Il Futurismo salta in sella

All’inizio del Novecento l’arte europea è in subbuglio, come del resto lo è tutta la società in cui essa si sviluppa. L’esperienza impressionista, che si era posta l’obiettivo di fissare su tela la realtà oggettiva dei fenomeni circostanti, si era ormai conclusa, spazzata via da Cézanne secondo il quale le immagini si formano direttamente nella coscienza dell’artista e non attraverso la semplice visione retinica come appunto era nelle intenzioni dell’Impressionismo. 

In estrema sintesi Cézanne scompone, rielabora e ripropone ciò che vede tramite un processo intellettuale tutto teso alla soggettività. Si tratta di un’autentica rivoluzione che influenzerà non poco le generazioni a venire. In particolare saranno Henri Matisse e Pablo Picasso a raccoglierne l’eredità. Non c’è dubbio alcuno che sia il Fauvismo che il Cubismo abbiano avuto in Cézanne il proprio padre putativo. È la nascita delle avanguardie storiche che hanno in Francia il loro punto di origine. 

Al contrario in Italia la situazione è più stantia, ancora legata a modelli di tradizione ottocentesca proposti dall’Accademia. Un passo in avanti è compiuto dal Divisionismo, movimento che si ispira chiaramente al Pointillisme francese, al quale aderisce inizialmente anche Umberto Boccioni. A un certo punto però si avverte la necessità di un cambiamento di rotta, di un qualcosa che fosse in grado di spazzare via tutto il vecchiume fin lì accumulato e che avesse un sapore prettamente nazionale. Un compito di cui si assumerà la responsabilità il Futurismo

È il 20 febbraio 1909 quando Filippo Tommaso Marinetti pubblica sul quotidiano francese Le Figaro il Manifesto del Futurismo: un’esplicita dichiarazione di guerra nei confronti di tutto ciò che apparteneva al passato. Sono anni in cui l’Italia è un paese quasi interamente agricolo, dove la grande industria fatica ad attecchire. Ciò comporta l’arretratezza economica del Paese rispetto alle nazioni dominanti. Il desiderio dei futuristi è proprio di spronare l’Italia a stare al passo coi tempi. Infatti il Futurismo è anche il primo movimento di avanguardia che non si rivolge esclusivamente al settore specifico dell’arte, bensì tende a una riforma radicale della società in cui esso opera. 

Filippo Tommaso Marinetti, autore del Manifesto del Futurismo

Nel Manifesto, prima di spiegare i punti salienti del suo programma, Marinetti racconta un antefatto. Dopo una notte trascorsa a discutere, lui e i suoi amici, eccitati dopo avere udito il rombo dei motori provenire dall’esterno, decidono di lanciarsi in una spericolata corsa in automobile. «Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!. Diamoci in pasto all’Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell’Assurdo!», grida al vento infischiandosene allegramente del codice della strada. Peccato per lui non avere fatto i conti con due pacifici ciclisti per evitare i quali Marinetti finisce con la sua auto dritto in un fosso, per fortuna sua e del suo mezzo senza troppi danni. 

È dopo essere stato salvato che Marinetti prende a elencare i principi guida del suo Manifesto: amore del pericolo, esaltazione del movimento aggressivo, bellezza della velocità (l’automobile meglio della Nike di Samotracia), poesia come violento assalto contro forze ignote, propensione all’interventismo, al miltarismo e al patriottismo (la guerra sola igiene del mondo che condurrà alle premature morti di Boccioni e di Sant’Elia), distruzione di musei e di biblioteche dove però con gesto magnanimo consente di andarci in pellegrinaggio una volta all’anno come al cimitero. 

«È dall’Italia – scrive Marinetti – che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii». Ecco quindi spiegato l’intento dei futuristi: riformare l’Italia, cambiando il vecchio col nuovo, portandola nella modernità. 

L’ambito dove il Futurismo ha avuto i sui migliori sviluppi è stato quello della pittura. Nel 1910 alcuni giovani artisti firmano il Manifesto tecnico della pittura futurista, dove, tra le altre cose, si legge che «tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza dell’immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti, e i loro movimenti sono triangolari».

È chiaro che ai futuristi interessa il soggetto in movimento, ancora meglio se si tratta di automobili o motociclette, i prodotti per antonomasia dell’auspicata rivoluzione industriale. Tuttavia non disdegnano di ritrarre anche la bicicletta che un motore non possiede se non quello dell’uomo, ma comunque la si veda è pur sempre un mezzo che si muove nello spazio. Tra gli artisti che se ne sono interessati citiamo Umberto Boccioni, Gerardo Dottori, Fortunato Depero e Mario Sironi.

