Seguo il ciclismo fin da quando ero bambino. Credo sia stato mio nonno a trasmettermi questa passione, più o meno consapevolmente. Da ambo le parti intendo. Nel senso che lui non mi ha mai costretto, come del resto io non gli ho mai chiesto esplicitamente di farlo. Mio nonno è mancato quando io ero poco più che un adolescente, perciò la memoria che ne conservo non è del tutto nitida. Tuttavia lo ricordo benissimo a fare due cose: curare il suo orto e costantemente in sella a una bicicletta. Nel fisico assomigliava molto a Ottavio Bottecchia: magro, asciutto e tutto nervi, un po’ curvato dalle fatiche di una vita, ma con una forza incredibile a dispetto dell’età. Un veneto di ferro, per parafrasare il titolo del bel documentario realizzato da Franco Bortuzzo su Bottecchia, El furlan de fero.

Comunque siano andate le cose, vedere ogni giorno mio nonno che si muoveva in bicicletta, che riparava biciclette, che guardava in televisione tutte le corse di biciclette, ha fatto sì che io avessi un imprinting ben preciso. L’amore per questo meraviglioso mezzo di trasporto, grazie al quale ho conquistato la mia prima indipendenza, per me è sempre stato costante. Ho avuto una pausa da esso solo nei primi anni 2000, quando cioè tradirono il mio eroe Marco Pantani. Un blackout durato ancora dopo che trovarono il povero Marco senza vita in un anonimo hotel di Rimini. Poi, verso il 2009, ho ricominciato a seguire il ciclismo, prima da tifoso come lo ero stato in passato e subito dopo ho anche iniziato a praticarlo. Sono passati diciassette anni e non ho ancora smesso.
Quando sono di base ad Alassio, mi piace percorrere gli ultimi sessanta chilometri della Milano-Sanremo immaginandomi in fuga con il gruppo che non riesce più a riprendermi. Sovente sono da solo, ma una volta a tenermi compagnia c’è stato l’amico e collega Paolo Viberti, uno che ha seguito non so quanti Giri, Tour, Classiche, Olimpiadi, Coppe del Mondo di sci e chi più ne ha più ne metta. Quel giorno con Paolo è stato doppiamente bello perché non solo abbiamo pedalato insieme, ma lui, da narratore navigato quale è, ha cominciato a raccontarmi di inediti retroscena ai quali aveva assistito. Ma non tutti in una volta, bensì a puntate. «Vuoi sapere come è andata a finire? – mi chiese al termine della Cipressa – Sì? Allora proseguiamo che il resto della storia te lo dico sul Poggio».
Quando poteva mio nonno seguiva con grande attenzione le gare e io con lui a tenergli compagnia. Tra le tante, fossero corse di un giorno o a tappe, ce n’è sempre stata una che ha calamitato la mia attenzione più di ogni altra ed è appunto la Milano-Sanremo. Mi sono più volte domandato il perché di questa mia preferenza. La risposta più soddisfacente a cui sono giunto è perché si svolge al principio della primavera, dunque essa simboleggia la rinascita della vita che riprende il suo corso dopo la noiosa immobilità dell’inverno. Anche il percorso è metaforico: si parte dalla pianura e ci si dirige verso il mare, un po’ come quando ci si prepara per andare in vacanza con l’attesa di quel che verrà. Ecco, sintetizzano il concetto in maniera brutale, penso che la Milano-Sanremo sia come il Sabato del villaggio di leopardiana memoria.

Con i suoi quasi 300 km è la più lunga delle Classiche Monumento e, a pensarci bene, il suo percorso non è evocativo come ad esempio lo è quello del Giro delle Fiandre o della Parigi-Roubaix che offrono muri, pietre e pavé. Si parte da Milano (oggi da Pavia), si digeriscono oltre cento chilometri di piattume totale, si scala l’anonimo Passo del Turchino, ci si butta sull’Aurelia e si comincia ad accumulare dislivello dopo 230 km sui tre Capi (Mele, Mimosa e Berta), dei quali solo l’ultimo è vagamente impegnativo. Prima del 1960 si tirava dritti sull’Aurelia fino a Sanremo, ma siccome la faccenda stava iniziando a stancare ecco arrivare in quell’anno il Poggio e nel 1982 la Cipressa, entrambe opere di Vincenzo Torriani.
Tuttavia la Milano-Sanremo, a detta dei corridori, è la corsa più difficile da interpretare. Lo è certamente per la sua lunghezza e lo è perché per vincerla occorre un’attenta condotta di gara. Chi la segue in televisione dice che basta vedere gli ultimi 30 chilometri, prima ci si può dedicare a una duratura pennichella ristoratrice sul divano. È però in quelle interminabili ore in cui il gruppo viaggia compatto che si decidono le sorti di chi sta pedalando. Chi ambisce al successo non può distrarsi e al tempo stesso deve dosare le energie. Anche la più esigua goccia di carburante rimasta nel serbatoio alla fine servirà. Ora, immaginiamo quanto possa essere sfiancante per il fisico e per lo spirito un simile esercizio.
Inoltre la Classicissima è un aggancio romantico al ciclismo dei pionieri che ai primi del Novecento si sciroppavano centinaia di chilometri ogni volta, senza gli appoggi di cui possono godere oggidì i professionisti. La prima edizione si corse nel 1907 per volere di Tullo Morgagni, Eugenio Camillo Costamagna e Armando Cougnet, i tre giornalisti della Gazzetta dello Sport che due anni più tardi daranno il via al Giro d’Italia. A vincerla il francese Lucien Petit-Breton. Scorrendo l’elenco, dopo di lui, si incontrano nomi scolpiti nella storia del ciclismo. Solo per citare i più famosi: Costante Girardengo, Giovanni Brunero, Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino Bartali, Fausto Coppi, Louison Bobet, Rik van Looy, Raymond Poulidor, Roger de Vlaeminck, Beppe Saronni, Francesco Moser, Sean Kelly, senza dimenticare quello che ne ha in bacheca di più, Eddy Merckx, il Cannibale che ne conta sette.

