Questo breve racconto non parla di biciclette, ma soltanto di arte. O meglio della forza di attrazione che esercita l’arte in determinati momenti della vita, quando l’anima in pena sente il bisogno viscerale di abbandonarsi alla bellezza. In questo caso di un’opera che ha oltrepassato i secoli, miracolosamente illesa dopo i pericoli che avrebbero potuto distruggerla, restando, altrettanto miracolosamente, sempre uguale a come l’ha creata la mano divina di Piero della Francesca.

Piero della Francesca, Madonna del parto, 1455-1465, affresco, 260×203, Musei Civici, Monterchi

Nel mio studio, sulla parete proprio di fronte alla scrivania, c’è un ritratto che guardo sempre prima di mettermi a lavorare. È una presenza fissa, tanto che pure durante le pause di riflessione, quando magari rimugino su un concetto o su una frase, appena alzo lo sguardo incontro per forza di cose il suo. Non è il volto di una donna qualsiasi. È il volto della Madonna del parto. Non so nemmeno io da quanti anni abita con me. Ho il ricordo di come ci è arrivata, La prima volta che mi recai a Monterchi presi un poster molto grande dell’affresco di Piero, solo che durante il trasporto, sicuramente per negligenza mia, si strappò la parte centrale. Allora decisi di ritagliarne il viso e incorniciarlo come fosse la fotografia di una persona cara, come in effetti per me lo è.

Qualche giorno fa, non so spiegarne il motivo, ho sentito il richiamo della sua carne. Di una carne fatta di pigmenti impressi sul brandello di un muro intonacato, ma non per questo meno viva. Ha più di cinquecento anni, nonostante ciò non è avvizzita e rugosa, al contrario è giovane, placida, serena, emana un’energia che calma. I suoi occhi ci osservano solenni e già stanchi, ci dicono che sta portando dentro di sé una nuova vita. Contemporaneamente c’è la paura, perché ella, con l’istinto di madre, già intuisce che la sua creatura è destinata a sorreggere tutto il peso del mondo, passato, presente e futuro. Quella donna non è triste, semmai preoccupata per l’essere che si sta formando dentro al suo corpo mai una volta sfiorato dal peccato carnale.

In cuor suo già conosce cosa succederà al bambino che porta in grembo, quali saranno il suo dolore e i suoi affanni. Sa che egli consacrerà la sua vita all’amore, senza che una stilla d’odio macchierà il suo cuore. Gli sussurra: «figlio mio, anche se la tua sorte è scritta, ti prometto che non ti lascerò mai da solo. Tua madre sarà sempre al tuo fianco, sarà fiera di te quando gli uomini ti porteranno in gloria e ti amerà ancora di più quando quegli stessi uomini ti getteranno nel fango, ti abbandoneranno e ti lasceranno da solo, stanco, affamato, assetato e moribondo al freddo sotto la pioggia. Il tuo tormento sarà il mio. Te lo prometto, sarò al tuo fianco, qualsiasi cosa ti accadrà».

Gatti a Monterchi

Monterchi è un piccolo paese dell’alta Valtiberina. Lo si incontra lungo la strada che da Arezzo conduce a Sansepolcro, la città dove sono nati Piero della Francesca e il matematico Luca Pacioli. Lì confluiscono i torrenti Cerfone e Padonchia che, uniti al Tevere, testimoniano quanto quella terra sia fertile non soltanto di ingegni. Passeggiando per le strade di Monterchi si entra in un altro tempo. È mezzogiorno, in giro non c’è nessuno a parte i gatti che si godono gli ultimi raggi di sole. Sono ovunque: sull’acciottolato, sulle panchine, sulle balaustre, sui davanzali. Monterchi conserva ancora il suo impianto medievale, sebbene sia stata profondamente trasformata dopo il terremoto del 1917. Scopro con sorpresa che il palazzo comunale è stato progettato da Giovanni Michelucci (sua la chiesa dell’Autostrada del Sole che si vede nei pressi di Firenze a Campi Bisenzio) e che esiste un Museo delle bilance.

Il silenzio di Monterchi mi invita al tavolo di un’osteria dove scambio qualche chiacchiera con un signore di Rimini, lì di passaggio. Gli chiedo se anche lui è venuto per la Madonna del Parto. Mi risponde che conosce bene quei luoghi e che ha avuto la fortuna di vedere il dipinto quando era ancora nel cimitero. Io allora gli racconto de La prima notte di quiete, il film di Valerio Zurlini del 1972. In una scena Alain Delon, che interpreta un enigmatico professore, invita la sua allieva a vedere la Madonna del parto che allora era alla mercé delle intemperie in una nicchia del camposanto di Monterchi. Lui mi dice che la preferiva di più quando era lì, ma io gli ribatto che è meglio adesso, è protetta e così tutti potranno andare a vederla anche negli anni a venire. Ci salutiamo, non prima di avere fatto un brindisi coi nostri calici colmi di un ottimo rosso toscano.

