Il mio primo incontro con Francesco Guccini risale più o meno alla metà degli anni Novanta. Era da poco uscito il suo disco Parnassius Guccinii, quindi credo fosse il 1993 o al massimo il 1994. Me lo fece scoprire un mio amico che non smetterò mai di ringraziare per questo (a lui naturalmente non l’ho mai detto altrimenti si monterebbe la testa, rinfacciandomi la cosa vita natural durante). Restai folgorato dalla potenza di quelle canzoni che ascoltai e riascoltai fino allo sfinimento. Addirittura mi imposi di passare ad altro solo fino a quando non avessi imparato a memoria tutti i testi, un esercizio che ho poi proseguito anche per altri album, non soltanto di Guccini, ma di tutti i miei artisti preferiti come Fabrizio De AndréFrancesco De GregoriLucio DallaFranco Battiato e Paolo Conte.

Col suddetto amico si passavano intere serate a discutere di Guccini, analizzando in maniera filologica i suoi testi, cercando di scoprirne gli anfratti più nascosti, i rimandi letterari, le figure retoriche, il significato delle parole. Ogni sabato sera, tornando a casa, inserivo nel mangianastri della mia autoradio Via Paolo Fabbri 43 immergendomi nell’atmosfera nostalgica e disincantata di Canzone di notte n. 2: «E l’eco si è smorzato appena delle risate fatte con gli amici, dei brindisi felici in cui ciascuno chiude la sua pena, in cui ciascuno non è come adesso da solo con sé stesso, a dir “Dove ho mancato, dov’è stato?”, a dir “Dove ho sbagliato?».

Comunque sia, dal momento esatto in cui udii il primo verso di Canzone per Silvia (“Il cielo dell’America son mille cieli sopra un continente” che cito spesso ancora oggi quando qualcuno mi chiede cosa ne penso degli Stati Uniti) capii di avere trovato un fratello, un amico e un maestro. Non lo conoscevo personalmente, né lo avrei mai conosciuto, ma posso dire che della vita mi ha insegnato molto più lui che tanti professori avuti a scuola. Andai a trovarlo una volta a Bologna, ma un suo vicino mi disse che era appena uscito, così mi consolai con le tagliatelle al ragù e il Lambrusco da Vito, la leggendaria osteria dove il Maestrone cenava, giocava a carte e proclamava ottave improvvisate. 

Con Francesco Guccini è se ne è andata una parte importante di me. È il Gucc che mi ha insegnato a non prendere le cose troppo sul serio, ma con disillusa ironia, che mi ha spinto a cercare il mondo negli angoli di casa e me stesso nei libri e nei poeti. Ma come diceva: il tuo poeta muore e l’alba non vedrà. E dove corra il tempo chi lo sa? In Guccini ho ritrovato i miei autori: ProustGozzanoSchopenhauerRostand fino ad arrivare a Dante e a Omero. E mi divertivo un mondo a mettere insieme i pezzi delle sue citazioni colte per costruire neppure io sapevo chissà cosa. Forse una parvenza di pensiero. 

Guccini amava definirsi un cantastorie e in fondo penso avesse ragione. Tanti suoi pezzi sono dei racconti composti per immagini, scorrono davanti come fossero dei film. Dall’anarchico de La locomotiva alla Samantha che scopre la vita a prezzo di rinunce e incomunicabilità; da Autogrill dove immagina una fugace quanto impossibile storia d’amore, alla vita volata via troppo in fretta di In morte di S. F. (dai più conosciuta come Canzone per un’amica con cui era solito aprire i concerti); dalla struggente Incontro alla drammatica Piccola storia ignobile; da Amerigo, dove racconta in maniera scarna le vicissitudini dello zio emigrato in America, a Cencio, il suo amico nano che lotta con tutte le sue forze per concedersi un’esistenza dignitosa come tutti i suoi amici. 

Proprio in Cencio si trova uno degli incipit più evocativi della poetica gucciniana: 

«Ci sarà forse ancora, appesa in qualche angolo
O a macchiare di ricordi un muro dell’Associazione Bocciofila Modenese
Fra mucchi di coppe e trofei vinti in tornei ogni volta “del secolo”
Glorie oscure di eroi dell’a punto, del volo, delle bocciate secche e tese
Quella foto sul pallaio, presa una sera di quasi estate
Con me e Cencio vicini, fintamente assorti a guardare il punto
Perché l’umorismo popolare volle immortalare assieme me, il Gigante
E Cencio il Nano, viso già d’uomo serio, compreso, quasi compunto».

Poi ho amato il Guccini più filosofo di Radici, di Piccola Città, di Canzone delle osterie di fuori porta, di Un altro giorno è andato, di Lettera, di Addio, di Signora Bovary, di Piazza Alimonda. E andando avanti sento che ne citerei altre ed altre ancora, rendendomi conto che farei prima a elencare i pezzi che non mi sono piaciuti, che poi si contano davvero sulle dita di una mano.

