Nel 1920 Tristan Tzara pubblica il Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro dove spiega come comporre una poesia dadaista: prendere un giornale e un paio di forbici, scegliere un articolo, ritagliarlo parola per parola e mettere tutto in un sacchetto, estrarre i foglietti uno dopo l’altro, metterli in fila, ricopiarli e declamare il risultato finale. «Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare», così chiude Tzara.
Quasi sessant’anni più tardi, siamo nel 1978, pur con le dovute differenze, Antonio Colombo compie un’operazione analoga. Per prima cosa rileva una piccola azienda che costruisce biciclette, fino a quel momento gestita da un ex corridore che in carriera ha vinto una Milano-Sanremo e un Giro di Lombardia. Cino Cinelli è uno che lavora alla moda antica, mentre Colombo al contrario è tutto proiettato verso il futuro. Come prima cosa cambia il logo che commissiona a Italo Lupi, uno che sa il fatto suo visto che ha vinto tre volte il Compasso d’Oro, cioè il massimo premio a cui può ambire un designer.
Lupi crea l’arcinota C con le tre alette che richiamano Colombo, Columbus e Cinelli. Reso riconoscibile il marchio serve dargli un’impronta che lo porti fuori dagli schemi dell’omologazione. Ed è qui che salta fuori il dadaismo di Antonio perché nel contenitore che si è comprato ci mette dentro veramente tutto se stesso: la musica, l’arte, la poesia, il disegno industriale, la cultura underground. Ammette di non sapere nemmeno lui dove andrà a parare, intanto però Cinelli comincia a essere percepito come qualcosa che si differenzia in modo netto dagli altri produttori di biciclette. «Se un tubo d’acciaio si porta dietro anche un po’ di Aristotele e Keith Richards, male non gli fa», pensa il buon Antonio.

La storia di questo imprenditore sui generis è raccontata a ritmo di rock nel libro A.C. Confidential (Ediciclo) che Giacomo Pellizzari ha sfornato insieme a Colombo. Lo stile è quello che contraddistingue da sempre lo scrittore milanese e che abbiamo già avuto il piacere di trovare nelle sue opere precedenti come Ma chi te lo fa fare?, Gli italiani al Tour de France, Tornanti e altri incantesimi, Itinerario Felice, Il carattere del ciclista, Generazione Peter Sagan e l’ultimo dedicato a Marco Pantani La mappa del Pirata.
Dadaista come una serata al Cabaret Voltaire è stata anche la presentazione del libro al Velodromo Vigorelli di Milano con tutti gli amici di Antonio accorsi a festeggiarlo. In prima fila il compagno di bisbocce Fabio Treves.
In A.C. Confidential Pellizzari dipinge su pagina le vicende del poliedrico e dinamico Colombo. Da quando il padre Angelo Luigi, fondatore dell’omonima società produttrice dei migliori tubi d’acciaio in circolazione, lo porta fin da bambino sul campo di battaglia per fargli capire che il lavoro si costruisce dal basso. Così ecco Antonio che invece di essere impiastricciato di marmellata come i suoi coetanei è tutto sporco di pirite che ride e scherza tra i veraci minatori della Maremma. È lì che Colombo riceve il battesimo dell’acciaio.
Quell’acciaio che farà la fortuna della A.L. Colombo, azienda che fornisce il materiale primo per i mobili progettati da Marcel Breuer alla Bauhaus. Se il razionalismo penetra in Italia e trova i suoi sbocchi migliori con Terragni e Pagano è anche grazie ai tubi di acciaio Colombo che trasformano in oggetti da adoperare nel quotidiano ciò che è nato nelle menti e sulle carte dei designer. Non soltanto sedute, tavolini e scaffali, ma anche gli châssis degli aerei e delle automobili faranno la fortuna della Colombo.

