Nell’articolo precedente avevamo paragonato l’Ötztaler Radmarathon al viaggio intrapreso da Ulisse per ritornare a Itaca che nel nostro caso è da identificarsi con Sölden, località del Tirolo austriaco dove parte e arriva la maratona ciclistica più dura d’Europa con i suoi 227 km e 5.500 metri di dislivello. Nella fattispecie il Khütai ci aveva rammentato Calispo, il Brennero il canto delle sirene, il Giovo le prove d’astuzia di Odisseo, il Rombo infine il potente dio Poseidone, ultimo ostacolo che si frappone tra i ciclisti e il traguardo finale.

Dopo averla portata a termine per la sesta volta ci sentiamo di confermare tutto quanto, che cioè l’Ötztaler è davvero un poema omerico della bicicletta vissuto in una giornata, simile in questo all’Ulisse di James Joyce. Oltre a ciò, mentre stavo pedalando e la mia mente vagava altrove per distrarre la fatica che si stava accumulando su gambe e spirito, mi è venuto in mente che questa gara è anche un percorso attraverso le quattro stagioni, ognuna delle quali è rappresentata da un passo. Ricordiamo infatti che quattro sono le vette da conquistare per concludere più o meno indenni la granfondo: Khütai (2.020 m), Brennero (1.377 m), Giovo (2.090), Rombo (2.509). 

La discesa del Küthai dove si toccano i 100 km/h (credits Sportograf.com)

L’autunno del Khütai

Partiamo dal Khütai che è la prima difficoltà di giornata. Lo sparo del cannone, preciso alle 6:30 del mattino, prelude al lungo tratto discendente che da Sölden conduce a Oetz. Fa freschino, infatti decido di vestirmi il più leggero possibile avendo consultato le previsioni. Con il senno di poi non mi sarei neanche messo i manicotti che abbasso subito per poi ritirare nella tasca posteriore e da lì non toccarli più. La media per quasi 40 km è altissima, aumentata dalla scia aerodinamica del lungo serpentone: 50 km/h, ma c’è chi va molto più forte. 

A Oetz tanti si fermano per alleggerirsi di gilet e mantelline. Io no perché non voglio restare imbottigliato nelle prime strette rampe del Khütai. Saggia decisione la mia giacché non incontro tappi e pedalo che è una meraviglia. Anche troppo mi sembra, sapendo quel che mi aspetterà dopo. Allora calo un po’ il ritmo, ma comunque salgo bene. Come si dice in gergo tecnico è una salita che va su a gradoni, cioè alterna momenti in cui si può rifiatare ad altri in cui le pendenze in doppia cifra (si arriva al 18%) ti fanno sputare i polmoni. 

Si lascia l’abitato di Oetz molto in fretta, il tifo in strada è già assordante e tale lo sarà per tutto il percorso. Si odono i tradizionali tamburi che ogni anno accompagnano i colpi di pedale dei ciclisti e si entra nel bosco. È vero che siamo ancora in estate, ma gli odori e i colori iniziano a sussurrarci l’autunno. La temperatura è fresca come nelle mattinate di fine settembre e inizio ottobre. Non potrei chiedere di più. A metà di una salita che misura 18 km la strada concede requie e regala un chilometro abbondante di pianura, ma è solo un’atroce illusione perché arriva il pezzo più duro.

Da lì in poi si sale sempre, ma con pendenze più dolci e soprattutto la vegetazione comincia a diradarsi. A guardare passare l’enorme massa di ciclisti non ci sono solo i tifosi. Al loro fianco sui tornanti le mucche che qui pascolano beate e osservano distaccate in silenzio chi ha portato tanto trambusto nelle loro taciturne valli. Per noi che stiamo pedalando invece la gioia è doppia: sia perché vediamo che manca poco alla fine, sia perché il baccano creato da campanacci, urla e trombette ci fa sentire come i professionisti al Tour de France quando passano tra due ali di folla. Non sembra, ma danno una carica inimmaginabile. E così finisce l’autunno che poi è un po’ estate e un po’ l’inverno. “Non esistono più le mezze stagioni”, direbbe qualcuno.

La mongolfiera alla partenza di Sölden

Il caldo lungo inverno del Brennero

La discesa del Khütai è adrenalina pura. La strada lunga e diritta senza tante curve è chiusa al traffico, quindi la bici va via che è una bellezza. Imbocchiamo un paravalanghe e leggo sul mio Garmin il dato relativo alla velocità: 98.7 km/h. Ciononostante vengo superato da gente che va molto più spedita di me. Decido di rallentare un po’, siamo solo all’inizio e rischiare è inutile. Gli oltre 20 chilometri che conducono a Innsbruck si consumano in fretta come un ghiacciolo al sole. Bisogna assolutamente trovare un gruppo, piazzarsi in mezzo e farsi condurre senza troppi complimenti così è possibile pure approfittarne per bere e mangiare una barretta.