Alain Delon ne La prima notte di quiete (Valerio Zurlini, 1972) davanti alla Madonna del parto

A questo punto bisogna dire qualcosa di più specifico sulla Madonna del parto. Quando la esegue Piero della Francesca è già un pittore affermato: ha realizzato il Polittico della Misericordia, la Resurrezione di Cristo, il Battesimo, il ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta e soprattutto sta lavorando al ciclo La leggenda della vera croce nella chiesa di San Francesco ad Arezzo. Siamo a metà del XV secolo, anni cruciali per l’arte, e Piero, pur sommerso dagli impegni, accetta di dipingere un affresco per la chiesa di Santa Maria di Momentana a Monterchi. Nemmeno per l’altare maggiore, ma per una cappella laterale dedicata a Sant’Agostino e di proprietà del vescovo di Sansepolcro. Sarà stato per questo motivo, unito all’altro non meno importante e cioè che la madre di Piero era originaria di Monterchi, che il nostro decide di mettersi all’opera.

Se la datazione è incerta – gli storici la fanno oscillare tra il 1455 e il 1465 – l’iconografia non è da meno. Il tema della Madonna incinta infatti non è molto frequente nella pittura italiana, a differenza della Vergine che allatta il Bambino (pensiamo ad esempio alla Madonna Litta o al Dittico di Melun di Fouquet). Piero va in altra direzione e ci mette di fronte a una scena unica nel suo genere. La Madonna non è rappresentata come al solito, imponente, aulica, seduta su un trono e circondata da santi, personalità di spicco e angeli che le volano intorno per cantare la sua gloria. Maria qui è una donna comune, in piedi, vestita con uno splendido abito azzurro alla moda del Quattrocento; con la mano sinistra si regge un fianco a dirci della sua stanchezza, mentre con la destra scosta l’abito comunicandoci che di lì a breve si compirà il miracolo della vita.

Che comunque si tratti di un episodio sacro lo capiamo da alcuni inequivocabili elementi. In primis le aureole sulla testa dei tre personaggi; poi la regale tenda troncoconica in prezioso broccato, decorata con dei melograni, simboli della fertilità (la ritroveremo più o meno simile ne Il sogno di Costantino negli affreschi di Arezzo); ancora, i due angeli speculari, sia nei tratti sia nelle pose e nei colori delle vesti e delle ali (Piero ha usato lo stesso cartone), che scostano la tenda per mostrarci colei che partorirà il Salvatore.

Ogni particolare di questo capolavoro è frutto di uno studio meticoloso. Nulla è lasciato al caso: la luce, vera cifra stilistica di Piero, è l’equivalente del divino; la simmetria è regolata da precisi calcoli matematici che sono la cartina tornasole del profondo significato che la prospettiva geometrica aveva assunto nel Rinascimento. Ricordiamo che Piero, oltre che artista, è stato un dotto matematico, autore di trattati come il De perspectiva pingendi e De quinque corporibus regularibus. La Madonna del parto non fa eccezione e risponde a queste regole, pare anzi che siano proprio tali regole a costituire il punto di partenza: la costruzione della tenda, il punto di fuga posto leggermente in basso, la posizione degli angeli leggermente più avanzati rispetto a Maria.

Il Museo (ex scuola media) dove è custodita la Madonna del parto

La Madonna del parto se ne è stata sola e raminga fino al 1889, anno in cui l’erudito Funghini la riconobbe come opera di Piero. Un secolo prima l’affresco era già stato staccato dalla sua sede originaria perché nel frattempo Santa Maria in Momentana era stata demolita per fare spazio al cimitero. In seguito subì ancora qualche spostamento, come quello per metterla in salvo dal terremoto del 1917, fino al 1992 quando, in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Piero, si è deciso di collocarla in una teca nell’edificio che ospitava la scuola media, luogo in cui si trova ancora oggi.

Mi rendo conto che queste sono quisquilie da storico dell’arte e chi ha la fortuna di sedersi davanti alla Madonna del parto penserà a tutto fuorché a ciò che ho appena scritto. Io stesso nel dialogare con essa ho dimenticato le mie nozioni. Avrei voluto restare lì in eterno a bearmi e a perdermi nel dolcissimo sguardo di questa donna che riassume il destino di tutte le donne. Il distacco è stato doloroso.

Vassilij Grossman ha scritto della Madonna Sistina di Raffaello che «… non morirà fino a che l’uomo avrà vita», che «non c’è forza al mondo in grado di costringerla a trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole, non sia vita vera». Ecco, io penso la stessa identica cosa della Madonna del parto. Finché esisteranno gli uomini essa sarà lì. I suoi occhi di madre specchieranno gioie e dolori di tutti i figli della terra e diranno loro che non saranno mai soli.

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