La polvere e il fango delle Strade Bianche 

La polvere sulle gambe e sulle biciclette dei professionisti al sabato, il fango su quelle degli amatori alla domenica. Già, polvere e fango sono le due parole che riassumono alla perfezione il weekend delle Strade Bianche di Siena, conosciuta come la classica del nord più a sud. Infatti questa corsa unisce la difficoltà dei muri che si trovano al Giro delle Fiandre ai tratti sconnessi della Parigi-Roubaix, solo che nelle colline toscane non è il pavé a smorzare la baldanza dei corridori, ma gli sterrati delle Crete senesi.

Strade di collegamento secondarie contraddistinte da ghiaiabrecciolino e buche dove le sottili ruote delle biciclette non è raro implorino pietà. Anche se ad essere onesti bisogna dire che su alcune si viaggia meglio che sull’asfalto. Ciò avviene sicuramente nei giorni che precedono la corsa, quando vengono opportunamente compattati per garantire una migliore sicurezza e velocità

Le Strade Bianche da qualche anno hanno un unico proprietario, il fuoriclasse Tadej Pogacar che sabato 7 marzo in piazza del Campo ha conquistato il suo quarto sigillo, sopravanzando nell’albo d’oro Fabian Cancellara fermo a tre. Come era successo allo svizzero, al quale avevano intitolato il tratto di Monte Sante Marie, all’attuale campione del Mondo hanno dedicato quello di Colle Pinzuto. Nell’edizione 2026 proprio a Monte Sante Marie, a meno ottanta chilometri dalla conclusione, Pogacar ha salutato tutti ed è andato a vincere. Ha provato a resistergli solo il giovane francese Seixas che alla fine si è preso un ottimo secondo posto (terzo il messicano Del Toro, compagno di squadra di Pogacar alla UAE). Del resto è risaputo che quando lo sloveno decide di partire agli altri non possono restare che le briciole. Tra le donne segnaliamo il successo della outsider svizzera Elise Chabbey sulla Niewadoma e sulla Koch (quarta una combattiva Longo Borghini).

Il vincitore Tadej Pogacar alza le braccia a pochi metri dal traguardo

Ma le Strade Bianche non sono soltanto affare dei professionisti. Il giorno dopo tocca agli amatori emulare le gesta dei campioni. La granfondo omonima è ormai diventata un appuntamento fisso per gli appassionati. La richiesta è talmente alta da avere costretto gli organizzatori a fissare un numero chiuso. Quest’anno gli 8.500 posti sono stati polverizzati in nemmeno tre giorni. Attualmente, dopo la Maratona delle Dolomiti, la manifestazione toscana è la più partecipata. A nostro avviso i motivi principali vanno ricercati nel fatto che essa offre la doppia esperienza, cioè di assistere alla gara dei pro e di emularla, e che tende ad accantonare l’agonismo fine a sé stesso. Personalmente l’ho corsa per la prima volta quest’anno e ho constatato che il clima è davvero disteso. La maggior parte dei ciclisti ride, scherza e sputa l’anima sulle rampe in doppia cifra, senza l’assillo di fare il tempo a tutti i costi. Già solo scalare le rampe al 18% di Colle Pinzuto, delle Tolfe e di Santa Caterina per molti è una piccola conquista. 

Sebbene lo slogan delle Strade Bianche sia «che si alzi la polvere», l’edizione appena trascorsa della granfondo è stata contraddistinta dal fango. Se il giorno precedente Pogacar e soci hanno potuto godere di una giornata da primavera inoltrata con gli sterrati belli asciutti, gli amatori hanno dovuto affrontare ben altro. Siccome la notte ha piovuto, in men che non si dica la terra si è trasformata in un viscido pantano che ha costretto tutti alla massima attenzione, giacché i rischi, tra cui il più temuto di cadere, erano molto alti. Le ruote slittavano via al minimo cambio di traiettoria, senza contare che col passare del tempo tutto il fango si accumulava su ruote, mozzi, trasmissioni e freni, rendendo il mezzo ancora più difficile da gestire rispetto al normale. Rumori sinistri si udivano ad ogni colpo di pedale, ma alla fine ciò ha reso ancor più epico l’arrivo dove i ciclisti hanno terminato tutti inzaccherati, tali da sembrare delle statue di argilla, ma con gli occhi lucidi per la felicità dell’impresa appena portata a termine. 

