Una sudata al Santuario di Crea

Chi ha accumulato un minimo di esperienza nel ciclismo ha presto imparato a sue spese che la scelta di raggiungere un qualsiasi santuario in bicicletta è un compito tutt’altro che semplice da svolgere. Farlo equivale a sudare le proverbiali sette camicie. OropaMadonna del SassoSan LucaSant’Anna di VinadioGhisallo sono i più conosciuti, ma in Italia se ne contano a bizzeffe. Tutti hanno un unico comune denominatore: per conquistarli bisogna prepararsi alla fatica in quanto i suddetti santuari sono sempre posti alla sommità di una salita, più o meno breve, che malauguratamente ci pone di fronte a pendenze vertiginose. Il consiglio che ci sentiamo di dare a chi vuole mettersi alla prova, oltre che allenarsi, è di munire il proprio mezzo di rapporti adeguati a seconda della preparazione individuale di ciascuno. 

Tra le ascese più temute della zona da cui provengo la più celebre è senz’altro quella che conduce al Santuario di Crea, corta ma micidiale. Nel recente passato lì era posto il Gran Premio della Montagna della Mangia e Bevi, la granfondo amatoriale che si snodava tra le risaie del vercellese e le colline del Monferrato, andata in scena dal 2021 al 2024. Quello affrontato in gara era il versante nobile, da Serralunga, tuttavia per arrivare all’agognata piazza della chiesa ce ne sono altri due: uno da Ponzano, l’altro da Salabue che nel finale si congiunge alla strada del primo con cui condivide l’ultimo chilometro.

L’altimetria della salita di Crea dal versante nobile (da salite.ch)

Per chi parte da Vercelli il tragitto più breve, ma anche il più pestifero, per arrivarci è senz’altro da Serralunga. Si comincia a pedalare in direzione di Trino che dista circa 20 km a seconda se si passa dai paesi (Asigliano, Costanzana, Robella) o dalla statale. Si prosegue salendo dolcemente verso Camino, meta battuta da tutti gli amatori della zona. Discesa agevole e ci si immette sulla strada che conduce a Pontestura, a metà della quale si svolta secchi a destra per Rocchetta, un piccolo antipasto di ciò che attenderà di lì a poco, da prendere comunque con le pinze e dosando le energie. Passata la frazione si scende e ci si trova a un incrocio dove bisogna tirare dritti per Madonnina, poi a destra un drittone in falsopiano, uno zampellotto (per dirla alla Cassani) e dopo un po’ ecco iniziare l’ascesa verso Crea, 2,5 km al 9% di pendenza media

La primissima parte è ingannevole, ma una volta superato il tornante le pendenze aumentano impietosamente. In prossimità di Forneglio siamo già attorno al 10%. Occorre prestare attenzione allo stretto e tortuoso passaggio tra le abitazioni perché spesso si incontrano veicoli in direzione opposta. Superate le case si comincia davvero a fare sul serio. Il tratto che costeggia le prime cappelle è una rasoiata che si attesta tra il 12 e il 16%. Dopo la curva a destra la strada si addolcisce per risalire poco dopo in prossimità dell’azienda vinicola che ha posto come custode delle vigne sottostanti una scultura stilizzata di Don Chisciotte, punto privilegiato per una bella fotografia, che però consigliamo di fare quando si ritorna. Il cavaliere errante di Cervantes è la perfetta metafora del ciclista che insegue la fantasia e l’eroismo a tutti i costi senza curarsi delle opinioni altrui. 

Il Don Chisciotte annuncia che la salita è quasi terminata

Dal Don Chisciotte si intravede la cima, sebbene restino ancora circa 500 metri decisamente più pedalabili rispetto a quelli affrontati pochi minuti prima. Giunti alla fine non resta che girare a destra per staccare il pedale nella piazza sorvegliata dall’imponente chiesa. A quel punto una sosta al bar per un caffè, una bevanda o un dolcino è d’obbligo. Per tornare al punto di partenza le opzioni sono due: o si va a Ponzano e al segnale stradale di Stop si prende a sinistra direzione Vercelli (chi vuole può ulteriormente allungare nel Monferrato casalese ricalcando la traccia completa della Mangia e Bevi), oppure fare la strada percorsa all’andata, accorciando il percorso ed evitando la lunga e barbosa statale. 

