelli, dietro i grattacieli di CityLife

    Mi è tornato alla mente un bel romanzo di Sebastiano Vassalli, pubblicato nel 1996. Cuore di pietra racconta la storia di un’immensa casa dagli inizi del Regno d’Italia fino ai giorni nostri. Vassalli ha dipinto la metafora dell’Italia, dai sogni e dalle speranze di una società giusta fino alla degenerazione degli ideali originali. All’interno di questa casa si susseguono le vicende degli uomini che lì hanno vissuto e lì sono morti. L’elemento umano è la variabile, mentre la costante è la casa che, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo, rimane impassibile, tutt’al più con qualche crepa nei muri o qualche tegola fuori posto, ma sempre pronta ad accogliere chi ha bisogno del suo aiuto. 

    Ebbene, il Vigorelli è proprio come quella casa. In tanti anni ne ha viste di cotte e di crude, ma è rimasto sempre nello stesso identico posto, a testimonianza della sua caparbietà a resistere. Nel 1943 la Guerra ha provato a distruggerlo ma lui si è rialzato, nel 1985 la neve ha cercato di seppellirlo però alla fine si è dovuta arrendere pure lei, così come la pioggia e le intemperie che gli hanno solo levato il primo strato di pelle, ma di più non sono riuscite a fare, solo chinare il capo rispettose dinanzi a lei. La sua ostinata volontà di sopravvivenza va cercata non soltanto nella bontà di chi lo ha aiutato ogni volta a ricostruirsi: è la sua capacità di adattamento ad averlo salvato dalle minacce del tempo.

    A una prima occhiata si avverte uno strano stridore tra la presenza contemporanea e complementare dei listelli di legno che hanno assaggiato la seta dei tubolari di tutti i più grandi campioni e di quel campo da football americano tutto nuovo e tirato a lucido. Sembra un fotomontaggio malriuscito. «Qui si gioca soprattutto a football», mi ha confidato un amico di Milano che da giovane è stato un ottimo pistard e ora cura gli eventi al Vigorelli. È un’antitesi bella e buona: ilciclismo, esercizio italiano che viene dalla fame e che prevede fatica ed essenzialità, convive pacatamente con il più americano e spettacolare degli sport, il football appunto. E non appena lo sguardo si alza per scrutare oltre il muro opposto, se chi lo fa è persona attenta e intuitiva, scopre che la contraddizione è ancora più palese: a sinistra palazzi agghindati di panni stesi ad asciugare di una città non tanto vecchia da avere conosciuto la Ghisolfa di Testori, ma abbastanza da avere sorseggiato la Milano da bere; a destra a fare da contrappunto i monoliti vitrei e moderni di CityLife. Non raccontiamoci delle fole: il grattacielo non è costruzione che appartiene agli italiani, ma nella città che per antonomasia si trasforma di continuo è possibile assistere a simili stramberie. 

    Sono lazzi da passatista, me ne rendo conto. È il Vigorelli stesso a sussurrarmelo: «Stai perdendo il tuo tempo in cose inutili». Molto più semplicemente la Scala del Ciclismo chiede soltanto che la sua storia venga tramandata e rinnovata. Solo in tal modo il Vigorelli può restare e noi no. E se resta, un briciolo di merito lo avrà anche chi si è preso la briga di raccontarne le avventure. Così alla fine restiamo un po’ pure noi.

    Un’altra immagine del Vigorelli, si nota il sintetico del campo da football americano

    Dunque ripercorriamo alla rapidità di un giro di pista le vicende principali del velodromo meneghino. C’è subito una curiosità che lo riguarda ed è relativa alla sua data di inaugurazione. Le fonti ufficiali indicano il 28 ottobre 1935, tuttavia il comitato che gestisce il Vigorelli, dopo avere consultato gli archivi del Corriere della Sera, ha appurato sì la corrispondenza del giorno, ma non quella dell’anno che risulta essere il 1934. Nell’edizione del quotidiano milanese presa in esame si legge che per l’occasione una folla di appassionati fece «una prolungata sosta al nuovo velodromo di via Giovanni da Procida». 