L’arrivo delle Strade Bianche in piazza del Campo a Siena

Le Strade Bianche sono uniche perché permettono di arrivare in una delle piazze più belle che esistano, il Campo, laddove si corre per due volte l’anno il Palio, la festa per eccellenza dei senesi, fieri della loro appartenenza cittadina, ma soprattutto contradaiola. Se capita di scambiare due chiacchiere con un abitante di Siena state pur certi che prima o poi vi parlerà del Palio e delle sue storie. 

Passeggiando abbiamo incontrato un signore che vedendoci titubanti davanti al menù di un ristorante ce lo ha consigliato perché «si mangia bene e si spende poco». Poi ci ha accompagnati a visitare la Casa della Misericordia, ricovero per gli ammalati, tuttora funzionante. Sua madre lavorava all’ospedale quando era ancora a Santa Maria della Scala ed era dell’Oca, mentre il padre della Torre, ovvero due contrade divise da antica rivalità. Camminando ci ha spiegato il significato di alcuni termini e che i senesi ricevono un doppio battesimo, quello cattolico e quello della contrada di appartenenza. Ha raccontato che quando era poco più di un bambino, una notte è stato portato di nascosto nella fontana dell’Oca per essere battezzato con disappunto e rabbia del padre che lo avrebbe voluto della Torre. 

I senesi parlano sempre volentieri del Palio, ma guai ad azzardare opinioni personali o false competenze che verrebbero subito smascherate, diventando cause di immediata antipatia. Meglio un approccio dettato più dalla curiosità. Una ristoratrice dell’Istrice, ma con il locale nel Liocorno, dopo che le avevamo detto di avere visto tre Palii ci ha stupito ricordandosi non solo chi aveva vinto, ma anche il fantino e il cavallo. Tutti inoltre insistono sul fatto che il Palio è una cosa solo loro. Poco gli importa chi, da dove, perché e se viene a vederlo, per chi tifa e cosa si aspetta. Massimo rispetto per gli spettatori, ma che non si immischino in faccende che non li riguardano. 

Piazza del Campo durante il Palio del 16 agosto dedicato all’Assunta

Siena possiede un fascino che deriva dalla sua storia e dalle sue bellezze e dal fatto di essere una città a misura d’uomo. Cosa c’è da vedere. Siena ebbe il suo massimo splendore tra la fine del XIII secolo e la metà del XIV. La svolta epocale fu la vittoria nella battaglia di Montaperti del 1260 quando i ghibellini senesi sconfissero i guelfi fiorentini, sancendo così il dominio sulla Toscana. Furono anni contraddistinti da un grande fervore artistico, le cui tracce sono tuttora tangibili. Chi visita la città non può fare a meno di notarle.

La tappa irrinunciabile è nella già citata piazza del Campo, dominata dal Palazzo Pubblico e dall’alta e snella Torre del Mangia. All’interno dell’edificio si possono ammirare gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti che raffigurano l’Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo (1338-39), commissionato dal Governo dei Nove che dal 1287, dopo il successo dei guelfi a Colle Val d’Elsa nel 1269, amministrava la politica cittadina, e la Maestà di Simone Martini Il dipinto è uno dei massimi esempi della Scuola senese che comprende, oltre ad Ambrogio Lorenzetti e Simone Martini, Duccio di BuoninsegnaPietro LorenzettiLuca Di TommèTaddeo Di Bartolo, Stefano Di Giovanni detto il Sassetta, Lorenzo Di Pietro detto il VecchiettaFrancesco Di Giorgio Martini. Le opere di questi artisti sono presenti in molte chiese di Siena, ma se si desidera una visione di insieme allora è d’obbligo una visita alla Pinacoteca Nazionale che ospita anche capolavori di Domenico BeccafumiMichelino Da Besozzo e Sodoma.