Anche il Guccini scrittore che, al pari dei dischi, ha mescolato autobiografia, finzione narrativa e fantasia, permettendosi maggiore ironia e meno drammi. Croniche epafanicheVacca d’un cane e Cittanova Blues raccontano i tre luoghi che hanno contraddistinto la sua vita: l’infanzia nell’amata Pavana, dove tornerà sempre non appena possibile, dove si ritirerà dal 2012 e dove morirà il 6 agosto 2026; l’adolescenza a Modena, piccola città bastardo posto; la giovinezza e la maturità artistica a Bologna, la vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli. Ancora: le divertenti Cronache del bar e altri racconti, il malinconico Dizionario delle cose perdute, il crepuscolare Tralummescuro, fino ad arrivare alle incursioni nel mondo del fumetto dove sceneggiò molte storie disegnate dall’amico Bonvi.

Per questi e per molti altri motivi sento di avere un legame speciale con Francesco Guccini al quale ho voluto dedicare un capitolo del mio 50 anni da Felice che celebra l’ultimo trionfo di Gimondi al Giro d’Italia del 1976. Ne parlo nel corso della dodicesima tappa, la Gabicce Mare-Porretta Terme di 215 km, il cui capitolo di riferimento ho intitolato non a caso, Sigfrido Fontanelli tra la Via Emilia e il West, prendendo a prestito il fortunato verso contenuto in Piccola Città. Per Guccini c’era la familiare e natia Via Emilia e oltre si espandeva il West di provincia, che non era come il West degli americani, ma si faceva valere, soprattutto per un giovane del dopoguerra, le cui energie erano tutte protese alla febbrile scoperta del mondo. 

Mi piace riportare un brano di quel capitolo, anche solo per spiegare quali sono secondo me le similitudini tra Felice Gimondi e Francesco Guccini, divisi da soli due anni di età (del 1940 Guccini, del 1942 Gimondi).

A neanche dieci chilometri da Porretta Terme, lambita dalle acque del Limentra sorge Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese. Un paese come tanti da quelle parti, «un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino.» Lo dice Francesco Guccini che a Pavana non ci è nato perché è nato a Modena, ma lì ci ha messo le radici, le stesse che danno il titolo all’omonimo album del 1972. Ancora adesso è il suo buen retiro e se mi fermo a riflettere scopro che lui e Felice Gimondi, protagonista della nostra storia corale, sono molto simili. Entrambi con quel sorriso ironico di chi conosce le due facce della medaglia e sa che al lancio può uscire testa o può uscire croce. Ma sia quale sia l’esito, per stare tranquilli con la propria coscienza è sufficiente sapere di avere fatto fino in fondo il proprio dovere.

Pur essendo vicini Poretta Terme e Pavana, in quel giorno del 1976 Gimondi e Guccini non possono incontrarsi. La maglia rosa è lapalissiano si trovi laddove è arrivata la corsa, mentre il Maestrone non è al mulino che ha riadattato a casa, ma a Bologna per insegnare e per completare un altro capolavoro che in maniera beffarda e ironica, al pari delle sue ballate, chiama come l’indirizzo di casa sua, Via Paolo Fabbri, 43.

Guccini non era sportivo, almeno non nel senso biblico del termine. Gli piaceva lo sport, ma non penso lo praticasse (amava però giocare a carte non appena ne aveva la possibilità). Anche quando ne ha parlato, lo ha fatto in funzione di una canzone o di un racconto. 

Ad esempio, se parliamo di ciclismo, ricordo un «coi santi non si scherza, abbasso il Milan viva Coppi», in Parole (Parnassius Guccinii, 1993). In Vacca d’un cane (1993) parla della bicicletta come tappa fondamentale per crescere. Pedalare è una di quelle cose che si devono necessariamente imparare per stare al mondo, come nuotare, ballare e, punto di basilare importanza, trovare la mina, ovvero la morosa. Insomma, la bici come mezzo per raggiungere l’indipendenza. Si procede per gradi, spiega Guccini: prima il giro della casa, poi dell’isolato e infine la prova più temuta, l’attraversamento della temuta Via Emilia, punto di frontiera di quel West tanto agognato. Compiuto il rito di iniziazione «l’orbe terracqueo era allora tuo, senza confini, senza limiti. Ti si schiudevano davvero le strade del mondo tutto, naturalmente soprattutto quando Orione non declinava dal cielo e le fumane si dissolvevano e gli zefiri molcevano e cose così.» Poi si cresceva, la bici non bastava più perché per spingersi oltre le colonne d’Ercole serviva l’automobile. Non a lui, che non aveva nemmeno la patente. 

Sono contento di aver reso omaggio a Guccini nel mio libro, per me è stato un atto dovuto nei confronti di un uomo che ho ammirato e come me i tanti che in questi tristi giorni lo stanno piangendo e ricordando. Sei arrivato all’Ultima Thule caro Francesco, hai viaggiato, hai visto e hai vissuto e hai saputo farci viaggiare, vedere e vivere. Ti ho voluto bene. Grazie a te sarò sempre fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare. 

Per sempre tuo Massimiliano (Cyrano)

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