Un giorno di marzo di qualche anno fa, credo fosse il 2019, io e due amici decidemmo di trovarci nei pressi di Tortona con l’obiettivo dichiarato di andare in pellegrinaggio nei luoghi di Fausto Coppi. Era un bel lunedì mattina di inizio primavera che tuttavia non permetteva ancora di vestirsi leggeri, Ricordo infatti che tutti e tre indossavamo le calzamaglie lunghe, gli scaldacollo, giacche e guanti invernali. Chi ama questo sport conosce molto bene la sensazione di libertà che trasmette non soltanto la bicicletta, ma anche la possibilità di pedalare leggeri e non tutti intabarrati.
Eravamo partiti da Tortona in direzione Castellania (oggi Castellania Coppi), paese natale di Fausto e dello sfortunato fratello Serse. Possedendo un pessimo senso dell’orientamento mi ero affidato ai miei due compagni di avventura, uno dei quali originario di quelle zone, per cui ero certo di non perdermi. Prima di entrare nelle colline alessandrine rammento un lungo e noioso rettilineo, per fortuna poco trafficato. In quel frangente, a rendere insidiosa la tratta era invece l’asfalto che di lì a poco avrei scoperto essere una costante negativa. Autentiche voragini che mettevano a dura prova i pur resistenti cerchi in carbonio delle nostre specialissime. Per chi stava davanti a fare l’andatura era un continuo segnalare ostacoli e pericoli a chi si trovava in scia.
Non sarebbe andata meglio una volta abbandonata la via maestra. Anche le strade secondarie non se la passavano bene, anzi, lì era peggio che andare di notte. Se in salita il problema non sussisteva, in discesa bisognava continuamente tirare i freni e fare la gimcana tra un cratere e l’altro. Detto ciò, non vorremmo scoraggiare chi è interessato a fare un’uscita da quelle parti, solo gli consigliamo di prestare la massima attenzione. Oltretutto si pedala in posti dove le automobili e i camion si vedono di rado, perciò niente paura.
Sono passati ormai sette anni da allora, tuttavia ho bene impressi nella memoria diversi particolari. Ad esempio le pendenze proibitive di alcuni strappi dove il rischio di cappottarsi è concreto; l’emozione di entrare a Castellania che il 20 maggio 2017 era stata pure partenza di tappa del Giro d’Italia poi vinto dall’olandese Tom Dumoulin che si era imposto nella suddetta frazione con arrivo a Oropa. A ricordo di quella giornata è stato dipinto un murale all’ingresso del paese. Infine la visita al luogo che ospita le spoglie mortali dei due fratelli Coppi, meta di molti amatori che ogni anno partecipano alla classica ciclosportiva Mortara-Castellania che ha superato le quaranta edizioni.

Tuttavia l’emozione più grande si sarebbe materializzata di lì a poco. Dopo le foto di rito davanti al monumento, uno di noi aveva avanzato la proposta di andare a visitare la casa dove erano nati Fausto e Serse. Per le vie del piccolo paese dimenticato da Dio non c’era nessuno, tantomeno davanti all’abitazione, per cui, con quel piglio tipico dell’adulto che si illude di tornare bambino infrangendo una piccola regola e poiché il cancello era aperto, siamo entrati nel cortile. Lì, sotto un porticato, abbandonati a sé stessi facevano bella mostra dei pannelli informativi con immagini e informazioni relative alla vita dei due Coppi, Fausto in particolare. Devo ammettere che in me prevaleva la tristezza. Pensavo: «ma come? Siamo in quello che si può definire un santuario profano e guarda come è ridotto».
A un certo punto il nostro silenzio – non ce lo siamo detti apertamente, ma sono convinto che anche i miei due amici stessero facendo gli stessi ragionamenti – è stato rotto dal rumore di alcuni passi sulla ghiaia.
«Buongiorno! – ci salutò un signore già in là con gli anni – Siete venuti per visitare la casa di Fausto?».
«Sì – rispondemmo quasi all’unisono – ma abbiamo visto che è chiusa e che oggi non è prevista l’apertura».
«Non c’è nessun problema – ci tranquillizzò – le chiavi le ho io. Abito proprio qui di fronte. Se mi aspettate vado a prenderle. State pure quanto volete».
Fummo costretti a declinare l’invito perché iniziavamo a raffreddarci e perché uno di noi doveva rientrare prima per motivi di lavoro, tuttavia ciò non ci impedì di scambiare con quell’uomo alcune chiacchiere. La prima domanda era pressoché scontata: «ma lei ha conosciuto Fausto Coppi?»
«Eccome no! Lui era un po’ più grande di me in età ed erano gli ultimi anni che correva. Ricordo che quando tornava qui a Castellania per riposarsi dalle tante fatiche in bicicletta ci trovavamo spesso. Fausto sapeva che io andavo spesso a caccia e per questo ogni volta mi chiedeva di venire con me».

È risaputa la passione del Campionissimo per l’arte venatoria, da lui amata tanto quanto la bicicletta. Non appena ne aveva l’opportunità si dedicava a lunghe giornate col fucile in spalla insieme agli amici. Una, rimasta leggendaria, è stata quella con il rivale Gino Bartali. Le sue prede preferite erano i galli forcelli dell’Appennino e le anatre della Lomellina. Proprio l’amore per la caccia gli risultò fatale. Fu durante una battuta in Burkina Faso (allora Alto Volta), dove si era recato insieme ad altri colleghi francesi, tra i quali Anquetil e Géminiani, che nel 1959 l’Airone contrasse la malaria che lo portò alla morte il 2 gennaio del 1960 a soli quarant’anni.
«Fausto gareggiava ancora a quel tempo – riprese a raccontare il signore – ma mi aveva confidato che presto avrebbe smesso. Anche se era quasi alla fine doveva comunque continuare a fare la vita d’atleta che era il suo lavoro. Quindi era impensabile uscire a piedi per tante ore e fare su e giù nelle nostre colline che poi si affaticava le gambe. Mi diceva che Biagio Cavanna, il suo massaggiatore, se ne sarebbe subito accorto, solo tastando i polpacci, e gli avrebbe fatto una lavata di capo delle sue. Allora montavamo in sella al mio Aquilotto, sceglievamo un appostamento che ci garbava e aspettavamo. Ci seguiva sempre la mia cagnolina, la migliore che abbia mai avuto nel riporto. Povero Fausto, non meritava di fare una fine del genere».
Nessuno di noi osò fiatare mentre quell’uomo gentile finiva di condividere con noi una storia che si era rivelata una perla di rara bellezza. Non potemmo fare altro che ringraziarlo, salutarlo, girare le nostre biciclette e fare ritorno alle auto in un religioso e rispettoso silenzio.

Già, povero Fausto Coppi. L’uomo che aveva vinto tutto quello che si poteva vincere (cinque Giri, tre Tour, cinque Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Roubaix, un Mondiale su strada, due su pista e un record dell’ora al Vigorelli con l’Italia in piena Guerra), si era arreso a un minuscolo avversario che si vede solo al microscopio e alla negligenza dei medici.
Come ha scritto uno dei suoi più autorevoli cantori, Gianni Brera in Coppi e il diavolo: «Del resto, gli eroi autentici vanno per tempo rapiti in cielo. Non possono vivere tra noi, al nostro mediocre livello. Così il leggendario Fausto Coppi da Castellania. Requiescas in pace, povero vecchio amico. La sola certezza che tu finalmente riposi può consolare in parte noi che restiamo».


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