    Sappiamo che nel 1934 il Comune di Milano deliberò l’acquisto dal CONI, per 100.000 lire, della pista in legno allestita a Roma per i Mondiali di ciclismo del 1932 dato che ormai non veniva più utilizzata. Tutta la struttura venne smontata e portata a Milano dove fu sistemata in un nuovo edificio con tribune e spogliatoi. Il Vigorelli sostituì così il vicino velodromo Sempione che fu attivo dal 1917 al 1928. 

    In quegli anni ci fu il boom delle biciclette: basti pensare che nel 1909 ne circolavano 600.000, numero più che raddoppiato nel 1919 quando se ne contavano 1.364.000. A questa statistica aggiungiamo il fatto che molte delle strade erano state distrutte durante la Prima Guerra mondiale. Molte corse continuavano comunque a disputarsi, ma nel contempo aumentava la richiesta di gare su pista. Da qui la necessità di dotarsi di impianti all’avanguardia che consentissero agli atleti il massimo del comfort prestazionale. 

    Il Vigorelli diventò ambito dai corridori per la sua conformazione. Non misurava infatti 400 metri precisi, ma qualcosa di meno: 397,76. Il giornalista Mario Fossati riportò il racconto che gli fece Anteo Carapezzi, per anni direttore del velodromo. Disse che per motivi contingenti il livello del terreno venne abbassato e le curve tagliate. In tal modo chi era abile a dominare le vertiginose paraboliche aveva la possibilità di raggiungere velocità ragguardevoli. Non a caso lì furono portati a compimento ben nove record dell’ora

    Il Vigorelli ha ospitato più volte la partenza della Milano-Sanremo e gli arrivi di corse importanti come il Giro di Lombardia, il Trofeo Baracchi e soprattutto il Giro d’Italia. Ha salutato le maglie rosa di Fausto Coppi (1953), di Charly Gaul (1959), di Jacques Anquetil (1960), di Arnaldo Pambianco (1961) e di Eddy Merckx (1974). Ma l’impresa che lo ha consegnato alla storia del ciclismo è avvenuta il 7 novembre del 1942 quando Coppi conquistò un epico primato dell’ora. 

    Fausto Coppi tenta il record dell’ora, il 7 novembre 1942 al velodromo Vigorelli di Milano

    L’Italia era in piena guerra, Fausto è arruolato in fanteria ma in virtù del suo talento e della sua popolarità gode spesso di licenze per allenamenti e gare, almeno quelle poche che si riescono a disputare, specie su pista. Nel 1942 Biagio Cavanna gli dice che è pronto e contatta Eberardo Pavesi il quale gli fa preparare una bicicletta adatta a lui, con cerchioni di legno e pneumatici di larga sezione. Viene coinvolto il già citato Anteo Carapezzi, ex corridore, vincitore di una Milano-Modena nel 1906 e ora direttore del Vigorelli, che compila una tabella di marcia sui tempi del detentore, il francese Maurice Archambaud che proprio al velodromo milanese il 3 novembre 1937 aveva fissato il record a 45,767 km

    Coppi parte bene, forse troppo, rallenta vistosamente dopo circa tre quarti d’ora, ma alla fine, proprio sul filo del rasoio, riesce nel suo intento percorrendo 45,798 km, ovvero soli 31 metri più di Archambaud. Gianni Brera così lo racconta: «Lo portano in trionfo. La notizia corre il mondo. Si perdono battaglie in Africa e sul mare, ma questa è vinta». 

    La targa che ricorda il fuoriclasse Antonio Maspes al quale è cointitolato il Vigorelli

    Un altro grande sportivo ha legato il suo nome al Vigorelli, tanto che dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2000, ha avuto l’onore della cointitolazione. Stiamo parlando di Antonio Maspes, uno dei migliori interpreti della pista, specialista nella velocità dove è stato sette volte Campione del Mondo e dieci italiano. Talmente innamorato del Vigorelli che da giovane per entrarci a correre arrivò a mentire sul proprio anno di nascita, Maspes fu celebre per la sua abilità nel surplace, una tecnica che consiste nel restare fermi in equilibrio sulla bicicletta in attesa del momento migliore per attaccare. Nella finale dei Mondiali 1961 a Zurigo, in un logorante esercizio di nervi, il pistard milanese restò immobile a fianco del suo avversario Michel Rousseau per la bellezza di 26 minuti e 26 secondi, andando poi a vincere. Infine Maspes entrò nell’immaginario collettivo dei tifosi per la sua rivalità con Sante Gaiardoni con il quale si contese le principali vittorie nella prima metà degli anni ’60.

