Oggi Felice Gimondi avrebbe compiuto 84 anni. Mi sarebbe tanto piaciuto fargli gli auguri di persona, ma purtroppo questo non è più possibile. Glieli faccio allora attraverso gli occhi di Norma, la figlia, che ho avuto il piacere di conoscere in occasione della pubblicazione del mio ultimo libro 50 anni da Felice (Ediciclo) che racconta l’ultimo trionfo al Giro d’Italia 1976 del campione bergamasco. Norma mi ha fatto l’onore di impreziosire il mio lavoro con una bellissima e toccante postfazione in cui dialoga con suo papà chiedendogli cosa ha significato per lui indossare la sua terza maglia rosa.
Ad aprile di quest’anno Norma mi aveva invitato al Museo del Falegname Tino Sana ad Almenno San Bartolomeo per la presentazione del Gimondi Camp, un progetto davvero innovativo rivolto ai bambini dai 5 ai 12 anni con l’obiettivo di avvicinarli al ciclismo attraverso l’impegno, il rispetto, l’aggregazione e il divertimento, seguendo uno dei principi cardine di Felice Gimondi: Non mollare mai fino alla fine. In seguito, a giugno, abbiamo presentato sia il libro che il Gimondi Camp a Sedrina, paese natale di Felice. Ricorderò sempre le parole che mi ha scritto Norma subito dopo quando ci eravamo scambiati le impressioni su come era andata la serata, le ho bene scolpite in testa e mai le dimenticherò.
Se avessi avuto la fortuna di parlare con Felice Gimondi per prima cosa gli avrei chiesto dove trovava la forza di continuare a pestare sui pedali nonostante la presenza ingombrante di Eddy Merckx. Il Cannibale per tutti, Quello là o l’Eddy per Felice. Due corridori agli antipodi: chirurgico, quasi robotico, senza pietà per gli avversari il belga; lavoratore indefesso, ostinato come un mulo, severo nella sua disciplina l’italiano. Questi due mondi così distanti si sono scontrati per un decennio. I numeri dicono che Merckx ha dominato, ma i numeri nello sport e nella vita non sono tutto. Ci sono i fatti delle emozioni di una vittoria che arriva inaspettata, che in fondo si sa essere frutto della costanza, ma anche quelli di una sconfitta che brucia più di una ferita sulla quale viene gettato il sale. Gioie e dolori: alla fine la vita è questa. Ecco, Gimondi ha sempre guardato le due facce della medaglia a testa alta, con dignità, senza piegarsi. Da uomo vero insomma.
In questo ultimo aspetto sento di essere molto simile a Gimondi ed è forse proprio questo il motivo che me lo ha fatto subito sentire amico e vicino a me, sin da quando ho iniziato a scrivere le prime parole del mio libro. Non ho mai amato i campioni invincibili, ma quelli con delle crepe, il che non li rende certo vulnerabili, semmai più umani; quelli che non si piangono addosso, ma su quelle debolezze lavorano per uscirne più forti di prima. Non ho il minimo dubbio che anche per Felice fosse così. Poi, di lui mi ha sempre colpito anche il suo viso, al primo impatto imbronciato, che pare dirti: lasciamo stare che non è aria. Quando poi quello stesso volto sa di avere trovato un’anima affine, si apre allora in un sorriso che abbraccia tutto il mondo e, anche senza bisogno di parole, ti invita a condividere la sua felicità.
Gimondi parte come l’enfant prodige del ciclismo italiano perché vince il Tour de l’Avenir nel 1964. L’anno successivo si impone a sorpresa al Tour de France dove era stato chiamato all’ultimo. Nel 1966 ecco arrivare la Parigi-Roubaix e il Giro di Lombardia, nel 1967 il primo Giro d’Italia, bissato nel 1969 dopo la squalifica di Merckx a Savona, nel 1968 laVuelta di Spagna. Poi arrivano i due anni più bui, quelli a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, quando per sua ammissione «ho dovuto imparare a digerire Quello là».
Ma Gimondi è una testa dura, uno che sa rialzarsi senza problemi. Promette a sé stesso: «lo batterò ancora, sia nelle corse di un giorno che in una corsa a tappe». Non c’è bisogno di specificare che mantiene la promessa. All’inizio gli va male perché a Mendrisio 1971 nei Campionati del Mondo su strada su fa nuovamente infilare da Merckx e già immaginiamo quanto gli siano girate le scatole. Si prende la rivincita nel 1973 a Barcellona sul circuito del Montjuïc dove brucia allo sprint Maertens, Ocana e Quello là, indossando così la maglia iridata. Il 1973 è anche l’anno del secondo Lombardia e il 1974 quello della Milano-Sanremo.
Arriviamo dunque al 1976, l’anno del terzo Giro d’Italia. Gimondi non è tra i favoriti, anzi in molti pensano sia andato a fare passerella. Le vittorie, secondo i pronostici della vigilia, spettano ad altri: al campione in carica Fausto Bertoglio ad esempio, all’emergente Francesco Moser, ai belgi tra i quali ci sono Monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck e Johan De Muynck. Senza tralasciare Merckx. Invece Felice, che ha dalla sua l’esperienza, non si dà per vinto. La prende come viene, ma intanto mattone su mattone costruisce una bella e solida impalcatura. Si prende la maglia a Lago Laceno, complice la giornata no di Moser, la tiene undici giorni, la perde sulle Dolomiti, vince nella sua Bergamo («la vittoria più bella», dirà poi) e conclude in bellezza nella cronometro di Arcore prima della sfilata a Milano.
Non c’è che dire: un incredibile esercizio di caparbietà, di ascesi (perché la bicicletta spinge un po’ all’essere eremiti) e di volontà porta Felice Gimondi a vincere il suo terzo Giro d’Italia. Nella seconda di copertina del mio libro abbiamo deciso, insieme all’editore, di riportare questo brano tratto dal capitolo finale, che trovo significativo di quel che egli ha rappresentato per sé stesso e per la gente che faceva il tifo per lui:
«Veniamo a Gimondi il quale galoppa sulle strade brianzole col vento in poppa. Viaggia sulle ali dell’entusiasmo spinto da una vitalità e da un ardore che paiono proiettarlo indietro nel tempo. Si parlava tanto dei giovani che avrebbero fatto piazza pulita della vecchia guardia, ebbene quel giorno Felice è la dimostrazione vivente del contrario. L’energia emanata da ogni metro di strada conquistata si impossessa non soltanto della sua fiera sagoma, ma di tutti i cuori delle migliaia di persone che sulle strade o a casa stanno palpitando per lui. Ringiovanisce Felice e ringiovaniscono tutti coloro i quali credono che la passione e l’abnegazione siano i motori primi delle esistenze umane».
Caro Felice, mi sarebbe davvero piaciuto scambiare due chiacchiere con te, so che saremmo andati d’accordo su tante cose. Avremmo parlato dei nostri papà che guidavano il camion, del nostro amore viscerale per la bicicletta e magari avremmo pure pedalato insieme. Ti ringrazio per quello che sei stato, ho guardato negli occhi di Norma e ho visto i tuoi, compresi tutti i valori che le hai trasmesso e che lei porta avanti con orgoglio.
Buon compleanno Felice Gimondi da Sedrina!


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