Ne ho viste davvero tante di Milano-Sanremo: la prima che ricordo, seppur vagamente, è quella del 1984 di Francesco Moser, poi le due consecutive di Fignon, corridore che mi colpì per il suo codino biondo e, specialmente, perché portava gli occhiali da vista proprio come me. E che bella nel 1990 la vittoria di Gianni Bugno, il mio idolo di gioventù che in quell’edizione non mollò di un centimetro nonostante i secondi accumulati dal tedesco Gölz sul Poggio! L’ultima salita della Classica di Primavera, introdotta da Vincenzo Torriani nel 1960 per movimentare la corsa, fu decisiva anche nel 1991 quando Claudio Chiappucci staccò il danese Sorensen negli ultimi tornanti per andare a trionfare sul traguardo di Via Roma.
Negli anni 2000 la Milano-Sanremo tornò a diventare un affare per velocisti. Ricordo la prepotente vittoria di Mario Cipollini nel 2002 (stesso anno in cui si laureò Campione del Mondo a Zolder), quella di Paolo Bettini nel 2003 su Mirko Celestino, di Alessandro Petacchi nel 2005 e di Pippo Pozzato nel 2006, mentre nel 2008 è stata l’ora di Fabian Cancellara e nel 2009 di Mark Cavendish, forse il più forte sprinter della storia.

Un’altra edizione che vale la pena ricordare è del 2013: tempo da tregenda con neve all’imbocco del Turchino tanto che la giura decise di fermare il gruppo in prossimità del passo, caricare i corridori e le biciclette sui pullman e sulle ammiraglie e fare ripartire tutti da Cogoleto. Tanti si ritirarono perché intirizziti dal freddo. Non la meteora della MTN-Qhubeka Gerald Ciolek che regolò Cancellara e Peter Sagan per cui la corsa cominciò a rivelarsi una maledizione, non avendola poi mai vinta.
Passò un lustro e accadde l’impensabile. Tutti controllavano Sagan il quale era il favorito numero uno. Nessuno provò ad attaccarlo, salvo il lettone della Israel Krists Neilands che provò la mossa a sorpresa sul Poggio. I corridori più attesi non risposero, salvo uno che però per genetica non aveva le caratteristiche per aggiudicarsi una gara simile. Lo avevano sempre detto tutti che uno come lui non era da Sanremo. Invece quel giorno ci credette e fu l’unico ad andare dietro a Neilands. Non era un uomo qualsiasi: era uno che aveva già in bacheca due Giri d’Italia, un Tour de France, una Vuelta e due Lombardia. Vincenzo Nibali fece ciò che gli sembrò più naturale in quel momento, staccò il rivale, scollinò tutto solo in cima e dette il meglio di sé nella specialità che lo aveva avvantaggiato in passato, la discesa. Tornato sull’Aurelia si spolmonò allo sfinimento perché sapeva che gli avversari lo stavano braccando. Ma ormai era troppo tardi, lo Squalo dello Stretto era già in procinto di tagliare il traguardo dove agguantò uno dei suoi più indimenticabili allori, da gustarsi tutto quanto perché inatteso. Da dodici anni l’Italia aspettava quel trionfo. Non erano i diciassette che separavano le vittorie di Loretto Petrucci (1953) e Michele Dancelli (1970), ma era pur sempre un periodo di digiuno consistente.

In tempi recenti la Milano-Sanremo è stata vinta da Alaphilippe, Van Aert, Stuyven, Mohorič e negli ultimi tre anni dai due alfieri della Alpecin: Van der Poel (campione in carica) e da Philipsen. Quest’anno non sappiamo come andrà a finire, tutti puntano sul fuoriclasse Tadej Pogačar, già terzo nel 2024 e nel 2025. Lo sloveno dovrà sperare di staccare Van der Poel sulla Cipressa o sul Poggio, altrimenti in un arrivo a ranghi ridotti sarà in svantaggio rispetto a un Van der Poel in stato di grazia. Poi c’è anche Pippo Ganna che scalpita per un sigillo che non sia il solito a cronometro. Insomma sabato 21 marzo ci sarà da divertirsi. Buona Sanremo a tutti! Addormentatevi pure, ma ricordate di svegliarvi gli ultimi trenta chilometri.

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