    Una targa sul muro d’ingresso ricorda Maspes. È posta a fianco di quella dedicata a Franco Zaffieri e di fronte a quella che testimonia il concerto che i Beatles tennero il 24 giugno 1965 con l’apertura di un insospettabile Peppino di Capri. Più movimentato il live dei Led Zeppelin che nel 1971 si videro costretti a interrompere l’esibizione dopo pochi minuti a causa di tensioni tra il pubblico, le forze dell’ordine e la band stessa. 

    La targa commemorativa del concerto tenuto dai Beatles al Vigorelli il 24 giugno 1965

    E come dimenticare l’officina di Faliero Masi, l’artista del telaio, nonché meccanico di fiducia di Maspes e di altri come AnquetilCoppiMagniAdorniPambianco e Merckx? La sua bottega si trova sotto una gradinata del velodromo. Visitarla è un’esperienza che ogni appassionato dovrebbe provare. Sia per vedere la postazione e i ferri del mestiere di chi ha creato veri capolavori a due ruote, sia per le fotografie, i cimeli e i trofei che fanno da contorno a tutto il resto. 

    Il Vigorelli è vivo e ha tanta voglia di raccontarsi e farsi raccontare. Basta andarlo a trovare, sedersi su una seggiola, restare in silenzio e chiudere gli occhi. I più fortunati udiranno un fruscio dapprima indistinguibile, poi via via più familiare, lo scorrere leggero e veloce di una ruota, il rumore della catena bene oliata, il respiro affannoso di chi la spinge all’inverosimile, le urla fragorose dei tifosi che lo incitano, gli applausi scroscianti che salutano una vittoria, quelli sportivi rivolti a chi ha conosciuto l’amaro sapore della sconfitta ma si è battuto lealmente. Sì il Vigorelli merita decisamente che si torni a tutto questo.

  • Quante Milano-Sanremo!

    Seguo il ciclismo fin da quando ero bambino. Credo sia stato mio nonno a trasmettermi questa passione, più o meno consapevolmente. Da ambo le parti intendo. Nel senso che lui non mi ha mai costretto, come del resto io non gli ho mai chiesto esplicitamente di farlo. Mio nonno è mancato quando io ero poco più che un adolescente, perciò la memoria che ne conservo non è del tutto nitida. Tuttavia lo ricordo benissimo a fare due cose: curare il suo orto e costantemente in sella a una bicicletta. Nel fisico assomigliava molto a Ottavio Bottecchia: magro, asciutto e tutto nervi, un po’ curvato dalle fatiche di una vita, ma con una forza incredibile a dispetto dell’età. Un veneto di ferro, per parafrasare il titolo del bel documentario realizzato da Franco Bortuzzo su Bottecchia, El furlan de fero.

    Una delle sette perle di Eddy Merckx

    Comunque siano andate le cose, vedere ogni giorno mio nonno che si muoveva in bicicletta, che riparava biciclette, che guardava in televisione tutte le corse di biciclette, ha fatto sì che io avessi un imprinting ben preciso. L’amore per questo meraviglioso mezzo di trasporto, grazie al quale ho conquistato la mia prima indipendenza, per me è sempre stato costante. Ho avuto una pausa da esso solo nei primi anni 2000, quando cioè tradirono il mio eroe Marco Pantani. Un blackout durato ancora dopo che trovarono il povero Marco senza vita in un anonimo hotel di Rimini. Poi, verso il 2009, ho ricominciato a seguire il ciclismo, prima da tifoso come lo ero stato in passato e subito dopo ho anche iniziato a praticarlo. Sono passati diciassette anni e non ho ancora smesso.