Umberto Boccioni, Dinamismo di un ciclista, 1913, 70×95, olio su tela, Museo del Novecento, Milano

Nel Dinamismo di un ciclista, olio su tela del 1913 prima nella collezione Mattioli del Guggenheim di Venezia e dal 2022 al Museo del Novecento di Milano, Boccioni trasferisce in pittura quel che poco prima aveva analizzato in scultura nelle Forme uniche della continuità nello spazio. In entrambe le opere il soggetto è poco riconoscibile, ma questo poco importa al suo autore il quale intende rappresentare una forma che sia la sommatoria del suo svolgersi nelle tre dimensioni

Al pari di un fulmineo scatto fotografico il Dinamismo è «il suggerimento di una forma del moto che appare un istante per poi perdersi nell’infinito succedersi delle sue varietà». Come un paradosso, il suo carattere effimero, invisibile all’occhio umano, si fissa sulla tela, cristallizzandosi per sempre davanti a noi in un mirabile gioco di colori che cambiano di tono (si percepisce il bagaglio divisionista di Boccioni) e che concorrono a costruire i volumi del ciclista. 

Il perugino Gerardo Dottori aderisce al Futurismo nel 1911 dopo avere conosciuto a Roma Giacomo Balla. Partito volontario per la Prima Guerra mondiale, una volta tornato riprende a sostenere il movimento, in particolare nella natia Umbria. Nel 1924 è il primo futurista a esporre alla Biennale di Venezia, mentre nel 1931 è il principale promotore del Manifesto dell’Aeropittura (sottoscritto da Marinetti, Balla e Prampolini).

Gerardo Dottori, Ciclista, 1916, acquerello, Collezione privata

Nel 1916 Dottori dipinge l’acquerello Il ciclista. In questo caso, a differenza di Boccioni il soggetto è più facilmente riconoscibile. La composizione è incentrata su linee rette che si incrociano sul corpo del corridore, ma ancora di più balzano agli occhi le ruote, il cui movimento è suggerito dall’incedere spiraliforme che coinvolge il paesaggio circostante facendo intendere il veloce spostamento della bicicletta nello spazio.

Il primo nucleo dei seguaci di Marinetti era partito incendiario, ma era finito pompiere; infatti la contaminazione promessa dal Futurismo non era affatto avvenuta, anzi, nonostante diverse incursioni nelle altre arti, si era sviluppata essenzialmente soltanto in pittura e in scultura, trovandosi per giunta a finire nei tanto odiati musei che bisognava abbattere. A contribuire in maniera decisiva al cambiamento del movimento in una sua seconda fase è stata la Prima Guerra mondiale che aveva abbattuto gli ideali e i sogni di tanti giovani.

Pur critico nei confronti del Futurismo Fortunato Depero, anch’egli come Dottori allievo di Balla, è stato l’artista che meglio ne ha incarnato lo spirito avanguardista. Contraddistinto da una personalità curiosa e poliedrica, Depero ha avuto l’intuizione di infiltrarsi in altre discipline, come ad esempio la pubblicità (ne ricordiamo una per la Bianchi), il design (sua la bottiglietta del Campari), la moda, l’arredamento, il teatro. 

Fortunato Depero, Il ciclista attraversa la città (Chirottero metropolitano), 1945, 110×75, olio su tavola,MART, Rovereto

Con Il ciclista attraversa la città o Chirottero metropolitano (1945), conservato al Mart di Rovereto, Depero si distanzia da Boccioni. Non gli interessa lo svolgersi del movimento nello spazio come lo intendeva quest’ultimo, ma si concentra sulla potenza del movimento stesso, talmente efficace da distruggere i monumenti e i palazzi circostanti. È senz’altro un’opera che risente del clima di instabilità che si respirava all’epoca. Non a caso la bicicletta è nera e rimanda in tutto e per tutto ai mezzi da guerra che avevano devastato l’Italia. 

In ultimo un cenno a Mario Sironi che prima delle esperienze di Metafisica e di Novecento, abbracciò il Futurismo. L’arte per lui aveva il compito di rinnovarsi continuamente, tenendo però ben presente la tradizione medievale e rinascimentale, e aveva il dovere di assumere un ruolo guida per la società moderna, valorizzando i due concetti promulgati dall’ideologia fascista: lavoro e famiglia. Tuttavia, per quanto l’uomo si possa impegnare, ogni aspetto della vita quotidiana rimanda sempre alla Natura, spesso rappresentata come mater matrigna.

Allo scoppio della Guerra Sironi, insieme a Boccioni, Marinetti, Russolo, Sant’Elia e Funi si arruolò nel Battaglione Volontari Ciclisti. Forse fu questo episodio a ispirargli Il ciclista (1916), custodito alla Fondazione Guggenheim di Venezia (per vedere l’opera cliccare qui) . Il dipinto si discosta da quelli visti in precedenza. Il soggetto è facilmente riconoscibile, ritratto di spalle mentre si inerpica verso una città che già anticipa le visioni tipiche della Metafisica e i toni cupi del ciclo periferie urbane, spazi caratterizzati dall’assenza dell’uomo e occupati essenzialmente da fabbriche, ciminiere e palazzi che hanno contribuito alla spaccatura tra umanità e necessità sociale. 

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