W il Giro d’Italia!

«Ed ora, correte, correte, correte: tutta l’Italia vuole vedervi, ammirarvi. Tutti sentono il bisogno di applaudirvi. Il vostro bel gesto di aver saputo osare segna l’inizio di una vittoria. In ognuno di voi c’è l’anima di un trionfatore». Sono queste le parole che i centosessantasei corridori lessero sul volantino consegnato il 12 maggio 1909 alla punzonatura del primo Giro d’Italia. Di questi alla partenza il giorno successivo alle 2.53 da Piazzale Loreto a Milano si presentarono al via in centoventisette, pronti ad affrontare un vero salto nel buio dato che non sapevano nemmeno loro a cosa andavano incontro.

Un ciclismo lontano anni luce da quello a cui siamo abituati oggi, sotto tutti i punti di vista. Otto tappe in tutto per un totale di 2447,9 km, con la classifica che premiava chi raccoglieva più punti e non chi raggiungeva il miglior tempo. Fu una corsa massacrante se pensiamo che la prima frazione, vinta da Dario Beni, misurava la bellezza di 397 km, mentre la più breve, la conclusiva da Torino a Milano, 206. Inoltre tra una tappa e l’altra erano concessi almeno due giorni di riposo.

Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia nel 1909

Trionfatore assoluto, primo dei quarantanove pionieri arrivati al traguardo di Milano, Luigi Ganna, muratore di Induno Olona, al quale, sceso dalla bicicletta, chiesero una dichiarazione sul suo meritato successo. Lui, serafico e laconico, rispose senza peli sulla lingua con un commento che non lasciava troppo spazio all’immaginazione: «Me brüsa tant el cü», frase la cui fin troppo facile traduzione lasciamo al lettore. 

Ganna si intascò le 5.250 lire del premio finale, ma non la maglia rosa, dato che quella fu istituita nel 1931 per volontà di Armando Cougnet, giornalista della Gazzetta dello Sport nonché ideatore e organizzatore, insieme a Tullo Morgagni e a Eugenio Camillo Costamagna, del Giro d’Italia, un evento sportivo che nel giro di breve tempo è diventato un appuntamento irrinunciabile del panorama ciclistico internazionale, fino a diventare parte integrante della storia del nostro Paese.

Sono passati 117 anni da allora e il Giro, eccettuate due interruzioni forzate a causa della Prima e della Seconda Guerra mondiale, si è sempre disputato. Anche nel 2020, anno tristemente famoso per la pandemia, si corse ugualmente, ma non a maggio, bensì a ottobre. Ne ha viste tante il Giro e tante ne ha raccontate. Ha accompagnato l’Italia nei momenti più felici e in quelli più bui, senza mai abbandonarla, dimostrandole un affetto incondizionato che si è esteso con forza spontanea e naturale a tutti coloro i quali ogni anno sono accorsi e accorrono a festeggiarlo con grida, applausi, striscioni e palloncini. 

Il Trofeo Senza Fine in una rotonda a Canazei

Luigi Ganna, Costante Girardengo, Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino BartaliFausto Coppi, Fiorenzo Magni, Charly Gaul, Gastone Nencini, Ercole Baldini, Franco Balmamion, Jacques AnquetilFelice GimondiEddy Merckx, Giuseppe Saronni, Francesco Moser, Bernard HinaultLaurent Fignon, Gianni Bugno, Stephen Roche, Miguel Indurain, Tony Rominger, Marco Pantani, Paolo Savoldelli, Ivan Basso, Alberto ContadorMichele ScarponiVincenzo Nibali, Chris Froome, Primož Roglič, Tadej Pogačar e Simon Yates, ultimo a vedere inciso il suo nome sul Trofeo Senza Fine

Sono soltanto alcuni dei grandi campioni che hanno brillato sulle strade italiane. Le loro vittorie sono storie uniche, come lo sono quelle di chi il Giro non lo ha mai vinto ma ci è andato vicino, dei cacciatori di tappe, degli scalatori, dei velocisti, degli specialisti delle cronometro, dei gregari, delle maglie nere e dei derelitti del “tempo massimo”, come chiamava Dino Buzzati quelli che lottavano con le unghie e con i denti per non finire fuori dalla competizione. 

Poi, come abbiamo detto, c’è la gente che ha gioito, riso, pianto e sofferto insieme a chi questi sentimenti, misti a sudore e fatica, li ha provati in sella alla propria bicicletta. Lo spettacolo degli uomini che si assiepano con pazienza e trepidazione a bordo strada, fino a cancellarla del tutto con il loro abbraccio affettuoso e asfissiante quando passano i corridori, si ripete ogni volta come un rito perpetuo che mai cesserà di esistere fino a quando nei loro cuori gonfi di spasmodica attesa governeranno la passione e l’umana solidarietà. 

Anna Maria Ortese, inviata per L’Europeo a seguire il Giro del 1955, usò queste parole per descrivere il fenomeno che avviene al passaggio della corsa: «Muro di donne, di ragazzi, di uomini, contadini e borghesi, artigiani e signori, marinai, preti, maestri e maestre di scuola con la scolaresca al completo. Vedemmo un domenicano abbagliante. E tutti, al passaggio del Giro, come mossi da un vento, si piegavano avanti, e in quell’attimo si udivano risa di gioia e grida e voci che chiamavano con amore, e incitavano, e subito dopo più niente: come un film vive solo in quell’attimo che attraversa lo schermo, quel muro diventava umano solo nel tempo ch’era illuminato dal Giro. Poi ritornava muro, vento, memoria».

Il percorso del Giro d’Italia 2026

Pasolini diceva del ciclismo che è uno sport popolare perché è l’unico in cui non si paga il biglietto. Io stesso, ogni volta che sono andato a vedere passare il Giro, l’ho appurato con stupore. A Oropa dove Marco Pantani ha costruito uno dei suoi tanti capolavori, sul Colle dell’Agnello dove ho assistito a un commovente Michele Scarponi scollinare per primo salvo fermarsi per attendere il suo capitano Vincenzo Nibali, sui rettifili della mia città dove ho visto sfrecciare come una saetta Mario Cipollini, e tante altre volte che sarebbe lungo elencare. Ho letto negli occhi di chi mi stava accanto le stesse emozioni che provavo io, una partecipazione viscerale che scaturisce nell’illusoria volontà di potere trasmettere a chi sta sputando l’anima sui pedali anche solo una minuscola stilla di energia utile ad alleviare la sua pena. 

So e sappiamo tutti che è una percezione effimera, però so anche che io in quel preciso istante non sono più un cinquantenne ingrigito che ogni giorno fa i conti con le tribolazioni della vita. Per una sola frazione di secondo ringiovanisco e come me ringiovaniscono tutti quelli che mi sono vicini. Perché il bello del Giro d’Italia è esattamente questo, cioè che ci riporta indietro all’età dell’innocenza. Per citare nuovamente Anna Maria Ortese: «chiunque parta col Giro diventa, per un mese, bambino».

Allora da venerdì 8 maggio, per tre settimane, anche se durerà poco, anche se magari non ha più il richiamo che aveva qualche anno fa, anche se il percorso è giudicato frammentario (e lo è) proviamo a tornare bambini. E come bambini corriamo in strada con il sorriso sulle labbra e gridiamo tutti insieme: W il Giro d’Italia

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