Non si può andare a Siena senza avere visto il Duomo, testimone privilegiato del secolo d’oro della città. Realizzato prevalentemente in marmo e serpentino, che gli conferiscono il caratteristico colore bianco e nero, a partire dal 1220 e concluso nel 1370 dopo numerose vicissitudini, specie negli ultimi anni, l’edificio è in stile romanico-gotico. La pianta è a croce latina con tre navate e cupola esagonale. La facciata, divisa in due distinti ordini, è ricca di sculture e decorazioni , soprattutto nella parte inferiore dove lavorò Giovanni Pisano

Il Duomo di Siena

L’interno custodisce numerosi capolavori tra i quali le due acquasantiere di Antonio Federighi (1458-67); la Lastra tombale di Giovanni Pecci (1449-52) e il San Giovanni Battista (1455) di Donatello; l’Altare Piccolomini con le quattro statue nelle nicchie di Michelangelo (1501-04); la Libreria Piccolomini (1502-07), affrescata da Pinturicchio con le storie di Silvio Enea Piccolomini che diventò papa col nome di Pio II. Senza dimenticare il pavimento a commessi marmorei, unico nel suo genere, diviso in 56 riquadri con varie scene, molte delle quali eseguite su disegno di Domenico Beccafumi.

Infine, sempre all’interno del Duomo di Santa Maria Assunta, è possibile apprezzare in tutta la sua magnificenza il pulpito, scolpito da Nicola Pisano insieme ai suoi collaboratori, tra i quali il figlio Giovanni e Arnolfo di Cambio, tra il 1265 e il 1268. Le otto lastre in marmo che compongono la struttura ottagonale rappresentano scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, mentre sugli spigoli sono scolpite otto diverse figure di raccordo tra un pannello e l’altro. Il pulpito, che per certi versi ricorda quello eseguito per il Battistero di Pisa dallo stesso Nicola nel 1260, si regge su otto colonne corinzie, quattro delle quali poggiano su leoni stilofori, mentre quella centrale sulla raffigurazione delle arti liberali. Osservandolo si resta estasiati dall’abilità dell’artista nel caratterizzare i soggetti e gli edifici che affollano i fondali. Ogni viso, ogni espressione è studiata nel minimo dettaglio. Prima ancora che con la testa, il pulpito di Nicola Pisano va vissuto col cuore. 

Il Pulpito di Nicola Pisano

Siena raggiunse una potenza tale che a un certo punto il Duomo, pur grande, non bastava più. Fu deciso di ampliarlo con un progetto molto ambizioso. La navata centrale della vecchia cattedrale sarebbe diventata il transetto della nuova. I lavori partirono nel 1339, tuttavia l’edificio non fu mai ultimato a causa della peste nera che falcidiò l’Europa nel 1348 e che sancì l’avvio del declino. A monito di quel fallimento restano, come ruderi, soltanto le poche altissime pareti che comunque esprimono assai bene la volontà di potenza dei senesi nel XIV secolo.

PS: non ci siamo scordati il cibo e il vino che è d’obbligo assaggiare durante una gita a Siena, sia essa di finalità artistica o ciclo-turistica. E allora sotto con i salumi, i pecorini, i pici all’aglione e al ragù di chianina, la ribollita, la trippa alla senese, la tagliata alla chiantigiana, il piccione. Poi i dolci, rigorosamente della pasticceria Nannini: i ricciarelli, i cantucci, i cavallucci e l’immancabile panforte. Per accompagnare la prima parte del pasto c’è l’imbarazzo della scelta tra le cantine del Chianti Classico, invece per la seconda obbligatorio il Vin Santo. Buon appetito e buona permanenza a Siena! 

La bicicletta inzaccherata di fango durante la granfondo Le Strade Bianche
Posted in

Lascia un commento