Esiste un tipo di ciclismo lontano anni luce da quello esasperato delle competizioni, delle biciclette ultimo modello da sfoggiare con gli amici al giro del sabato o alle granfondo, dei watt sprigionati, delle FTP e dei KOM su Strava. È quello vissuto a ritmo lento delle ciclostoriche, manifestazioni dove è d’obbligo presentarsi in sella a biciclette con determinate e rigorose caratteristiche: telaio in acciaio, cambio sul tubo obliquo, cavi dei freni esterni, pedali con fermapiedi e cinghietti. In sostanza con biciclette d’epoca costruite prima del 1987. Molti vanno ancora più indietro nel tempo e sfoderano mezzi che risalgono ai primi del Novecento con cerchioni in legno, freni a tampone e, perché no?, fanali ad acetilene.
La maggior parte di queste biciclette è stata trovata in qualche cantina o in qualche mercatino oppure più semplicemente di proprietà del papà, del nonno, dello zio o dell’amico che una volta correva o ci provava a farlo. Ma ci sono anche quelle che potrebbero benissimo essere esposte in un museo (e che lo sono davvero): cavalli di ferro che hanno più di cent’anni sulle spalle, pesanti oltre 20 kg, che quando si incontra una salita sopra al 5% bisogna scendere a spingere. Non è un’onta e quando accade (molto più sovente di quanto si creda) si sorride e si scambiano due battute.
Poi c’è l’abbigliamento che mette al bando completini in lycra, agganci rapidi e caschi di ultima generazione a vantaggio di magliette in lana, fondelli in pelle di daino, guanti traforati, scarpini in cuoio e occhiali tipo quelli degli aviatori. Si vedono divise che paiono uscite da fotografie ormai sbiadite: Legnano, Bianchi, Siof, Salvarani, Molteni, Scic, Peugeot, Flandria, Brooklyn. Senza contare quelle di società minori che i nipoti saranno andati a chiedere ai padri o ai nonni che le custodivano gelosamente. Immaginiamo anche le raccomandazioni affinché tali cimeli ritornino a casa sani e salvi.

A lanciare e codificare le ciclostoriche è stata L’Eroica che si svolge dal 1997 a inizio ottobre a Gaiole in Chianti, provincia di Siena. Un’idea a dir poco geniale: valorizzare il territorio attraversandolo a bordo dell’unico mezzo che permette di farlo (piedi a parte), vale a dire la bicicletta. Con soste prolungate, soprattutto ai ristori dove mica si trovano gel e barrette, bensì i prodotti del luogo come salumi, formaggi e marmellate, magari annaffiati da un buon bicchiere di vino.
È ciò che accade anche a La Mitica dove l’età eroica del ciclismo rivive nelle terre di Fausto e Serse Coppi. Deus ex machina di questa manifestazione, che quest’anno si tiene domenica 28 giugno, è Pietro Cordelli, presidente dell’associazione I Colli di Coppi, il quale ha costruito attorno alla pedalata vera e propria (tre i percorsi da scegliere con diversi tratti su strade bianche) un contorno di eventi nei Comuni che sorgono attorno a Castellania Coppi, terra natia del Campionissimo e del suo sfortunato fratello.
La Mitica, che fa parte del Giro d’Italia d’Epoca, diventa in tal modo uno strumento di conoscenza di autentiche eccellenze. Culturali, come i Musei Pellizza da Volpedo, Casa Coppi, dei Campionissimi a Novi Ligure dove nacque Costante Girardengo, la Pinacoteca Divisionismoa Tortona; enogastronomici, come il Derthona Timorasso, il salame nobile del Giarolo, gli agnolotti e i baci di dama di Tortona, il formaggio Montebore, la ciliegia bella di Garbagna; paesaggistici, come i colli tortonesi, palestra prediletta di Fausto Coppi che da lì partì alla conquista del mondo.
Spiega Cordelli che organizzare La Mitica «è apparsa da subito come la strada migliore da percorrere per recuperare tutti i valori della storia della bicicletta e il forte legame che questo sport ha con il territorio, nonché cogliere al volo quello che si sta delineando come un vero e proprio movimento a carattere internazionale che negli ultimi anni, crescendo molto rapidamente, sta catalizzando l’attenzione di giornalisti, amministratori locali ed operatori economici ma soprattutto di appassionati e praticanti provenienti da tutto il mondo: i raduni ciclovintage».

