Domenica 7 giugno si è corsa la Milano-Sanremo. Naturalmente non quella dei professionisti che si tiene a fine marzo, bensì quella non competitiva riservata agli amatori. Niente classifica perché in questo caso si pedala solo per il piacere di portare a termine un’impresa a dir poco mastodontica, dato che non si parla di persone che lo fanno per lavoro, ma semplici appassionati che durante la settimana riescono a ritagliarsi con grandi sacrifici spazi anche minimi da dedicare alla bicicletta.
La Milano-Sanremo dei comuni mortali è a tutti gli effetti una cicloturistica dove ci si iscrive senza l’assillo della prestazione. Fino a qualche anno fa era una gara, ma poi chi la organizza, l’Unione Ciclistica Sanremo, ha pensato che lo spirito della manifestazione doveva essere altro, come ad esempio succede alle challenge del Nord come il Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix e la Liegi-Bastogne-Liegi.
Certo, c’è chi la fa a tutta, sapendo comunque che, pure se dovesse arrivare prima di tutti gli altri, la sua fatica sarà valsa tanto quanto quella di chi taglierà il traguardo proprio al limite del tempo massimo. Forse è questa la ragione per cui laMilano-Sanremo amatoriale ormai è frequentata più dagli stranieri che dagli italiani, i quali è risaputo amino giocare a fare i pro, quando pro ovviamente non sono.

Le premiazioni ci sono, ma si svolgono il giorno prima della partenza e sono riservate ai gruppi più numerosi. Il messaggio è chiaro: viva la squadra, abbasso l’individualismo. Anche perché da soli su un percorso logorante come questo non si va da nessuna parte. Più di trecento chilometri da sciropparsi, la maggior parte dei quali tutti in pianura, non sono uno scherzo. Perciò è fondamentale trovare il gruppo adatto alle proprie possibilità, dove, fin dallo start, si toccano velocità vertiginose. Basti pensare che nelle prime due ore la media era di quaranta km/h. Bisogna soltanto fare attenzione alle ruote davanti, alle rotonde dove si creano gli immancabili elastici, all’ingresso nei centri abitati, agli attraversamenti pedonali, ai semafori, ai restringimenti e… alle automobili.
Come è facile immaginare le strade non sono chiuse, quindi la concentrazione in sella deve essere doppia, sia per dosare le energie che per rispettare le regole. Che spesso vengono bellamente ignorate da ambo le parti: dai ciclisti che bruciano il rosso, che occupano tutta la corsia, che buttano le cartacce (per fortuna ne ho visti pochi); dagli automobilisti che si avvicinano troppo alle biciclette, che non segnalano le svolte, che stringono in rotatoria. Tutto ciò causa inevitabili tensioni che sfociano in insulti più o meno velati (propendiamo per i più). Ora, finché l’attrito è confinato in un sacrosanto mandarsi al diavolo a vicenda ci può stare. Non ci sta invece che il guidatore dell’auto affianchi il ciclista e sterzando bruscamente minacci di investirlo. Le nefaste conseguenze non stiamo neanche a descriverle.

Milano (anzi Settala, periferia est del capoluogo), Naviglio della Martesana, Pavia, Tortona, Novi Ligure, Predosa (primo benedetto rifornimento), Castelnuovo Bormida, Acqui Terme: siamo a poco meno della metà del tragitto. La parte più noiosa è andata. È ora di attaccare il Sassello perché non si passa dal Turchino come i professionisti, ci sarebbe da attraversare tutta Genova e farlo una bella domenica che già profuma di estate non è consigliabile. Il Sassello è lungo, è un continuo alternarsi di falsipiani e strappetti che per fortuna non fanno mai male. In cima ci attendono i furgoni che ci stanno assistendo con acqua e bevande zuccherine. Due di noi purtroppo si sono ritirati, ma, sebbene stravolti, trovano la forza per incitarci.
Si riparte, ma dopo neanche cento metri ecco che siamo costretti a mettere di nuovo il piede a terra. Tutti fermi perché dal paese transita la processione religiosa del Corpus Domini e mica si può tagliare la strada al Padreterno: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Santi che vengono tirati in ballo dagli utenti della strada subito dopo poiché nel frattempo si è creato l’imbuto di auto, moto e bici. Comunque sia in un modo o nell’altro eccoci a Colle Giovo dove ci si butta in picchiata direzione Albisola, con passaggio prima da Stella, paese natale del presidente Pertini.
“Dietro una curva improvvisamente il mare” cantavano Fossati, De André e De Gregori. Proprio il mare dà nuovi stimoli al piccolo gruppetto che si è formato, costituito da ben cinque elementi della squadra ai quali si sono aggiunti un collega di Como, un francese e un volpone di Barcellona che ha succhiato le ruote fin dalla partenza da Milano. Capo Noli dopo Spotorno e Punta Murena prima di Alassio sono gli amuse-bouche del menu che sta per essere servito, quello che vediamo in televisione nella vera Milano-Sanremo. Si comincia con Capo Mele dopo Laigueglia e si prosegue con Capo Cervo e Capo Berta, quest’ultimo più carognino degli altri due.