    Quando sono di base ad Alassio, mi piace percorrere gli ultimi sessanta chilometri della Milano-Sanremo immaginandomi in fuga con il gruppo che non riesce più a riprendermi. Sovente sono da solo, ma una volta a tenermi compagnia c’è stato l’amico e collega Paolo Viberti, uno che ha seguito non so quanti Giri, Tour, Classiche, Olimpiadi, Coppe del Mondo di sci e chi più ne ha più ne metta. Quel giorno con Paolo è stato doppiamente bello perché non solo abbiamo pedalato insieme, ma lui, da narratore navigato quale è, ha cominciato a raccontarmi di inediti retroscena ai quali aveva assistito. Ma non tutti in una volta, bensì a puntate. «Vuoi sapere come è andata a finire? – mi chiese al termine della Cipressa – Sì? Allora proseguiamo che il resto della storia te lo dico sul Poggio».

    Quando poteva mio nonno seguiva con grande attenzione le gare e io con lui a tenergli compagnia. Tra le tante, fossero corse di un giorno o a tappe, ce n’è sempre stata una che ha calamitato la mia attenzione più di ogni altra ed è appunto la Milano-Sanremo. Mi sono più volte domandato il perché di questa mia preferenza. La risposta più soddisfacente a cui sono giunto è perché si svolge al principio della primavera, dunque essa simboleggia la rinascita della vita che riprende il suo corso dopo la noiosa immobilità dell’inverno. Anche il percorso è metaforico: si parte dalla pianura e ci si dirige verso il mare, un po’ come quando ci si prepara per andare in vacanza con l’attesa di quel che verrà. Ecco, sintetizzano il concetto in maniera brutale, penso che la Milano-Sanremo sia come il Sabato del villaggio di leopardiana memoria. 

    Il murale nella discesa della Cipressa

    Con i suoi quasi 300 km è la più lunga delle Classiche Monumento e, a pensarci bene, il suo percorso non è evocativo come ad esempio lo è quello del Giro delle Fiandre o della Parigi-Roubaix che offrono muri, pietre e pavé. Si parte da Milano (oggi da Pavia), si digeriscono oltre cento chilometri di piattume totale, si scala l’anonimo Passo del Turchino, ci si butta sull’Aurelia e si comincia ad accumulare dislivello dopo 230 km sui tre Capi (MeleMimosa e Berta), dei quali solo l’ultimo è vagamente impegnativo. Prima del 1960 si tirava dritti sull’Aurelia fino a Sanremo, ma siccome la faccenda stava iniziando a stancare ecco arrivare in quell’anno il Poggio e nel 1982 la Cipressa, entrambe opere di Vincenzo Torriani

    Tuttavia la Milano-Sanremo, a detta dei corridori, è la corsa più difficile da interpretare. Lo è certamente per la sua lunghezza e lo è perché per vincerla occorre un’attenta condotta di gara. Chi la segue in televisione dice che basta vedere gli ultimi 30 chilometri, prima ci si può dedicare a una duratura pennichella ristoratrice sul divano. È però in quelle interminabili ore in cui il gruppo viaggia compatto che si decidono le sorti di chi sta pedalando. Chi ambisce al successo non può distrarsi e al tempo stesso deve dosare le energie. Anche la più esigua goccia di carburante rimasta nel serbatoio alla fine servirà. Ora, immaginiamo quanto possa essere sfiancante per il fisico e per lo spirito un simile esercizio. 

    Inoltre la Classicissima è un aggancio romantico al ciclismo dei pionieri che ai primi del Novecento si sciroppavano centinaia di chilometri ogni volta, senza gli appoggi di cui possono godere oggidì i professionisti. La prima edizione si corse nel 1907 per volere di Tullo MorgagniEugenio Camillo Costamagna e Armando Cougnet, i tre giornalisti della Gazzetta dello Sport che due anni più tardi daranno il via al Giro d’Italia. A vincerla il francese Lucien Petit-Breton. Scorrendo l’elenco, dopo di lui, si incontrano nomi scolpiti nella storia del ciclismo. Solo per citare i più famosi: Costante Girardengo, Giovanni Brunero, Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino BartaliFausto Coppi, Louison Bobet, Rik van Looy, Raymond Poulidor, Roger de Vlaeminck, Beppe Saronni, Francesco Moser, Sean Kelly, senza dimenticare quello che ne ha in bacheca di più, Eddy Merckx, il Cannibale che ne conta sette. 