Uno degli eventi più partecipati – al quale ho avuto l’onore di essere invitato per presentare il mio libro 50 anni da Felice – si è svolto venerdì 26 giugno sul Belvedere della chiesa di San Giorgio a Paderna, piccolo paese di poco più di duecento anime sulla destra dello Scrivia, da cui si gode un meraviglioso panorama sulle colline adiacenti.
La serata si è divisa in due parti. La prima ha visto il dialogo tra il sottoscritto e Giampaolo Bovone, appassionato collezionista di cimeli ciclistici e di tutto ciò che orbita attorno al teatro di figura, fondatore e presidente dell’Atelier Peppino Sarina con sede a Palazzo Guidobono a Tortona, dedicato al celebre maestro burattinaio di origine lodigiana. Con Giampaolo ci siamo subito intesi quando gli ho raccontato che il mio vicino di casa è Bruno Niemen, erede della famiglia vercellese che da quasi due secoli porta in giro spettacoli di burattini.
Davanti a un’attenta platea che ha trovato refrigerio nell’arietta proveniente dai vicini Appennini, che ha attutito almeno per poche ore l’insopportabile calura di questi giorni, io e Giampaolo abbiamo parlato di Jacques Anquetil e di Felice Gimondi, in un dialogo dove ci siamo scambiati i ruoli di intervistatore e intervistato. Bovone ha portato anche la bicicletta del campione francese e due maglie: una rosa del Giro d’Italia e una personalizzata con cui Giampaolo ha corso un’edizione dell’Eroica di qualche anno fa dove ha avuto la fortuna di conoscere il mio campione Felice Gimondi.
Anquetil e Gimondi sono stati due fuoriclasse della bicicletta. Tanto uguali nella loro volontà di vincere quanto diversi nella vita privata. Quella del francese è stata a dir poco tumultuosa, tanto che Beppe Conti, il quale doveva essere anche lui della partita, gli ha dedicato la sua ultima opera dal titolo eloquente, Il Sultano. Agli antipodi quella del Bergamasco, molto più tranquilla e priva di colpi di testa. Regolare e quadrata come il suo modo di pedalare e interpretare il ciclismo. Entrambi sono accomunati dal fatto di avere vinto la Tripla Corona, ovvero tutte e tre le grandi corse a tappe: Tour de France (ben cinque maglie gialle per Anquetil), Giro d’Italia (tre volte Felice) e Vuelta di Spagna. Gimondi si è tolto qualche soddisfazione in più nelle Classiche Monumento (Parigi-Roubaix, Giro di Lombardia e Milano-Sanremo), mentre Anquetil una sola, la Liegi-Bastogne-Liegi. Inoltre Felice è stato campione del Mondo nel 1973. Coppi, Anquetil, Gimondi e Merckx: è stato bello raccontare il ciclismo d’antan, uno sport molto diverso da come siamo abituati a vederlo oggi.

La perla della serata è stata però alla fine. L’ultima Malabrocca, spettacolo recitato con accompagnamento musicale, scritto e interpretato da Serena Malabrocca, nipote del corridore divenuto leggendario per essersi aggiudicato per due volte di fila (1946 e 1947) la Maglia Nera del Giro che veniva indossata da chi chiudeva la classifica generale. In breve tempo divenne un simbolo, soprattutto per i tifosi a bordo strada che si divertivano a ipotizzare quali espedienti Malabrocca avrebbe escogitato. Si fermava al bar, a chiacchierare con la gente, a schiacciare un pisolino: tutto questo per arrivare ultimo, il che gli garantiva non solo visibilità, ma anche e soprattutto premi in denaro e in natura. Erano anni difficili e ottenerli era un privilegio.
Nel 1949, durante questa singolare prestazione, cioè per essere il primo degli ultimi, si trovò di fronte a un rivale pericoloso, Sante Carollo il quale riuscì a strappargli la supremazia e la relativa fama all’ultima tappa. Questo perché Malabrocca esagerò nella cronometro conclusiva Torino-Monza. La giuria, stanca della sceneggiata e di aspettarlo, smontò il palco e gli assegnò lo stesso tempo degli altri corridori. La Maglia Nera venne abolita a partire dal 1952 in quanto i suoi pretendenti per vestirla mettevano in atto degli stratagemmi che di sportivo avevano ben poco.
In L’ultima Malabrocca, Serena ha fatto rivivere le gesta di suo nonno partendo dal recinto incantato della memoria, di quando la portava per funghi e passeggiando le raccontava di quando correva in bicicletta. Tra suggestioni provenienti da Buzzati e da Brera, dall’amore per la sua Ninfa, dall’amicizia e dai consigli di Fausto Coppi, il ritratto di un uomo che ha dato dignità agli ultimi – che comunque le sue corse le ha vinte (una Coppa Agostoni, una Parigi-Nantes, un Giro di Jugoslavia e due tricolori ciclocross) – perché come ha detto Serena, chi più chi meno: «Siamo tutti Malabrocca!»


Lascia un commento