In giro per le Grange

Tra i giri in bicicletta dalle mie parti uno dei più semplici è quello chiamato delle Grange, parola che deriva dal latino granea e che letteralmente significa granaio: nella circostanza essa fa riferimento più che all’edificio dove si conservano i cereali alla struttura organizzativa cistercense che ne è derivata. Completamente in pianura, se si eccettua il breve strappo di 400 metri circa della Madonna delle Vigne, il tour è davvero alla portata di chiunque, soprattutto di chi è alle prime armi. Dal punto di vista cicloturistico e culturale il percorso è interessante perché tocca i luoghi simbolo dove nel Medioevo è stata avviata la coltivazione del riso.

Durante il giro occorre prestare attenzione quando si percorre la strada delle Grange. Perciò è indispensabile tenere rigorosamente la destra e accendere le luci di segnalazione per la visibilità. Volendo è possibile transitare per i sentieri che costeggiano le risaie, ma in tal caso si consiglia una gravel, una mountain bike o una bicicletta con ruote tassellate. Un’ulteriore alternativa è passare dalle strade secondarie (meglio scaricare una traccia gpx prima da app tipo Komoot). Comunque sia è impossibile evitare la direttrice principale. 

L’ingresso della Tenuta Veneria dove Giuseppe De Santis nel 1949 girò il film Riso amaro

Si parte da Vercelli direzione Trino; alla rotonda di Larizzate, quella che conduce all’imbocco dell’autostrada, si gira a destra per Torino e da lì inizia il lungo e noioso rettilineo. Per spezzarlo, dopo gli abitati di Casalrosso e di Lignana si può girare a destra per Crova. Una deviazione di 4,5 km che conduce alla Tenuta Veneria, celebre perché lì nel 1949 il regista Giuseppe De Santis vi ambientò molte scene di Riso amaro, film che racconta la dura vita delle mondine attraverso le interpretazioni memorabili di Silvana Mangano, Doris Dowling (sorella di Constance, amata da Cesare Pavese), Vittorio Gassman e Raf Vallone. Riso amaro è stato il primo lungometraggio neorealista a ottenere un vero successo poiché mescola gli elementi di denuncia sociale (lo sfruttamento delle mondariso) ai risvolti sentimentali che sfociano nel dramma. 

Abbandonata la Veneria si ritorna indietro e ci si immette nuovamente sulla statale. Prima dell’ex centrale di Leri Cavour,il cui inconfondibile profilo ricorda quella del signor Burns dei Simpson, girando a destra ci si imbatte nel piccolo borgo di Leri, dove la famiglia del conte Camillo Benso possedeva dei terreni agricoli e una residenza che all’epoca ha ospitato personalità del calibro di Giuseppe Verdi. Per anni abbandonata a sé stessa, negli ultimi anni Leri Cavour sta tornando a nuova vita grazie all’appassionato lavoro di un’associazione di volontari. 

La Tenuta Colombara durante il tour Torino-Nembro del 2020 con Mario Calabresi

Qualche chilometro di nuovo sullo stradone ed ecco giunti alla grande rotonda dominata dalla scultura di un vecchio contadino che indica la via ad alcuni bambini (la vecchia generazione che istruisce la nuova). Prima di prendere a sinistra per fare conoscenza delle grange, vale la pena andare a visitare la Tenuta Colombara che si trova subito dopo la frazione di Castell’Apertole. Di proprietà della famiglia Rondolino, che ha selezionato il chicco Acquerello (varietà pregiata di Carnaroli Extra), la Colombara è in tutto e per tutto un autentico museo del riso a cielo aperto (e anche chiuso). 

Grazie all’instancabile lavoro filologico di Mario Donato, uno che lì ci ha passato una vita intera, negli ambienti interni della cascina è stato ricreato con estrema fedeltà storica il mondo dei nostri nonni: i ripostigli degli attrezzi, la selleria, la stalla (dove sono esposte le fotografie che Gianni Berengo Gardin aveva realizzato per il reportage del 2013 Il racconto del riso), l’officina del fabbro, le camere da letto, le cucine, la piccola aula con i banchi dove andavano a lezione i bambini. Senza dimenticare gli oggetti, testimoni autentici di quella cultura materiale che tramanda il sudore, la fatica e gli stenti del mondo contadino. 