Antonio è nato nel 1950, dunque negli anni ’60 è obbligatorio che si trovi a vivere un processo epocale, sia interiore, quando come tutti passa dai timidi tormenti dell’adolescenza a quelli più rabbiosi della giovinezza, sia esteriore, quando altrettanto inevitabilmente si imbatte nei nuovi movimenti di protesta che contestano lo statu quo e tendono a scardinare il grigio conformismo del decennio precedente. In tutto questo ha pure la fortuna di capitare nello stesso banco di uno come Fabio Treves, in seguito eccellente musicista che con la sua band suonerà con le più grandi leggende del rock, del jazz e del blues. Si incontrano tutti i giorni nello scantinato di casa Colombo dove ascoltano Radio Luxembourg, antesignana delle rado libere, e scoprono un sottobosco artistico che ovviamente non viene diffuso dalla cultura ufficiale, ma proprio per questo motivo ha sulla loro generazione la forza di attrazione di una calamita.
Poi Antonio, che deve decidere cosa fare della sua vita, se ne va a Londra. tre mesi post esame di maturità che lo cambiano nel profondo. Pur con tutte le incertezze legate al domani, pur senza confessarselo apertamente ha già deciso quale sarà la sua strada: portare l’arte nel mondo dell’acciaio, ma non solo da fornitore, bensì da homo faber che governa i fatti suoi. Si sa che il cervello più è giovane, più si arrovella ponendosi domande a getto continuo. Tra le tante, una cambierà le sorti di ciò che sarà di Antonio: «se l’acciaio è già stato usato per fabbricare qualsiasi oggetto perché non per la bicicletta? Ma un attimo, la bicicletta come la intendo io…»
I tubi Columbus vanno a formare i telai dei grandi marchi che vestono i grandi campioni. Eddy Merckx, tanto per dirne uno, conquista il record dell’ora nel 1972 a Città del Messico su una Colnago assemblata con tubi Columbus, il cui nome comincia a circolare negli ambienti quando Ernesto certifica il fatto con tanto di carta intestata e firma personale. È la consacrazione. La produzione impenna e Antonio apre lo storico capannone in via dei Pestagalli. Moser, Saronni, Gimondi, De Vlaeminck sono solo alcuni dei fuoriclasse che pedalano su bici fatte con tubi di acciaio trafilati a freddo Columbus. Soprattutto con Felice Gimondi nasce un bel rapporto di amicizia che oltrepassa i confini del lavoro.

Tutto ciò però non basta ad Antonio. È grazie alla sua creatura Cinelli che d’ora in avanti potrà legare come meglio gli pare il filo delle sue innumerevoli passioni. Le tappe sono tante, Pellizzari le racconta in maniera dettagliata nel libro: dal coinvolgimento dei nomi più importanti del design al lancio sul mercato di modelli oggi ricercati dai collezionisti come la CMX (parente stretta della BMX), la Supercorsa, dove il telaio diventa una tela per gli artisti che la vogliono decorare, la Voladora con cui Francesco Moser stabilisce due primati dell’ora in pochi giorni.
Senza dimenticare lo storico Rampichino, la prima mountain bike italiana che diventa ben presto uno status symbol. Tutti vogliono pedalare sul Rampichino, un oggetto affascinante nato per vivere la montagna in ogni stagione e non solo d’inverno, e su biciclette Cinelli: Steve Jobs, Eric Clapton e anche Fidel Castro. Poi, siccome Antonio Colombo è uno che sa vedere ben oltre il proprio naso, anticipa di quindici anni le gravel ideando la Passatore e rilancia la city bike di chi si muove per lavoro con la Bootleg. Le sue intuizioni di marketing si riconoscono anche dalla sua abilità nell’azzeccare ogni volta il nome più adatto ed evocativo: Supercorsa, Rampichino, Passatore, Bootleg, Mystic, Laser (prima bici ad aggiudicarsi il Compasso d’Oro nel 1991), Zydeco. Non possono non restare impressi, potenziati da campagne pubblicitarie visionarie e d’impatto.
Giacomo Pellizzari infine ci ricorda il fil-rouge che contraddistingue la vita di Antonio Colombo: l’arte. Non quella mainstream che non gli è mai interessata, bensì quella di confine, unofficial e undeground che Colombo va a cercare ovunque, nella San Francisco della West Coast in particolare.

Nel 1998 Colombo chiude un cerchio, fonda la sua galleria d’arte che è la sintesi degli anni vissuti inseguendo il suo sogno di libertà. Le true stories sono sorprendenti. Romanzi dentro il romanzo. La bicicletta permette anche questo, conoscere cioè persone straordinarie e condividere le loro stesse vibrazioni: Dario Pegoretti, Keith Haring, Mario Schifano, Alessandro Mendini, Russ Pope, Barry McGee, Mike Giant, Studio Alchimia, Occhiomagico sono solo alcuni dei tanti personaggi che oggi convergono sia nella galleria d’arte che nel Colombo’s Archive, l’archivio vivo che raccoglie tracce di vita del geniale imprenditore che definire tale è tuttavia riduttivo. Perciò ci sentiamo di chiamarlo imprenditore-sognatore, anche se a ben pensarci sembra un ossimoro, ma per Antonio Colombo va bene così.
Prendiamo allora in prestito le parole con cui Giacomo Pellizzari chiude il suo ritratto: «Antonio Colombo, moderno Willy Wonka, ha saputo creare biciclette uniche, innovando il ciclismo e la sua estetica come nessuno mai. Lo ha fatto scegliendo di stupire prima che vendere, di creare suggestioni prima che prodotti. E poi magari capita, questo sì, di venire ricordato a lungo come capitano coraggioso, nel mondo del ciclismo, ma non solo».

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