Giovedì 9 aprile 2026 sono entrato per la prima volta nella mia vita al Vigorelli-Maspes. L’occasione è stata la presentazione del libro di Giacomo Pellizzari dedicato alla figura di Antonio Colombo (a breve un articolo di approfondimento). Conoscendo la mia idiosincrasia nei confronti di Milano, in particolare per il suo mefitico traffico, sono arrivato al velodromo con un fantozziano anticipo che la simpatica ragazza addetta all’accoglienza mi ha fatto notare in maniera neanche troppo velata. Scornato, mi sono seduto sulle tribune e, per ingannare il tempo, ho cominciato a sfogliare le pagine di A.C. Confidential, restandone subito rapito.
Era una bella giornata di sole, così dopo dieci minuti di lettura ho alzato lo sguardo per osservare meglio la pista che avevo di fronte. Due sono state le sensazioni che si sono impadronite di me. La prima, del tutto emotiva, è stata quando ho preso realmente consapevolezza del luogo in cui mi trovavo, il tempio del ciclismo per eccellenza. Seppure di natura diversa, i sentimenti di stupore e gioia che ho provato possono essere paragonati a quando mi si è parato davanti il Bellini di San Zaccaria a Venezia. La seconda sensazione invece, più razionale, è stata la conseguenza della mia inclinazione nel notare i particolari e da quelli trarre conclusioni generali su ciò che ha attirato la mia attenzione. È in quel preciso istante che ho percepito chiaramente il cambiamento perpetuo di Milano.

Mi è tornato alla mente un bel romanzo di Sebastiano Vassalli, pubblicato nel 1996. Cuore di pietra racconta la storia di un’immensa casa dagli inizi del Regno d’Italia fino ai giorni nostri. Vassalli ha dipinto la metafora dell’Italia, dai sogni e dalle speranze di una società giusta fino alla degenerazione degli ideali originali. All’interno di questa casa si susseguono le vicende degli uomini che lì hanno vissuto e lì sono morti. L’elemento umano è la variabile, mentre la costante è la casa che, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo, rimane impassibile, tutt’al più con qualche crepa nei muri o qualche tegola fuori posto, ma sempre pronta ad accogliere chi ha bisogno del suo aiuto.
Ebbene, il Vigorelli è proprio come quella casa. In tanti anni ne ha viste di cotte e di crude, ma è rimasto sempre nello stesso identico posto, a testimonianza della sua caparbietà a resistere. Nel 1943 la Guerra ha provato a distruggerlo ma lui si è rialzato, nel 1985 la neve ha cercato di seppellirlo però alla fine si è dovuta arrendere pure lei, così come la pioggia e le intemperie che gli hanno solo levato il primo strato di pelle, ma di più non sono riuscite a fare, solo chinare il capo rispettose dinanzi a lei. La sua ostinata volontà di sopravvivenza va cercata non soltanto nella bontà di chi lo ha aiutato ogni volta a ricostruirsi: è la sua capacità di adattamento ad averlo salvato dalle minacce del tempo.
A una prima occhiata si avverte uno strano stridore tra la presenza contemporanea e complementare dei listelli di legno che hanno assaggiato la seta dei tubolari di tutti i più grandi campioni e di quel campo da football americano tutto nuovo e tirato a lucido. Sembra un fotomontaggio malriuscito. «Qui si gioca soprattutto a football», mi ha confidato un amico di Milano che da giovane è stato un ottimo pistard e ora cura gli eventi al Vigorelli. È un’antitesi bella e buona: ilciclismo, esercizio italiano che viene dalla fame e che prevede fatica ed essenzialità, convive pacatamente con il più americano e spettacolare degli sport, il football appunto. E non appena lo sguardo si alza per scrutare oltre il muro opposto, se chi lo fa è persona attenta e intuitiva, scopre che la contraddizione è ancora più palese: a sinistra palazzi agghindati di panni stesi ad asciugare di una città non tanto vecchia da avere conosciuto la Ghisolfa di Testori, ma abbastanza da avere sorseggiato la Milano da bere; a destra a fare da contrappunto i monoliti vitrei e moderni di CityLife. Non raccontiamoci delle fole: il grattacielo non è costruzione che appartiene agli italiani, ma nella città che per antonomasia si trasforma di continuo è possibile assistere a simili stramberie.
Sono lazzi da passatista, me ne rendo conto. È il Vigorelli stesso a sussurrarmelo: «Stai perdendo il tuo tempo in cose inutili». Molto più semplicemente la Scala del Ciclismo chiede soltanto che la sua storia venga tramandata e rinnovata. Solo in tal modo il Vigorelli può restare e noi no. E se resta, un briciolo di merito lo avrà anche chi si è preso la briga di raccontarne le avventure. Così alla fine restiamo un po’ pure noi.