La chicca vera e propria si trova nell’edificio isolato dalla struttura principale: il dormitorio delle mondine. Nella sala al primo piano abbiamo di fronte una ventina di letti di ferro e legno tarlato dove le lavoratrici stagionali riposavano: coperte impolverate, vestiti, magliette, cappelli di paglia per proteggersi dal sole cocente, scarpe buone della festa indossate magari per qualche ballo estivo. E ancora valigie, stoviglie, bottiglie, borse, medicinali tra cui il famoso chinino per curare le febbri malariche. Infine le riviste sparpagliate sui materassi, pagine di cronaca rosa e fotoromanzi su cui le giovani donne fantasticavano sognando avventure proibite con i divi del cinema. 

Il dormitorio delle mondine alla Tenuta Colombara

A queso punto, tornati alla rotonda di prima, è davvero possibile godersi il tour delle Grange, un triangolo che tocca nell’ordine: MontaruccoMontaroloMadonna delle VigneLucedio e Darola. È in quest’area che nel XII secolo si insediarono i monaci cistercensi provenienti dalla Borgogna attraverso la Via Francigena. All’inizio trovarono un ambiente malsano che con la pazienza di decenni riuscirono poco per volta a bonificare. Infatti i religiosi avevano subito intuito che quei campi erano l’ideale per la coltivazione del riso. 

Fu il marchese Ranieri I del Monferrato a donare i primi terreni ai monaci. Dall’abbazia di Lucedio, centro nevralgico dell’economia cistercense del vercellese, i monaci seppero adottare un eccellente sistema di gestione, suddividendo i possedimenti in grange, a capo delle quali era posto un fratello che aveva il compito di fare fruttare al meglio l’area di cui era responsabile. Alla fine del XV secolo, con il miglioramento di distribuzione delle acque irrigue, la coltura del riso si diffuse in maniera capillare anche nelle zone circostanti. Sarà poi la costruzione del Canale Cavour, completato tra il 1863 e il 1866, a dare l’impulso decisivo all’industria risicola.

Con la soppressione degli ordini monastici voluta da Napoleone e l’abbandono della proprietà da parte dei religiosi (in verità avvenuta già qualche anno prima), l’abbazia di Lucedio passò dai Borghese ai Savoia i quali nel 1861 la cedettero al duca di Galliera che, su concessione della Real Casa, le conferì il titolo di Principato, che oggi è un’avviata azienda agricola. 

Attualmente il complesso originario dell’abbazia è molto rimaneggiato. Restano il campanile ottagonale dal chiaro stile gotico lombardo che ha ormai del quasi tutto perso gli elementi dell’architettura cistercense, l’aula capitolare con caratteristiche colonne in pietra e la Sala dei Conversi con le sue volte a vela. La chiesa abbaziale fu abbattuta perché pericolante e fu sostituita da un analogo edificio di foggia barocca tra il 1767 e il 1770. Di qualche anno precedente l’altra chiesa, realizzata da Giovanni Prunotto, collaboratore dello Juvarra, per gli abitanti della frazione.

Una veduta del Principato di Lucedio, sulla destra la torre campanaria a base ottagonale

Nel corso del tempo attorno a Lucedio sono sorte numerose leggende. La più intrigante riguarda la vicina Madonna delle Vigne, la chiesa a pianta circolare di inizio XVIII secolo che sorge sulla collinetta adiacente. Al suo interno si trova un affresco che raffigura il cosiddetto spartito del diavolo, chiamato in quel modo perché si dice che suonandolo al contrario apparirebbe nientemeno che il principe delle tenebre. 

Lasciata Lucedio è tempo di fare ritorno. Due sono le possibilità: proseguire dritti verso Darola per poi pedalare in senso inverso la strada delle Grange oppure girare la bicicletta in direzione Trino e allungare di qualche chilometro il giro. La prima opzione è consigliabile per chi magari ha fretta, mentre la seconda permette di incontrare la grangia di Ramezzana e il Bosco delle Sorti della Partecipanza, una vasta aera naturale protetta il cui nucleo risale all’epoca romana, contraddistinta da biodiversità animale e vegetale. 

Da Trino si può tornare a Vercelli dalla statale oppure passando per i paesi di RobellaCostanzana e Asigliano, alternativa più lunga ma sicuramente meno trafficata. L’itinerario, considerate le deviazioni e quale strada si sceglierà per il ritorno, misura tra i 60 e i 75 km. Il tempo di percorrenza è di 3 ore o poco più a seconda della preparazione. Il periodo migliore per affrontarlo è maggio quando le risaie vengono allagate e danno vita al suggestivo fenomeno del mare a quadretti

Qui la traccia Strava con il Giro delle Grange (variante andata e ritorno dalla statale).

La grangia di Montarolo

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