I monumenti ai ciclisti 

Negli anni subito dopo la raggiunta Unità nazionale (1861) le città italiane, nessuna esclusa, sentirono la necessità di rendere omaggio agli uomini illustri che con le loro azioni, militari e politiche, avevano contribuito a quell’impresa. Tanto per cominciare ci fu un’autentica rivoluzione toponomastica: i corsi, i viali, le piazze e le vie principali furono intitolati agli eroi del Risorgimento come Camillo CavourGiuseppe MazziniGiuseppe GaribaldiGoffredo Mameli e via dicendo. Contemporaneamente furono eretti solenni monumenti per ricordare ai cittadini, presenti e futuri, che l’Italia era nata grazie alla volontà, all’ingegno e al sacrificio di quelle persone. 

Poiché la situazione artistica italiana negli ultimi tre decenni del XIX secolo era piuttosto confusa, per non dire arretrata, le statue che dominavano tali monumenti, tuttora presenti nelle nostre città, dovevano essere riconoscibili da chiunque, quindi era richiesto fossero più fedeli possibile alla realtà. Le commissioni riunite per giudicare le opere da selezionare scartarono ogni guizzo modernista, prediligendo un linguaggio che fosse classico e accademico. D’altronde quella era la lingua parlata dall’arte italiana di allora.

È per questo motivo che gli storici dell’arte hanno sempre snobbato quel periodo, catalogandolo come reazionario e poco innovativo. Un giudizio comprensibile se si pensa che ad esempio negli stessi anni in Francia nasceva l’Impressionismo, la cui lezione in Italia non fu mai veramente compresa. Basti qui riportare le parole che un uomo illuminato come Bruno Zevi pronunciò a proposito del Vittoriano di Giuseppe Sacconi a Roma, iniziato nel 1885 e inaugurato nel 1911: «un orrore che rasenta l’oscenità, il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Venezia a Roma, insopportabile barriera marmorea, enfatica, insulsa, offensiva da ogni osservatorio della città, e scempio urbano».

Giuseppe Sacconi, Monumento a Vittorio Emanuele II, Roma

È un triste destino quello dei monumenti istituzionali: già statici per loro stessa natura, essi hanno pure il gravoso compito di cristallizzare un ideale sul quale si fonda la società degli uomini, dunque non sorprende che cedano facilmente il passo alla retorica spiccia. Quella stessa retorica che li costringe a essere oggetti didascalici e banali. Sono prodotti al limite della standardizzazione e della serialità: ognuno, da Nord a Sud, se vede al centro di una piazza la statua che raffigura un uomo paffuto, con la barba fina, gli occhialini, il panciotto e la redingote riconosce immediatamente Camillo Cavour. Tuttavia non dimentichiamo che essi sono in un certo modo necessari in quanto non cessano mai di ricordarci le radici da cui veniamo. 

Un discorso analogo si può fare con i monumenti dei campioni del ciclismo. Terminate le guerre di Indipendenza e quelle mondiali, in tempi recenti gli eroi del pedale, non trovando più alloggio nelle piazze, peraltro già tutte occupate, colonizzano i luoghi dove sono state compiute nuove gesta di ben altro carattere. Sono cambiati i campi di battaglia, i cavalli sono stati sostituiti dalle biciclette, gli spari dei fucili e dei cannoni da quelli più pacifici dei muscoli grazie ai quali gli atleti, e non più i soldati, hanno scritto pagine indimenticabili di storia dello sport.

La stele che ricorda Fausto Coppi e Luigi Ghiglione al Passo della Bocchetta

Non esiste cima leggendaria che non abbia almeno un cippo che rammenti qualche fuga, arrivo, scatto o finanche tragedia lì capitati. CoppiBartali e Pantani hanno sostituito i nomi di Cavour, Garibaldi e Mazzini. E se gli ultimi hanno preteso che la pietra li rendesse immortali, allo stesso modo i primi hanno reclamato i loro diritti. 

Ora, bisogna dire che il discorso fatto poc’anzi sui monumenti dedicati ai paladini del Risorgimento vale anche per quelli del ciclismo, ovvero che sovente sono ampollosi, ma a differenza degli altri possono permettersi una certa libertà, giacché trattano di argomenti diciamo più “leggeri”. Anche agli artisti che li hanno creati è stata concessa più autonomia. Fatto curioso che accomuna le due tipologie di monumento è che raramente viene ricordato l’autore, ma è pacifico che in questi frangenti la fama del protagonista sopravanzi di gran lunga il nome dell’esecutore.

