Il 20 luglio 1969 alle 20:17 Neil Armstrong scese dal modulo Eagle e posò per primo il piede sul suolo lunare. Circa venti minuti più tardi lo seguì a ruota il collega Buzz Aldrin, mentre Michael Collins, forse con un pizzico di invidia, osservava il compiersi degli eventi dalla sua cabina di comando. Gli Stati Uniti d’America avevano scritto la storia, la missione Apollo 11 aveva conquistato con successo la Luna, sopravanzando l’Unione Sovietica nel battibeccare quotidiano della Guerra Fredda

Il 13 luglio 1922, dunque 47 anni prima dell’allunaggio, si disputò la Nizza-Briançon, decima tappa del sedicesimo Tour de France, lunga 274 km. In quella frazione, Henri Desgrange, ideatore della corsa francese nonché sadico aguzzino votato alla spettacolarizzazione del ciclismo, inserì il Col d’Allos, il Col de Vars e una terza ascesa, inedita e sconosciuta sia ai corridori che agli addetti ai lavori: il Col de l’Izoard preso da Guillestre, ovvero dal versante che ancora oggi è considerato più duro. 

La Casse Desérte scendendo verso Arvieux

Desgrange per tranquillizzare tutti, specie chi doveva pedalare, presentò così l’Izoard: «Il compito che attende è così arduo che i nostri uomini non penseranno nemmeno di combattersi l’un l’altro fino a che non vedranno il traguardo. Con il loro istinto agonistico, hanno intuito che devono per prima cosa sopravvivere, arrivare in fondo, e che li aspettano tante e tali difficoltà e fatiche che già sarà una consolazione avere dei compagni con cui condividerle».

Per la cronaca quel primo passaggio sull’Izoard regalò la vittoria al belga Philippe Thys che in carriera vinse tre Tour (1912, 1913 e 1920) e un Giro di Lombardia (1917), mentre la maglia gialla andò al connazionale Firmin Lambot. Da allora il Colle è stato scalato 35 volte dal Tour e 7 dal Giro d’Italia. In cima sono transitati nomi che hanno scritto la storia del ciclismo: Henri Pélissier, Gino Bartali, Jean Robic, Fausto Coppi, Louison Bobet, Federico Bahamontes, Imerio Massignan, Eddy Merckx, José Manuel Fuente, Claudio Chiappucci, Marco Pantani.

Tra costoro c’è chi ha varcato la soglia della storia per entrare nella leggenda. Gino Bartali, che sulle rampe dell’Izoard mise le basi per le vittorie al Tour del 1938 e soprattutto del 1948 quando recuperò la bellezza di ventuno minuti all’idolo di Francia Bobet; lo stesso Louison che vinse la Grande Boucle per tre anni di fila (1953, 1954 e 1955); Fausto Coppiche nell’anno di grazia 1949 fece doppietta Giro-Tour affrontando l’Izoard in entrambe le corse. Al Giro consegnò ai posteri una fuga incredibile nella Cuneo-Pinerolo, tappa resa celebre dal commento del radiocronista Alberto Ferretti: «un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi»; al Tour invece lasciò tappa e gloria a Gino Bartali, si dice come regalo di compleanno. 

I francesi hanno voluto ricordare Bobet e Coppi con una stele che si erge su una guglia della Casse Déserte. Ai due andrebbe affiancato anche Bartali, ma lo scorno del Tour 1948 è stato talmente duro da digerire che i cugini d’Oltralpe hanno preferito tacere, rifugiandosi in una voluta damnatio memoriae. Poco importa perché quel che ha fatto Ginettaccio quell’anno resterà per sempre scolpito nella pietra immortale dello sport. 

La stele dedicata a Coppi e Bobet su una cargneule della Casse Desérte

Abbiamo parlato della Casse Déserte, ma cos’è di preciso? Dal punto di vista geologico la sua conformazione è definita così: la circolazione di fluidi all’interno dei gessi ha caricato le acque di solfati. Queste acque selenitiche hanno preferenzialmente dissolto la dolomia all’interno delle cargneules e dei calcari dolomitici triassici, da cui derivano le cavità che caratterizzano le cargneules e l’erosione ruiniforme associata.

Detto in soldoni, la Casse Déserte è quel paesaggio che si trova salendo l’Izoard da Guillestre, a circa tre chilometri dalla vetta. Posta a 2.200 metri di altitudine sul livello del mare è quanto di più vicino possa esserci al suolo lunare. Più del Mont Ventoux dove sono le pietre bianche illuminate dal sole, frammiste a quel che resta della vegetazione, ciocche di timidi cespugli che guadagnano con fatica la loro esistenza raminga. Sulla Casse Déserte è la polvere grigia del suolo che rimanda alle lande della Luna. Di primo acchito verrebbe da fare un paragone con i ghiaioni delle Dolomiti, ma là le pietre grezze e acuminate che si staccano dagli alti pinnacoli di roccia non possiedono ancora quella finezza che si riscontra sul gigante di Francia. 