    La vittoria di Gianni Bugno nel 1990

    Ne ho viste davvero tante di Milano-Sanremo: la prima che ricordo, seppur vagamente, è quella del 1984 di Francesco Moser, poi le due consecutive di Fignon, corridore che mi colpì per il suo codino biondo e, specialmente, perché portava gli occhiali da vista proprio come me. E che bella nel 1990 la vittoria di Gianni Bugno, il mio idolo di gioventù che in quell’edizione non mollò di un centimetro nonostante i secondi accumulati dal tedesco Gölz sul Poggio! L’ultima salita della Classica di Primavera, introdotta da Vincenzo Torriani nel 1960 per movimentare la corsa, fu decisiva anche nel 1991 quando Claudio Chiappucci staccò il danese Sorensen negli ultimi tornanti per andare a trionfare sul traguardo di Via Roma. 

    Negli anni 2000 la Milano-Sanremo tornò a diventare un affare per velocisti. Ricordo la prepotente vittoria di Mario Cipollini nel 2002 (stesso anno in cui si laureò Campione del Mondo a Zolder), quella di Paolo Bettini nel 2003 su Mirko Celestino, di Alessandro Petacchi nel 2005 e di Pippo Pozzato nel 2006, mentre nel 2008 è stata l’ora di Fabian Cancellara e nel 2009 di Mark Cavendish, forse il più forte sprinter della storia.

    Un’immagine dell’edizione da tregenda del 2013

    Un’altra edizione che vale la pena ricordare è del 2013: tempo da tregenda con neve all’imbocco del Turchino tanto che la giura decise di fermare il gruppo in prossimità del passo, caricare i corridori e le biciclette sui pullman e sulle ammiraglie e fare ripartire tutti da Cogoleto. Tanti si ritirarono perché intirizziti dal freddo. Non la meteora della MTN-Qhubeka Gerald Ciolek che regolò Cancellara e Peter Sagan per cui la corsa cominciò a rivelarsi una maledizione, non avendola poi mai vinta.

    Passò un lustro e accadde l’impensabile. Tutti controllavano Sagan il quale era il favorito numero uno. Nessuno provò ad attaccarlo, salvo il lettone della Israel Krists Neilands che provò la mossa a sorpresa sul Poggio. I corridori più attesi non risposero, salvo uno che però per genetica non aveva le caratteristiche per aggiudicarsi una gara simile. Lo avevano sempre detto tutti che uno come lui non era da Sanremo. Invece quel giorno ci credette e fu l’unico ad andare dietro a Neilands. Non era un uomo qualsiasi: era uno che aveva già in bacheca due Giri d’Italia, un Tour de France, una Vuelta e due Lombardia. Vincenzo Nibali fece ciò che gli sembrò più naturale in quel momento, staccò il rivale, scollinò tutto solo in cima e dette il meglio di sé nella specialità che lo aveva avvantaggiato in passato, la discesa. Tornato sull’Aurelia si spolmonò allo sfinimento perché sapeva che gli avversari lo stavano braccando. Ma ormai era troppo tardi, lo Squalo dello Stretto era già in procinto di tagliare il traguardo dove agguantò uno dei suoi più indimenticabili allori, da gustarsi tutto quanto perché inatteso. Da dodici anni l’Italia aspettava quel trionfo. Non erano i diciassette che separavano le vittorie di Loretto Petrucci (1953) e Michele Dancelli (1970), ma era pur sempre un periodo di digiuno consistente.

    L’emozionante vittoria di Vincenzo Nibali nel 2018 (fonte ANSA)

    In tempi recenti la Milano-Sanremo è stata vinta da AlaphilippeVan AertStuyvenMohorič e negli ultimi tre anni dai due alfieri della Alpecin: Van der Poel (campione in carica) e da Philipsen. Quest’anno non sappiamo come andrà a finire, tutti puntano sul fuoriclasse Tadej Pogačar, già terzo nel 2024 e nel 2025. Lo sloveno dovrà sperare di staccare Van der Poel sulla Cipressa o sul Poggio, altrimenti in un arrivo a ranghi ridotti sarà in svantaggio rispetto a un Van der Poel in stato di grazia. Poi c’è anche Pippo Ganna che scalpita per un sigillo che non sia il solito a cronometro. Insomma sabato 21 marzo ci sarà da divertirsi. Buona Sanremo a tutti! Addormentatevi pure, ma ricordate di svegliarvi gli ultimi trenta chilometri. 

