Domenica 30 agosto alle ore 6:30 del mattino sulla strada principale di Sölden quattromila ciclisti (uomini e donne) provenienti da ogni dove si schiereranno al via della Ötztaler Radmarathon, la granfondo più dura d’Europa, giunta quest’anno all’edizione numero quarantacinque. Ognuno di loro è più o meno consapevole a cosa andrà incontro: 227 km e 5.500 metri di dislivello, la gara per eccellenza dove non esistono scorciatoie, nel senso che il percorso è uno soltanto e da lì non si fugge. Se per un motivo o per l’altro uno non si sente in giornata, può stare sicuro che non troverà alcun bivio per deviare sul medio i suoi affanni. Non gli resterà che ritirarsi e attendere il carro scopa che lo venga a prendere per riportarlo mestamente all’arrivo, senza il privilegio di indossare l’ambita maglia da finisher, consegnata a tutti coloro i quali sono riusciti nell’impresa di finirla. 

Come detto, si parte da Sölden, comune austriaco che si trova nella valle dell’Ötztal (Valli di Ötz la chiamiamo noi), e lì si arriva. L’anello si apre e si chiude tra il Tirolo e l’Alto Adige. Dopo il colpo di cannone che sancisce il via, lunga discesa fino a Oetz, poi si salgono i 18 km del Kühtai (2.020m). Da lì si procede in direzione Innsbruck dove si attacca l’infinito Passo del Brennero (1.377m). Veloce il gruppo entra a Vipiteno e risale al Passo Giovo (2.090m). Picchiata verso San Leonardo in Passiria ed ecco il grande spauracchio: Passo Rombo (2.509m), ultima fatica di giornata da sciropparsi dopo 170 km e 3.500 metri di salita già nella gambe. 

La partenza all’Aurora dita rosate (PhotoCredit: EXPA/ Johann Groder)

L’Ötztaler è l’Odissea del ciclismo amatoriale. A cercarle, le analogie con il poema cardine della nostra civiltà sono impressionanti. I primi colpi di pedale all’alba, l’Aurora figlia di luce dita rosate cantata da Omero; il Kühtai come Calipso, colei che nasconde, che vuole trattenerti sull’isola di Ogigia con le sue tentazioni e per egoismo malcelato non farti tornare alla terra natia; il Brennero come un canto di sirena che invita a cedere alle sue lusinghe, ovvero, data la sua apparente semplicità, a spingere più forte con il rischio però di perdersi nel viaggio; il Giovo che va domato con astuzia e intelligenza, le stesse qualità di Ulisse che con il cervello e non con la forza ha sconfitto il Ciclope, Scilla e Cariddi, Circe e i pretendenti; il Rombo Enosictono, colui che scuote la terra, il dio Poseidone ultimo ostacolo prima del ritorno aSölden/Itaca.

Il viaggio tuttavia diventa dolce da raccontare quando è terminato, prima bisogna affrontarlo e non è detto che mentre lo si compie sia così idilliaco. Sì perché all’Ötztaler c’è da faticare e gli inciampi sono sempre dietro l’angolo. Qui premiano la costanza e la regolarità, su ascese così lunghe e impegnative sarebbe un suicidio oltrepassare costantemente la soglia del proprio corpo. Anche soltanto un fuori giri, sia pure magari all’inizio quando ci si sente gagliardi e scoppiettanti di energia, si paga con gli interessi più avanti. Perciò è meglio mettere da parte la superbia di Odisseo e concentrarsi di più sulla pazienza di Penelope.

