È uscito da pochi giorni il mio libro 50 anni da Felice (Ediciclo) che racconta la vittoria di Gimondi al Giro d’Italia del 1976 con la bellissima ed emozionante postfazione della figlia Norma. Il titolo ha un doppio significato: il primo è riferito ovviamente al trionfo del campione bergamasco alla Corsa Rosa, il secondo è autobiografico dato che proprio quell’anno io venivo al mondo. Sono nato il 31 gennaio, mentre l’edizione di quel Giro, la cinquantanovesima, fu presentata il giorno prima, il 30. Quando si dice il destino…
50 anni da Felice è un libro che parla di ciclismo, ma non solo. Sono dell’opinione che il Giro d’Italia sia una grande storia che contiene tante piccolo storie. Ebbene, io ho provato a raccontarle immaginandomele, giacché per chiare ragioni anagrafiche non ho potuto seguire le vicende. Si parla quindi della corsa, dei luoghi da essa attraversati e dei personaggi che l’hanno popolata. E naturalmente di Felice Gimondi.

Il nome di Gimondi è stato uno dei primi a fissarsi nella mia memoria insieme a quello di Fausto Coppi (in Piemonte non poteva essere altrimenti). A casa era mio nonno a essere appassionato di ciclismo, in televisione non si perdeva una corsa. Da quel che ho saputo dopo, da giovane avrebbe voluto provare a fare il corridore, ma i casi della vita hanno voluto il contrario.
Per più di ottant’anni ha lavorato la terra, ma l’amore per la bicicletta non l’ha mai abbandonato. Ricordo che la usava come unico mezzo di spostamento, non avendo mai preso la patente. In cantina, accanto agli utensili da falegname, da fabbro e da muratore, non mancavano quelli da meccanico per aggiustare le biciclette. Arnesi misteriosi che all’epoca non capivo a cosa servissero: pompe, chiavi inglesi, raggi, tubi d’acciaio.
Ho bene impressa la prima volta che lo vidi immergere una camera d’aria in una bacinella per capire dove fosse forata. Scoperto il buco si mise a ripararla con il mastice, le mise una toppa, ricavata a sua volta da un’altra camera ormai irrecuperabile, la rimontò nel cerchione, sistemò il copertone, la gonfiò ed ecco che era tornata come nuova. Mi colpirono profondamente la sua abilità e la cura del dettaglio nel portare a termine quel lavoro.
Dunque è stato mio nonno l‘anello di congiunzione tra me e Gimondi. La coincidenza ha poi voluto che la mia nascita e la sua vittoria al Giro coincidessero. Il resto è venuto da sé. Ma ci sono altri motivi per cui ho deciso che Felice Gimondi doveva diventare il protagonista del mio romanzo a tappe.
Innanzitutto perché essendo io appassionato e praticante assiduo di ciclismo non potevo esimermi dal farlo. Gimondi ha rappresentato un punto fisso dello sport italiano per oltre un decennio. Ha vinto tanto: tre Giri d’Italia, un Tour de France, una Vuelta di Spagna, una Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia e un Campionato del Mondo (più altre corse che non stiamo qui a elencare).

Avrebbe potuto vincere di più, se sul suo cammino non avesse incrociato Merckx, l’Eddy o Quello là come lo chiamava lui. Ma a me sinceramente questo poco importa, anzi proprio perché c’è stato Merckx, Gimondi mi ha affascinato ancora di più. Non ho mai amato i campioni invincibili perché non mi sono mai sentito vicino alla retorica dell’eroe. E di retorico e invincibile Gimondi non aveva nulla.
È stato un uomo ostinato e caparbio nel tirare fuori il meglio dalla sua passione, dal suo talento e dal suo lavoro. Leggendo le sue interviste e ascoltando le sue dichiarazioni, mi ha colpito il fatto che usasse spesso il termine mestiere, lo stesso che adoperava Cesare Pavese, un altro come Gimondi legato indissolubilmente alla sua terra e alle sue radici, langarole il primo, bergamasche il secondo.
Tuttavia, a differenza di Pavese che dentro di sé aveva dei demoni che non è mai riuscito a sconfiggere e che anzi lo hanno sconfitto, Gimondi ha saputo cavare dal suo mestiere e dai suoi demoni (leggi Merckx) la spinta vitale per non arrendersi di fronte a nulla, diventando un esempio umano, ancor prima che sportivo.
Era forte nel corpo ed era forte nello spirito Felice Gimondi da Sedrina. Lo ha dimostrato specialmente in quello che reputo il capolavoro della sua vita ciclistica. Un capolavoro che, come tutte le opere che si fregiano di essere tali, parla un linguaggio autonomo, un unicum che non necessita di spiegazioni. Io, molto umilmente, ho provato a raccontarlo per dargli una nuova vita, usando lo strumento a me più affine, la scrittura.
Se, al termine, avrò soddisfatto anche solo un poco la curiosità del lettore che mi farà l’onore di avventurarsi tra le pagine del libro, allora ne sarò enormemente felice, consapevole pure io di avere fatto bene il mio mestiere.

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