  • A caccia con Fausto Coppi

    Un giorno di marzo di qualche anno fa, credo fosse il 2019, io e due amici decidemmo di trovarci nei pressi di Tortona con l’obiettivo dichiarato di andare in pellegrinaggio nei luoghi di Fausto Coppi. Era un bel lunedì mattina di inizio primavera che tuttavia non permetteva ancora di vestirsi leggeri, Ricordo infatti che tutti e tre indossavamo le calzamaglie lunghe, gli scaldacollo, giacche e guanti invernali. Chi ama questo sport conosce molto bene la sensazione di libertà che trasmette non soltanto la bicicletta, ma anche la possibilità di pedalare leggeri e non tutti intabarrati. 

    Eravamo partiti da Tortona in direzione Castellania (oggi Castellania Coppi), paese natale di Fausto e dello sfortunato fratello Serse. Possedendo un pessimo senso dell’orientamento mi ero affidato ai miei due compagni di avventura, uno dei quali originario di quelle zone, per cui ero certo di non perdermi. Prima di entrare nelle colline alessandrine rammento un lungo e noioso rettilineo, per fortuna poco trafficato. In quel frangente, a rendere insidiosa la tratta era invece l’asfalto che di lì a poco avrei scoperto essere una costante negativa. Autentiche voragini che mettevano a dura prova i pur resistenti cerchi in carbonio delle nostre specialissime. Per chi stava davanti a fare l’andatura era un continuo segnalare ostacoli e pericoli a chi si trovava in scia. 

    Non sarebbe andata meglio una volta abbandonata la via maestra. Anche le strade secondarie non se la passavano bene, anzi, lì era peggio che andare di notte. Se in salita il problema non sussisteva, in discesa bisognava continuamente tirare i freni e fare la gimcana tra un cratere e l’altro. Detto ciò, non vorremmo scoraggiare chi è interessato a fare un’uscita da quelle parti, solo gli consigliamo di prestare la massima attenzione. Oltretutto si pedala in posti dove le automobili e i camion si vedono di rado, perciò niente paura. 

    Sono passati ormai sette anni da allora, tuttavia ho bene impressi nella memoria diversi particolari. Ad esempio le pendenze proibitive di alcuni strappi dove il rischio di cappottarsi è concreto; l’emozione di entrare a Castellania che il 20 maggio 2017 era stata pure partenza di tappa del Giro d’Italia poi vinto dall’olandese Tom Dumoulin che si era imposto nella suddetta frazione con arrivo a Oropa. A ricordo di quella giornata è stato dipinto un murale all’ingresso del paese. Infine la visita al luogo che ospita le spoglie mortali dei due fratelli Coppi, meta di molti amatori che ogni anno partecipano alla classica ciclosportiva Mortara-Castellania che ha superato le quaranta edizioni. 

    Castellania, uno dei murales dedicati a Fausto Coppi

    Tuttavia l’emozione più grande si sarebbe materializzata di lì a poco. Dopo le foto di rito davanti al monumento, uno di noi aveva avanzato la proposta di andare a visitare la casa dove erano nati Fausto e Serse. Per le vie del piccolo paese dimenticato da Dio non c’era nessuno, tantomeno davanti all’abitazione, per cui, con quel piglio tipico dell’adulto che si illude di tornare bambino infrangendo una piccola regola e poiché il cancello era aperto, siamo entrati nel cortile. Lì, sotto un porticato, abbandonati a sé stessi facevano bella mostra dei pannelli informativi con immagini e informazioni relative alla vita dei due Coppi, Fausto in particolare. Devo ammettere che in me prevaleva la tristezza. Pensavo: «ma come? Siamo in quello che si può definire un santuario profano e guarda come è ridotto». 