Fausto Coppi lo si trova praticamente ovunque. A Castellania, suo paese natale, dove è sepolto insieme allo sfortunato fratello Serse; sullo Stelvio dove nel Giro d’Italia del 1953 conquistò per primo i 2.758 metri di questa arcigna e interminabile ascesa; sull’Izoard dove una stele ricorda lui e Louison Bobet proprio di fronte alla lunare Casse Déserte; sul Pordoi dove passò in testa per ben cinque volte, tra cui quella del Giro 1947 con la fuga che gli permise di mettersi alle spalle il rivale Bartali; sull’Abetone dove è posta una targa che ricorda l’edizione della corsa rosa in cui l’Airone aprì le ali nel 1940; a Torino davanti al Motovelodromo a lui intitolato; al Passo della Bocchetta, simbolo del Giro del’Appennino, prova vinta dal Campionissimo nel 1955. E ancora alla Madonna del Ghisallo, al Sestriere, ad Agliana, a Ponte di Piave… L’elenco potrebbe tranquillamente proseguire.

Monumento a Fausto Coppi sul Passo Pordoi

Meno testimonianze riguardano Gino Bartali, comunque bene rappresentato nella natale Ponte a Ema, Torino, Perugia, Assisi, Ghisallo, dove a fianco della chiesa si può ammirare la scultura di Elio Ponti che simboleggia i due volti dei ciclismo: la vittoria e la sconfitta. Tuttavia il monumento più bello di Ginettaccio è a Gerusalemme dove gli hanno riservato un albero nel Giardino dei Giusti per avere salvato moltissimi ebrei durante la Seconda Guerra mondiale quando aveva messo a repentaglio la vita stessa trasportando documenti falsi all’interno della sua bicicletta. Sono le celebri medaglie che si appendono all’anima e non alla giacca

L’altro corridore italiano che vanta un numero impressionante di monumenti è Marco Pantani. Scomparso tragicamente nel 2004, egli è stato l’ultimo campione del ciclismo in grado di muovere le folle come non si vedeva dai tempi di Coppi e di Bartali. Correva Pantani e l’Italia si fermava: non è un modo di dire. 

Il Pirata ha compiuto imprese epiche, tutte sul terreno più affascinante del ciclismo. Non c’è salita conquistata da Pantani senza una statua che ricordi cosa ha compiuto. La più difficile da raggiungere, in termini di impegno ciclistico, è quella che conduce ai 2.481 metri del Colle Fauniera, valico alpino che collega la Valle Grana alla Valle Stura in provincia di Cuneo. Nello sciagurato Giro del 1999 (quello dell’esclusione per ematocrito alto a Madonna di Campiglio), Pantani scollinò per primo nella tappa che arrivava a Borgo San Dalmazzo, vinta poi da Savoldelli che si lanciò in una spericolata discesa verso Demonte. La scultura raffigura la sagoma del corridore che sembra voler uscire con la sua bicicletta dal blocco di pietra. 

Monumenti a Pantani ci sono anche sul Mortirolo, la montagna che lo ha consacrato nel 1994; a Plan di Montecampione, dove staccò Tonkov nel 1998 e si andò a prendere la maglia rosa; sul Galibier, nel punto in cui attaccò Ullrich sotto la bufera e lo annientò completando la doppietta Giro-Tour. Pantani è ancora oggi presente nella sua Romagna. A Cesenatico dove è nato, davanti alla sede della fu Mercatone Uno a Imola dove dall’autostrada si vede la sua immagine inserita in una gigantesca biglia da spiaggia, sul Carpegna, la salita che gli bastava per capire se era in forma o meno, sulle tante erte dei colli dove non mancano targhe, steli, scritte. Marco Pantani, come Coppi, è dappertutto. 

Cesenatico, monumento a Marco Pantani

Per concludere è doveroso ricordare due monumenti a corridori che sulla bicicletta hanno perso il bene più prezioso. Sul Mont Ventoux a due chilometri circa dalla vetta una lapide porta alla mente la drammatica fine di Tommy Simpson che in quel punto si accasciò per non rialzarsi più durante il Tour del 1967. In cima al Colle dell’Agnello invece nel 2018 è stata inaugurata una statua in legno marchigiano alla memoria di Michele Scarponi che ci lasciò nel 2017 a causa di un incidente stradale. Nel Giro del 2016 Scarponi transitò tra i primi sull’Agnello, ma invece di proseguire si fermò, mise il piede a terra e aspettò il suo capitano Vincenzo Nibali che anche grazie al gesto del suo gregario vinse la corsa quando ormai tanti lo davano tagliato fuori dai giochi. 

All’inizio si parlava dello scarso valore artistico dei monumenti di questo genere. Giunti alla fine di questa sintetica rassegna, dopo avere elencato alcuni nomi di questi grandi campioni dello sport, per valore intrinseco non dissimili da quelli degli eroi risorgimentali, troviamo sia lecito sostenere che molte volte i suddetti monumenti sono “bruttini” da vedere e dal punto di vista artistico non comunicano granché. Però in fondo in fondo cosa importa? Il messaggio che vogliono veicolare non è certamente estetico. Sono stati creati per risvegliare in noi, che posiamo su di loro anche un solo fugace sguardo, nobili sentimenti e, cosa ben più rilevante, i protagonisti di questi monumenti, nel bene e nel male, rimangono impressi in maniera permanente nella nostra memoria. 

Monumento in legno marchigiano dedicato Michele Scarponi in cima al Colle dell’Agnello
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