A Imperia abbiamo già macinato 270 km, ne restano 30 che però non sono una passeggiata giacché ci sono ancora da fare le due salite più celebri della Classicissima: la Cipressa e il Poggio, entrambe creature di Vincenzo Torriani che le inserì nella corsa rispettivamente nel 1982 e nel 1960. La Cipressa si prende da San Lorenzo a Mare e attacca subito bella tosta. Poiché entro in una dimensione quasi mistica quando la strada sale dichiaro ai miei compagni di avventura che li aspetterò in cima, così parto a tutta. Poi è una salita che conosco come le mie tasche quindi so come affrontarla.
Stessa strategia per il Poggio che è l’ultimo ostacolo da superare prima della gloria. All’imbocco, preso dal sacro fuoco, brucio pure un semaforo a senso alternato prendendomi i giusti improperi dei motociclisti. Mi scusino, ma all’irresistibile invito di quella rampa non ho più ragionato. Volevo provare l’ebbrezza di tirare i freni nei tornanti come fanno i professionisti perché vanno troppo veloci. Io vado la metà di loro, ma posso garantire che succede esattamente così. Finito il Poggio attendo gli altri e prendiamo la decisione di arrivare tutti insieme.
La discesa ci riporta sull’Aurelia all’ingresso di Sanremo. Scorgiamo la fiamma rossa dell’ultimo chilometro e ci schieriamo per tagliare il traguardo in parata. In cinque, tutti belli allineati. È l’immagine più emozionante di questaMilano-Sanremo, quella che racchiude lo spirito di condivisione della fatica, del sacrificio, dell’entusiasmo, dello sconforto nei momenti bui, della luce che si riaccende quando meno te lo aspetti e della felicità per avere concluso una prova tra le più massacranti che io ricordi, sia a livello fisico che mentale.

La medaglia è il giusto premio, ma almeno per come la vedo io, la soddisfazione più grande è stata osservare gli occhi lucidi dei miei amici che sono riusciti a finire una gara che Beppe Conti definisce come una classica che tutti i ciclisti sognano fin da quando, ragazzini, salgono in sella a una bicicletta. La corsa della primavera e del sole, d’una nuova stagione che comincia e che guarda all’estate. Rappresenta la via di nuove sfide incontro al futuro, pedalando su strade suggestive e fantasiose.
Sono rimasto colpito da quel che mi ha detto un mio amico subito dopo. Non ne aveva quasi più, si è staccato sul Sasselloe ha proseguito per molto tempo da solo fino a quando è stato raggiunto da un altro compagno di squadra, così l’hanno chiusa insieme dandosi forza reciproca. Ebbene, mi ha detto che stava mollando, le gambe non giravano più e lo stomaco si era chiuso. Doveva trovare una motivazione e l’ha trovata ripensando a tutte le ore che ha dedicato a preparare questa Milano-Sanremo, svegliandosi presto al mattino anche d’inverno per mettere in cascina chilometri, sacrificando i weekend quando avrebbe potuto fare altro.
Sono fermamente convinto che sia questo il manifesto migliore di come affrontare il ciclismo e più in generale le sfide della vita. La sua è stata la vittoria più bella. Per quanto mi riguarda e per citare Pogačar, tornerò a farla, ma non nell’immediato. Per qualche anno, citando questa volta Gineprio, “io sono a posto così”.

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