    A un certo punto il nostro silenzio – non ce lo siamo detti apertamente, ma sono convinto che anche i miei due amici stessero facendo gli stessi ragionamenti – è stato rotto dal rumore di alcuni passi sulla ghiaia

    «Buongiorno! – ci salutò un signore già in là con gli anni – Siete venuti per visitare la casa di Fausto?».

    «Sì – rispondemmo quasi all’unisono – ma abbiamo visto che è chiusa e che oggi non è prevista l’apertura».

    «Non c’è nessun problema – ci tranquillizzò – le chiavi le ho io. Abito proprio qui di fronte. Se mi aspettate vado a prenderle. State pure quanto volete».

    Fummo costretti a declinare l’invito perché iniziavamo a raffreddarci e perché uno di noi doveva rientrare prima per motivi di lavoro, tuttavia ciò non ci impedì di scambiare con quell’uomo alcune chiacchiere. La prima domanda era pressoché scontata: «ma lei ha conosciuto Fausto Coppi?»

    «Eccome no! Lui era un po’ più grande di me in età ed erano gli ultimi anni che correva. Ricordo che quando tornava qui a Castellania per riposarsi dalle tante fatiche in bicicletta ci trovavamo spesso. Fausto sapeva che io andavo spesso a caccia e per questo ogni volta mi chiedeva di venire con me».

    Castellania, il sepolcro di Fausto e Serse Coppi

    È risaputa la passione del Campionissimo per l’arte venatoria, da lui amata tanto quanto la bicicletta. Non appena ne aveva l’opportunità si dedicava a lunghe giornate col fucile in spalla insieme agli amici. Una, rimasta leggendaria, è stata quella con il rivale Gino Bartali. Le sue prede preferite erano i galli forcelli dell’Appennino e le anatre della Lomellina. Proprio l’amore per la caccia gli risultò fatale. Fu durante una battuta in Burkina Faso (allora Alto Volta), dove si era recato insieme ad altri colleghi francesi, tra i quali Anquetil e Géminiani, che nel 1959 l’Airone contrasse la malaria che lo portò alla morte il 2 gennaio del 1960 a soli quarant’anni. 

    «Fausto gareggiava ancora a quel tempo – riprese a raccontare il signore – ma mi aveva confidato che presto avrebbe smesso. Anche se era quasi alla fine doveva comunque continuare a fare la vita d’atleta che era il suo lavoro. Quindi era impensabile uscire a piedi per tante ore e fare su e giù nelle nostre colline che poi si affaticava le gambe. Mi diceva che Biagio Cavanna, il suo massaggiatore, se ne sarebbe subito accorto, solo tastando i polpacci, e gli avrebbe fatto una lavata di capo delle sue. Allora montavamo in sella al mio Aquilotto, sceglievamo un appostamento che ci garbava e aspettavamo. Ci seguiva sempre la mia cagnolina, la migliore che abbia mai avuto nel riporto. Povero Fausto, non meritava di fare una fine del genere».

    Nessuno di noi osò fiatare mentre quell’uomo gentile finiva di condividere con noi una storia che si era rivelata una perla di rara bellezza. Non potemmo fare altro che ringraziarlo, salutarlo, girare le nostre biciclette e fare ritorno alle auto in un religioso e rispettoso silenzio.

    La celebre foto di Carlo Martini con il passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali

    Già, povero Fausto Coppi. L’uomo che aveva vinto tutto quello che si poteva vincere (cinque Giri, tre Tour, cinque Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Roubaix, un Mondiale su strada, due su pista e un record dell’ora al Vigorelli con l’Italia in piena Guerra), si era arreso a un minuscolo avversario che si vede solo al microscopio e alla negligenza dei medici. 

    Come ha scritto uno dei suoi più autorevoli cantori, Gianni Brera in Coppi e il diavolo: «Del resto, gli eroi autentici vanno per tempo rapiti in cielo. Non possono vivere tra noi, al nostro mediocre livello. Così il leggendario Fausto Coppi da CastellaniaRequiescas in pace, povero vecchio amico. La sola certezza che tu finalmente riposi può consolare in parte noi che restiamo». 

    Il murale di Fausto Coppi all’ingresso di Castellania