Non abbiamo detto che l’Izoard si trova nelle Alpi Cozie dove domina il massiccio del Queyras, collega Briançon a nordovest con Château-Ville-Vieille a sudest ed è posto a 2.361 metri di altitudine. La strada carrozzabile è stata costruita nel 1893 dal generale Baron-Berge al quale è dedicato l’obelisco eretto nel 1934. Lì l’iscrizione racconta che il militare e le sue truppe alpine hanno permesso al Touring Club francese di concepire e concretizzare il progetto della Route des Alpes, un itinerario di 684 km che parte da Thonon-les-Bains e arriva a Mentone attraversando sedici valichi, sei dei quali sopra i 2.000 metri, che toccano i parchi nazionali della Vanoise, degli Ecrins e del Mercantour

L’obelisco dedicato a Baron-Berge in cima all’Izoard

versanti per raggiungere il Colle sono due. Il più lungo di 19 km inizia a Briançon, presenta un dislivello di 1.130 metri e una pendenza media del 5,9%. Attacca piuttosto severo, ma poco dopo spiana per qualche chilometro in prossimità dell’abitato di Cervières. Passato il paese si va incontro al tratto più duro, sei chilometri che non scendono mai sotto l’8% con qualche punta in doppia cifra. Poco prima della vetta si incontra il Refuge Napoléon, voluto dal Bonaparte al ritorno dall’esilio all’Elba. Resta qualche tornante per arrivare allo spiazzo dominato dall’obelisco dove la foto di rito è d’obbligo. 

Molto più ostico è il versante che sale da Guillestre: 16 km, 1.060 metri da guadagnare con una pendenza media che si attesta al 7%. Ci si arriva dopo una lunga strada in falsopiano tutta esposta al sole, ma molto suggestiva. Nei pressi di Château-Ville-Vieille si svolta a sinistra e, messo alle spalle un po’ di dislivello, si giunge ad Arvieux. Lì la faccenda inizia a farsi seria perché in dieci chilometri si sale di ottocento metri. Non dà tregua, specie l’interminabile drittone che pare non finire mai. Finalmente si entra nel bosco, ma si fatica comunque. Si respira solamente dopo la curva a destra che conduce alla Casse Déserte dove consigliamo una sosta al punto panoramico per uno scatto che abbraccia la valle. Manca ormai poco, lo sguardo si concentra sull’asfalto dove scritte sbiadite dal tempo raccontano dell’ultima volta che il Tour è transitato sull’Izoard. Era il 25 luglio 2019 e ci passò per primo Damiano Caruso, anche se la vittoria di tappa andò a Nairo Quintana che staccò tutti sul Galibier. Maglia gialla Julian Alaphilippe che la perse il giorno dopo nella tappa mozzata dell’Iseran a vantaggio del colombiano Bernal che poi trionfò a Parigi.

Io quel giorno c’ero e ricordo molto bene il passaggio di Caruso e a seguire del gruppo compatto con Alaphilippe in testa. Ricordo anche la dissetante fetta di anguria che una famiglia olandese offrì a me e al mio amico. C’ero anche in cima nel 2017 quando vinse il beniamino di casa Warren Barguil con il britannico Chris Froome che in quell’edizione si aggiudicò il suo quarto e ultimo Tour. Naturalmente in entrambi i casi andai in bici. In seguito avrei poi scalato l’Izoard altre tre volte, una delle quali durante l’indimenticabile giro dei 7 Majeurs, il brevetto che prevede la scalata delle sette principali vette delle Alpi occidentali che superano i 2.000 metri, completato nel 2020 insieme all’amico Giacomo. 

L’arrivo sull’Izoard al Tour de France 2017

Proprio con Giacomo ci sono ritornato il 14 agosto. Il nostro è stato un giro di riserva, nel senso che ne avevamo puntato un altro che comprendeva Lambarde, Bonette e Maddalena, ma alcuni lavori sul lato francese dell’ultimo colle ci hanno fatto desistere. Così siamo partiti da Bardonecchia, abbiamo sconfinato dal Colle della Scala, tagliato la bellissima Vallée de la Clarée, puntando su una trafficatissima Briançon e dunque l’Izoard. Siamo scesi ad Arvieux, accantonando il nostro progetto megalomane di ficcarci dentro pure il Colle dell’Agnello, e siamo tornati per lo stesso tragitto pedalato all’andata. In totale 130 km e 3.300 metri di dislivello, utili per preparare l’Otztaler di fine mese. 

Dal mio battesimo dell’Izoard il pensiero di quando l’ho scalato le altre volte, compresa l’ultima è stato sempre lo stesso: «andiamo sulla Luna». Sì, perché nella mia immaginazione la Casse Déserte è davvero tale e quale al nostro satellite. Un astronauta americano ci ha messo il piede prima di tutti; Thys lo ha fatto con la ruota della sua bicicletta, non sulla Luna ma nel luogo che sulla Terra più le assomiglia. Io, nel mio piccolo, ho dato il mio contributo, sognando la mia impronta vicina a quella di Armstrong. Perché nessuno me lo leva dalla testa: l’Izoard è davvero come la Luna.

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