Una bella veduta dal Passo Giovo

L’Ötztaler affascina i ciclisti dal lontano 1982, anno del suo debutto ufficiale nel panorama granfondistico che era ben diverso da quello attuale, vocato all’agonismo spesso esasperato. Basta dare un’occhiata ai dati. Al via della prima edizione, ideata da Heli Maier, c’erano 154 ciclisti contro i 4.000 del 2026. La sede di partenza e arrivo era Innsbruck, praticamente stesso tragitto di oggi con i quattro passi, ma pedalato in senso antiorario, dunque Kühtai, Rombo, Giovo e Brennero con tratti non ancora asfaltati. Il vincitore, l’austriaco Franz Wegscheider, ci mise 9 ore e 45 minuti, mentre nel 2025 il connazionale Daniel Federspiel ha chiuso in 6 ore e 48 minuti, cioè quasi tre ore in meno del pioniere Wegscheider. Però a Sölden la misura delle prestazioni conta fino a un certo punto. Anzi, non conta per nulla se pensiamo che l’ultimo arrivato è festeggiato più del primo. Già questo dovrebbe far capire lo spirito della gara austriaca. 

Comunque, un miglioramento simile non è dovuto solamente alle capacità atletiche degli atleti, ma anche ai mezzi utilizzati. Le biciclette di allora erano prevalentemente in acciaio, pesavano in media undici chilogrammi e avevano rapporti limitati che prediligevano la forza anziché l’agilità. Oggi le specialissime si sono alleggerite parecchio, segnando alla bilancia anche meno di sette chili, sono in carbonio, hanno i gruppi elettronici e dei rapporti che permettono di sfruttare appieno la potenza della pedalata. A questo aggiungiamo che le metodologie di allenamento si sono perfezionate, così come l’abbigliamento più aderente e aerodinamico. Si è poi più sicuri grazie al casco, all’impianto frenante a disco e alla generosa sezione degli pneumatici che assicura maggiore aderenza alla strada.

Passi da gigante sono stati compiuti anche dall’organizzazione che si muove con la precisione di un orologio svizzero. Sempre confrontando la prima edizione con l’ultima osserviamo che nel 1982 c’erano quattro ristori che proponevano banane, panini e limonate, mentre negli ultimi anni l’offerta si è ampliata: più punti di sosta e varietà di rifornimentocome ad esempio torte, minestra calda, frutta secca, barrette, bevande isotoniche ed energetiche. Massiccia pure la presenza di ambulanze, assistenza meccanica e autobus per chi è stato costretto ad alzare bandiera bianca. Infine ricordiamo che una volta per attestare la compiuta impresa veniva rilasciato un diploma scritto a mano, ora invece tutti i finisher possono godere di una bella maglia tecnica.

Le maglie al vento sugli ultimi tornanti del Rombo nell’edizione 2021

Già, la maglia. È solo quando viene consegnata, quando la si stringe tra le mani e quando la si indossa che si inizia a percepire la sensazione di avercela fatta. Non è soltanto un oggetto, ma un simbolo carico di significato. Lo sa bene chi affronta gli ultimi chilometri del Rombo. È oltre i 2.000 metri di altitudine che i tornanti si vestono dalle maglie avanzate dagli scorsi anni, appese a un filo e tutte sbrindellate. Garriscono al vento con maestosità, parlando il muto linguaggio del rispetto, del monito e al tempo stesso dell’incitamento e della fiducia. Sono lì a dirti che l’Ötztaler pretende ed esige molto. Saprà darti tanto, ti cambierà nel profondo dell’animo di ciclista della domenica, ma non osare mai darle del tu. Solo del lei e anche con riverenza. Altrimenti saranno dolori. 

Ma noi che la conosciamo piuttosto bene sappiamo come comportarci. Alziamo lo sguardo e vediamo in lontananza il tunnel. Una volta dentro, rinfrescati dalla sua umidità petrosa, lanciamo un urlo liberatorio e scavalchiamo il Rombo. Lo strappo della Dogana ci fa un baffo perché ci aspettano i venti chilometri più dolci di tutta la nostra stagione. E non perché sono in discesa ma perché ci riportano a casa, alla nostra Itaca tanto agognata. “Ho un sogno” è lo slogan dell’Ötztaler. Lo abbiamo già realizzato cinque volte fino adesso e non per questo ci sentiamo appagati. Anzi, ci riproviamo la sesta. Parafrasando l’Ulisse di Dante: “de’ bici facemmo ali al folle volo”. E che Zeus, Atena, Apollo, Poseidone e gli dei tutti ci assistano. 

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