Innsbruck si passa in mezzo alla città, gli organizzatori hanno previsto una corsia solo per noi. Gli automobilisti vengono fatti transitare a lato dalla polizia municipale. Nessuno si lamenta o peggio ci insulta come invece accade in Italia dove è risaputo che la tolleranza nei confronti delle biciclette non è un fiore all’occhiello. Il Brennero intanto ci attende.

È lungo il Brennero, non finisce mai. Sono 37 km, ma con un dislivello irrisorio che si consuma tutto gli ultimi cinque chilometri. Prima è un falsopiano interminabile in cui è fondamentale trovare un gruppo che vada del nostro passo. Pesco il primo, ma procede ai 40 km/h che potrei anche tenere se la gara finisse prima, ma so che il bello deve ancora venire. Lo mollo e ne aspetto un altro che è decisamente più nelle mie corde. Noi passiamo lungo la statale, mentre sopra osserviamo la sopraelevata dell’autostrada e ci sembra impossibile che l’uomo possa avere costruito un viadotto così alto. Per giunta un altro ancora più innovativo ne sta costruendo. Lo si intuisce dai molti cantieri che sfioriamo. Per ingannare il tempo guardo i prezzi del gasolio alle stazioni di servizio. Anche qui non scherzano: 2.30/2.40 € al litro!

Tuttavia quei maledetti 30 e passa chilometri sembrano non passare mai. Sono come l’inverno che arriva e fa svanire di colpo tutto ciò che di bello si poteva fare prima: passeggiate all’aria aperta, uscite serali per un gelato, magliette a maniche corte, bermuda, docce fredde, nuotate in piscina, bagni di sole. È come l’inverno il Brennero, ma un inverno caldo come gli ultimi che stiamo vivendo. Ci prepara alla bella stagione che però dobbiamo sudarci, mica ce la possiamo godere così facilmente diamine!

Il ristoro del Giovo nell’edizione 2021 (credits Sportograf.com)

La primavera regolare del Giovo tarda ad arrivare

Ci fermiamo al ristoro del Brennero per caricare le borracce e mangiare, perché l’idratazione e la nutrizione sono importanti tanto quanto il gesto atletico della pedalata. Le une sono legate all’altro in un ineluttabile rapporto di causa/effetto. C’è ogni ben di dio: torte, panini, frutta, barrette, gel, acqua, the, cola e Red Bull, la nota bevanda energetica che sponsorizza l’Ötztaler. Mi fermo poco meno di una decina di minuti e riparto veloce insieme agli altri alla volta di Vipiteno.

Lì fino a pochi anni fa si entrava in città e si andava a prendere il Giovo. Da qualche tempo no. Per arrivarci occorre svoltare secchi a destra quando si è bene lanciati, ma una casa cela l’insidia: un muro che sfiora il 20% e penetra come una lama rovente nelle gambe dei ciclisti. È una tortura, ma anche in questo caso la forza di volontà e gli incitamenti delle persone a bordo strada alleviano la fatica. Per poco perché il Giovo è dietro l’angolo: 16 km regolari, sempre tra il 7 e l’8%. 

Bisogna affrontarlo con giudizio. La voglia di aumentare il ritmo è tanta, anche perché i km che mancano al traguardo sono sempre meno, più o meno novanta, ma i peggiori. Come in primavera all’affacciarsi dei primi tepori, quando sentiamo la voglia di ritirare gli abiti pesanti per lasciare spazio a quelli più leggeri, anche in questo caso vorremmo fare come Pantani: andare forte in salita per abbreviare l’agonia. Ma il ciclista saggio eviterà di farlo e specie oggi non lo farà. Il Giovo bisogna salirlo con criterio, tenendo a freno l’euforia che regna nei nostri animi. 

Forse perché conosco a menadito il percorso la cosa mi preoccupa fino a un certo punto, anche se è sul Giovo che nel 2023 erano iniziati i miei affanni, esplosi poi sul Rombo in autentica agonia e incoscienza nel volere proseguire a tutti i costi mettendo a repentaglio la salute. Tuttavia oggi sto bene e pedalo senza avvertire il peso di tutta la strada già macinata. Addirittura supero un collega che di solito qui ha sempre ottenuto tempi invidiabili. Mi dice che è stato male durante la notte e che preferisce gestirsi. Dopo questo incontro il morale è ancora più alto. Ma non ho ancora fatto i conti con il Rombo. 