Tanti ciclo-amatori, me compreso, quando salgono a Crea sono (giustamente e comprensibilmente) concentrati sullo sforzo e poco gliene cala di conoscere la storia di quel posto che presto si guadagneranno con il sudore della fronte e l’acido lattico delle gambe. Proviamo a riassumerla brevemente.

Il complesso di Crea, che fa parte dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia e che dal 2003 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità Unesco, è costituito da 23 cappelle e 5 romitori, cioè luoghi che ospitavano gli eremiti. Tutte le strutture fanno capo alla chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, la cui facciata, così come la vediamo oggi, è stata completata nel 1735 in stile barocco avanzato. La storia del Sacro Monte comincia però molto prima, ovvero dalla visita nel 350 di Eusebio, evangelizzatore e primo vescovo di Vercelli, che, fuggito dalle persecuzioni degli ariani, si sarebbe rifugiato sulla collina di Crea portando con sé un’antica statua lignea della Madonna che la tradizione voleva scolpita da san Luca (conservata nel Santuario).

Successivamente, tra il XI e il XV secolo Crea risentì nell’ordine dell’influenza di Enrico IV, degli Alerami e dei Paleologi, grazie ai quali furono installate nuove opere d’arte. Ma è con il passaggio del Monferrato agli Sforza nel 1536 che partì il progetto di un vero e proprio Sacro Monte. Si concretizzò altresì l’ampliamento della chiesa principale dove, nel corso degli anni, lavorarono fior di artisti, tra il quali citiamo Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, esponente di spicco della pittura manierista piemontese tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, e il Maestro di Crea (identificato nel fratello di Martino Spanzotti, Francesco), autore degli affreschi nella Cappella di Santa Margherita (1474-79), importanti per il rinnovamento del linguaggio piemontese in ottica lombarda. 

La facciata della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta

Fu Costantino Massino, priore dei padri Lateranensi, ad avere l’idea nel 1589 di arricchire il tradizionale culto per la Madonna di Crea con l’edificazione di diverse cappelle, sul modello del Sacro Monte di Varallo, concepito dal frate francescano Bernardino Caimi nel 1481. Quest’ultimo comprese per primo l’esigenza di costruire un luogo evocativo dove i pellegrini potessero pregare sereni e indisturbati come se si trovassero in Terra Santa, diventata in quel periodo una meta piuttosto pericolosa. 

La prima cappella del Sacro Monte, dedicata al Martirio di Sant’Eusebio, venne concepita come una tappa iniziale per i devoti che si avviavano a scalare il monte per giungere al Santuario. A far da fondale alle magnifiche sculture di Juan de Wespin, è la scena della lapidazione del Santo, attribuita a Giorgio Alberini. La cappella fu riportata a nuova luce, dopo le devastazioni e l’abbandono conseguenti alle soppressioni degli ordini religiosi decretata all’avvio del XIX secolo, negli anni Sessanta dell’Ottocento, da Giuseppe Latini e nel 1935 il gruppo statuario fu rimaneggiato e integrato dal professor Capra. 

Negli ultimi anni è stata avviata un’importante campagna di restauri. In tale direzione sono già state recuperate la cappella del Paradiso e la cappella dedicata al Martirio di Sant’Eusebio. Nel 2017 è stata effettuata la manutenzione al tetto della cappella della Crocifissione e negli anni successivi gli esperti sono intervenuti per ripristinare la corretta tenuta delle coperture delle cappelle dello Sposalizio di Maria, della Visitazione e del Romitorio di san Rocco

Per questi motivi pensiamo che Crea valga bene una pedalata. Se fatta partendo da Vercelli e mantenendo la stessa strada sia all’andata che al ritorno sono 85 km con 709 metri di dislivello. Un giro che affrontato con la dovuta tranquillità, senza l’assillo della prestazione, si completa in quattro ore. 

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