Le cicliste emancipate di Zandomeneghi

Dei tre Italiens de Paris Federico Zandomeneghi è forse il meno noto, eppure rispetto a Giuseppe De Nittis, ammaliato fin da subito dal canto delle sirene impressioniste, e al mondano Giovanni Boldini è stato il più vicino e partecipe alla vita scapestrata del bohémien, colui il quale incarna la figura dell’artista provocatorio, dissacrante e dissoluto che rifiuta recisamente le convenzioni borghesi, come già si legge nella sua volontà di risiedere a Montmartre, il quartiere per eccellenza dei maudit.

Nella seconda metà del XIX secolo Parigi costituisce il centro nevralgico della vita culturale, divenendo a tutti gli effetti la capitale dell’arte. Lì pittori, scultori, poeti, scrittori convergono in massa per cercare gloria e onori. Se molti ci provano, pochi ce la fanno. Sono gli anni in cui si afferma l’Impressionismo, salito alla ribalta con la prima storica mostra, ospitata nello studio del fotografo Nadar il 15 aprile del 1874, dove è chiamato a esporre come unico italiano De Nittis. 

Tra i visitatori c’è anche Zandomeneghi, nato a Venezia il 2 giugno 1841 in un ambiente assai fertile per le inclinazioni artistiche. Il padre Pietro e soprattutto il nonno Luigi, professore alla Real Accademia di Belle Arti della città lagunare, erano infatti rinomati scultori, entrambi epigoni del neoclassicismo di Antonio Canova.

Federico Zandomeneghi, Impressioni di Roma, olio su tela, 1872, Pinacoteca di Brera, Milano

Federico, di indole irrequieta e affascinato come molti della sua generazione dalle idee unitarie, nel 1860 aderisce alla spedizione dei Mille di Garibaldi che seguirà ancora nel 1866 durante la Terza Guerra di Indipendenza. Nel 1862 invece lo troviamo a Firenze dove entra in contatto con i Macchiaioli, un incontro destinato a segnarlo per lunghi anni. 

L’obbiettivo del gruppo creato dal critico Diego Martelli, che si riuniva di solito al Caffè Michelangelo nel capoluogo toscano, era quello di creare un linguaggio artistico nazionale che superasse i tanti e confusi idiomi regionali, un po’ come in letteratura aveva fatto Alessandro Manzoni quando aveva dichiarato di voler sciacquare i panni in Arno. 

La poetica macchiaiola, che negava in maniera risoluta i principi accademici, a partire dal disegno, era basata su un realismo che di fatto ricordava in superficie quello di Courbet, ma a differenza di quest’ultimo che prediligeva temi universali e di denuncia sociale, tale realismo era rivolto limitatamente al locale e all’aneddoto. Il perdersi in rivoli dialettali fu una delle cause per cui il gruppo toscano fallì.

Federico Zandomeneghi, In bicicletta, pastello su carta, 1896, Fondazione Enrico Piceni, Milano

Tra i meriti di Martelli va riconosciuto quello di avere iniziato per primo a parlare di Impressionismo in Italia. Per capire il movimento francese però bisognava recarsi a Parigi. Cosa che fece Zandomeneghi nel 1874 dopo avere girato in lungo e in largo l’Italia in cerca della propria identità. Che egli fosse destinato alla Francia pareva chiaro: Impressioni di Roma, olio su tela del 1872 che rappresenta dei poveri in attesa sui gradini del convento di Aracoeli, suscitò l’ammirazione di Édouard Manet che ebbe l’occasione di vederlo alla Pinacoteca di Brera dove si trova tuttora.

A Parigi l’artista veneziano resta colpito in special modo dalle opere di Renoir e di Degas dei quali intuisce l’enorme portata artistica e ai quali resta legato da un profondo sentimento di amicizia personale. Da Degas Zandomeneghi riprende i motivi, i colori e le strutture compositive; imitandolo cerca di emendarsi dalle sue peculiarità tipicamente italiane: si veda ad esempio Al Caffè del 1884 e lo si confronti con Assenzio di Degas del 1876, scena, soggetti e taglio pressoché uguali, ma «senza capire la novità strutturale della sua pittura», come sostiene Argan.

Federico Zandomeneghi, Al Caffè Nouvelle Athènes, olio su tela, 1885, collezione privata

I soggetti preferiti di Zandomeneghi diventano le figure femminili, ritratte nei gesti quotidiani quali la toeletta, la lettura, i momenti di svago. Seguendole da vicino l’artista coglie in nuce dei temi destinati a divenire cruciali nel Novecento: la conquista della libertà e la parificazione dei diritti

Sono proprio le donne a essere immortalate da Zandò (così lo ribattezzano in Francia con quel gusto tutto transalpino di accentare l’ultima vocale dei cognomi italiani) mentre scorrazzano in bicicletta al Bois de Boulogne, il parco bagnato dalla Senna, meta prediletta dai parigini nelle ore di svago e ozio. «Il Giardino delle donne; e, come il Viale dei Mirti dell’Eneide, piantato per loro di alberi d’un solo aroma, il Viale delle Acace era frequentato dalle Bellezze celebri», scrive ne La strada di Swann Marcel Proust il quale si recava di nascosto al Bois per vedere passeggiare la cocotte Odette.

Oggi la bicicletta è un mezzo di trasporto universale, usato senza distinzioni da uomini e donne. Tuttavia agli albori, vale a dire in pieno Ottocento, non era così in quanto era un affare prettamente maschile. Era raro vedere delle donne in sella, tanto più che le prime bici con il tubo orizzontale ribassato per agevolare i movimenti apparvero solo verso la fine del secolo. 

In sostanza a quell’epoca una bicicletta per favorire il gentil sesso non era ancora stata inventata, così le donne se volevano andare a passeggio erano costrette ad adoperare quella classica da uomo, indossando al posto della gonna i più comodi pantaloni alla zuava. Zandomeneghi, forse inconsapevolmente, ci ha reso così testimoni di un piccolo passo verso una prima emancipazione femminile

Federico Zandomeneghi, In bicicletta al Bois, pastello su carta, 1896, Fondazione Enrico Piceni, Milano

Nel 1896, dunque nel pieno della sua maturità, l’artista esegue due pastelli su carta: In bicicletta nel parco e Incontro in bicicletta (Fondazione Enrico Piceni, Milano). L’ambiente è quello en plein-air della borghesia parigina nella belle époque. Del periodo macchiaiolo resta unicamente il gusto per il racconto, mentre i colori tenui e le pose dei soggetti, specie quelli in riposo sull’erba, rimandano in maniera inequivocabile ai grandi maestri dell’Impressionismo che lo hanno preceduto. 

Infine Zandomeneghi è stato abile a precorrere i tempi. Già nel 1880 con Place d’Anvers si sentono risuonare le prime note divisioniste, ispirate al pointillisme che si sviluppa sempre a Parigi, la città a cui il pittore restò sempre fedele, sino alla morte sopraggiunta nel 1917

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