Dunque ripercorriamo alla rapidità di un giro di pista le vicende principali del velodromo meneghino. C’è subito una curiosità che lo riguarda ed è relativa alla sua data di inaugurazione. Le fonti ufficiali indicano il 28 ottobre 1935, tuttavia il comitato che gestisce il Vigorelli, dopo avere consultato gli archivi del Corriere della Sera, ha appurato sì la corrispondenza del giorno, ma non quella dell’anno che risulta essere il 1934. Nell’edizione del quotidiano milanese presa in esame si legge che per l’occasione una folla di appassionati fece «una prolungata sosta al nuovo velodromo di via Giovanni da Procida».
Sappiamo che nel 1934 il Comune di Milano deliberò l’acquisto dal CONI, per 100.000 lire, della pista in legno allestita a Roma per i Mondiali di ciclismo del 1932 dato che ormai non veniva più utilizzata. Tutta la struttura venne smontata e portata a Milano dove fu sistemata in un nuovo edificio con tribune e spogliatoi. Il Vigorelli sostituì così il vicino velodromo Sempione che fu attivo dal 1917 al 1928.
In quegli anni ci fu il boom delle biciclette: basti pensare che nel 1909 ne circolavano 600.000, numero più che raddoppiato nel 1919 quando se ne contavano 1.364.000. A questa statistica aggiungiamo il fatto che molte delle strade erano state distrutte durante la Prima Guerra mondiale. Molte corse continuavano comunque a disputarsi, ma nel contempo aumentava la richiesta di gare su pista. Da qui la necessità di dotarsi di impianti all’avanguardia che consentissero agli atleti il massimo del comfort prestazionale.
Il Vigorelli diventò ambito dai corridori per la sua conformazione. Non misurava infatti 400 metri precisi, ma qualcosa di meno: 397,76. Il giornalista Mario Fossati riportò il racconto che gli fece Anteo Carapezzi, per anni direttore del velodromo. Disse che per motivi contingenti il livello del terreno venne abbassato e le curve tagliate. In tal modo chi era abile a dominare le vertiginose paraboliche aveva la possibilità di raggiungere velocità ragguardevoli. Non a caso lì furono portati a compimento ben nove record dell’ora.
Il Vigorelli ha ospitato più volte la partenza della Milano-Sanremo e gli arrivi di corse importanti come il Giro di Lombardia, il Trofeo Baracchi e soprattutto il Giro d’Italia. Ha salutato le maglie rosa di Fausto Coppi (1953), di Charly Gaul (1959), di Jacques Anquetil (1960), di Arnaldo Pambianco (1961) e di Eddy Merckx (1974). Ma l’impresa che lo ha consegnato alla storia del ciclismo è avvenuta il 7 novembre del 1942 quando Coppi conquistò un epico primato dell’ora.

L’Italia era in piena guerra, Fausto è arruolato in fanteria ma in virtù del suo talento e della sua popolarità gode spesso di licenze per allenamenti e gare, almeno quelle poche che si riescono a disputare, specie su pista. Nel 1942 Biagio Cavanna gli dice che è pronto e contatta Eberardo Pavesi il quale gli fa preparare una bicicletta adatta a lui, con cerchioni di legno e pneumatici di larga sezione. Viene coinvolto il già citato Anteo Carapezzi, ex corridore, vincitore di una Milano-Modena nel 1906 e ora direttore del Vigorelli, che compila una tabella di marcia sui tempi del detentore, il francese Maurice Archambaud che proprio al velodromo milanese il 3 novembre 1937 aveva fissato il record a 45,767 km.
Coppi parte bene, forse troppo, rallenta vistosamente dopo circa tre quarti d’ora, ma alla fine, proprio sul filo del rasoio, riesce nel suo intento percorrendo 45,798 km, ovvero soli 31 metri più di Archambaud. Gianni Brera così lo racconta: «Lo portano in trionfo. La notizia corre il mondo. Si perdono battaglie in Africa e sul mare, ma questa è vinta».

Un altro grande sportivo ha legato il suo nome al Vigorelli, tanto che dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2000, ha avuto l’onore della cointitolazione. Stiamo parlando di Antonio Maspes, uno dei migliori interpreti della pista, specialista nella velocità dove è stato sette volte Campione del Mondo e dieci italiano. Talmente innamorato del Vigorelli che da giovane per entrarci a correre arrivò a mentire sul proprio anno di nascita, Maspes fu celebre per la sua abilità nel surplace, una tecnica che consiste nel restare fermi in equilibrio sulla bicicletta in attesa del momento migliore per attaccare. Nella finale dei Mondiali 1961 a Zurigo, in un logorante esercizio di nervi, il pistard milanese restò immobile a fianco del suo avversario Michel Rousseau per la bellezza di 26 minuti e 26 secondi, andando poi a vincere. Infine Maspes entrò nell’immaginario collettivo dei tifosi per la sua rivalità con Sante Gaiardoni con il quale si contese le principali vittorie nella prima metà degli anni ’60.
Una targa sul muro d’ingresso ricorda Maspes. È posta a fianco di quella dedicata a Franco Zaffieri e di fronte a quella che testimonia il concerto che i Beatles tennero il 24 giugno 1965 con l’apertura di un insospettabile Peppino di Capri. Più movimentato il live dei Led Zeppelin che nel 1971 si videro costretti a interrompere l’esibizione dopo pochi minuti a causa di tensioni tra il pubblico, le forze dell’ordine e la band stessa.

E come dimenticare l’officina di Faliero Masi, l’artista del telaio, nonché meccanico di fiducia di Maspes e di altri come Anquetil, Coppi, Magni, Adorni, Pambianco e Merckx? La sua bottega si trova sotto una gradinata del velodromo. Visitarla è un’esperienza che ogni appassionato dovrebbe provare. Sia per vedere la postazione e i ferri del mestiere di chi ha creato veri capolavori a due ruote, sia per le fotografie, i cimeli e i trofei che fanno da contorno a tutto il resto.
Il Vigorelli è vivo e ha tanta voglia di raccontarsi e farsi raccontare. Basta andarlo a trovare, sedersi su una seggiola, restare in silenzio e chiudere gli occhi. I più fortunati udiranno un fruscio dapprima indistinguibile, poi via via più familiare, lo scorrere leggero e veloce di una ruota, il rumore della catena bene oliata, il respiro affannoso di chi la spinge all’inverosimile, le urla fragorose dei tifosi che lo incitano, gli applausi scroscianti che salutano una vittoria, quelli sportivi rivolti a chi ha conosciuto l’amaro sapore della sconfitta ma si è battuto lealmente. Sì il Vigorelli merita decisamente che si torni a tutto questo.














