Uno scrocio dei tornanti del Rombo (credits Sportograf,com)

Il Rombo sta finendo e un anno se ne va

Altra sosta al Giovo e imbocchiamo la lunga e tecnica discesa che porta a San Leonardo in Passiria. Ricordo ancora quando qualche anno fa avevo letto la temperatura sull’insegna della farmacia: 40 gradi. Oggi fa caldo sì, ma per fortuna non a quei livelli. Fino ad ora abbiamo portato a casa 170 km e 3.500 metri di dislivello. Bello. Peccato che manchi la portata principale, pronta ad azzerare quanto di buono fatto fino a quel momento. Ecco il Rombo o Timmelsjoch per dirla in tedesco: 28 km e quasi 1.800 metri tutti all’insù. Preso da solo non è impossibile, ma preso all’Ötztaler è tutto un altro paio di maniche. 

Io compio sempre un esercizio mentale per alleggerirlo, ovvero lo divido in tre parti: da San Leonardo a Moso, da Moso al ponticello e dal ponticello alla cima. La prima tolto qualche strappo, non è impossibile; la seconda è micidiale almeno fino a Schonau; la terza un calvario perché è anticipata dalla visione dei tornanti che si arrampicano sul lato della montagna e ci si interroga chiedendosi: “ma io devo andare fin lassù?”. Continuo a stare bene fino al ristoro dove non vorrei fermarmi, ma avendo finito l’acqua non posso fare altrimenti. Nel frattempo mi supera il collega incrociato sul Giovo che si è ripreso e ora va su come un camoscio. Mi dice che se andiamo di questo passo staremo abbondantemente sotto le dieci ore, che è il mio obiettivo. 

Dal ponte in poi inizia un’altra gara all’interno di quella che stiamo provando a portare a termine. I volti dei ciclisti si trasformano e diventano delle maschere. Se uno si è conservato bene non ha di che temere. Per gli altri sono dolori, me compreso. Gli ultimi quattro chilometri sono un tormento per le gambe, il cuore, lo stomaco e il cervello. Non vado avanti, mi impianto. Uno a piedi mi supererebbe senza fatica. Nemmeno l’ultimo gel mi rinfranca. L’andatura allegra sul Khütai e sul Brennero mi sta presentando il conto. Ragiono sul fermarmi a rifiatare sul primo dei quattro tornanti decorati con le maglie sbrindellate delle passate edizioni, un simbolo di questa granfondo, ma resisto. 

L’asfalto grattuggiato in attesa di essere risistemato non aiuta, anzi rallenta ulteriormente. Ormai però vedo il tunnel, ultimo baluardo prima dello scollinamento. Ci entro felice e riacquisto le energie. Poco prima della cima l’immagine di un partecipante a terra, non so se travolto da una motocicletta dato che era circondato da tre bikers, avvolto nella coperta termica mi demoralizza. Mi metto nei suoi panni: dovere abbandonare per un incidente in prossimità della fine è atroce. Proseguo e mi lancio ad aggredire gli ultimi venti chilometri che presentano ancora l’ultima insidia della Mautstelle (2 km al 10%) prima dell’arrivo a Sölden.

Gli occhi mi si bagnano come ogni anno, le lacrime si mescolano al sudore e sento bruciare le palpebre, ma mi voglio godere ogni metro dell’ultimo chilometro: la gente a bordo strada con le campane che saluta l’impresa di ognuno di noi, nessuno escluso, l’amico Christian che mi guarda e mi fa “vieni che andiamo”, la curva a destra sul ponte, lo speaker che pronuncia il tuo nome e la conca di gente che ti accoglie, stremata e felice sebbene secondo me non ha ancora mica capito bene cosa ha fatto. Mi verrebbe voglia di abbracciarli a uno a uno. Li sento come fratelli. Tutti, compresi quelli che passano quando io ho già i piedi sotto il tavolo e mi sto godendo la meritata birra. Però voglio alzarmi per andare ad applaudirli. Se lo meritano. Nelle loro espressioni stravolte di gioia rivedo me stesso, rivedo tutti coloro i quali hanno incisa l’Ötztaler indelebile sulla pelle.

Il Rombo, acme della Ötzy, lo abbiamo finito da un pezzo, noi siamo arrivati sani, salvi e soddisfatti, ma purtroppo è il preannuncio che l’estate se ne sta andando. Già il giorno dopo restano pochi i segni della festa che è stata, se non all’Arena dove si va a prendere la maglia da finisher. Sembra come quando a settembre i bagnini ritirano gli ombrelloni. Anche noi accantoniamo, ma solo per un po’, i nostri desideri di esserci anche il prossimo anno per rivivere in mezza giornata le quattro stagioni dell’Ötztaler. E come sempre in auto sulla via del ritorno pensavo tra me e me: “ho già voglia di rifarla”. 

La felicità prima dell’arrivo (credits Sportograf.com)
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