Il 12 novembre 1905 ai Giardini di Venezia si chiuse la sesta Esposizione internazionale d’arte, più conosciuta come Biennale. Fu un’edizione epocale che segnò l’apertura definitiva al linguaggio moderno che di lì a poco le avanguardie avrebbero fatto esplodere. Tra i tanti artisti chiamati a dire la loro ci furono: Leonardo Bistolfi, Giovanni Boldini, Lorenzo Delleani, Giovanni Fattori, Plinio Nomellini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati. Tra gli stranieri segnaliamo Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Auguste Rodin e James Abbott McNeill Whistler che Proust considerava «illustre e meraviglioso».

È nel 1909 che venne pubblicato a Parigi il Manifesto con cui Filippo Tommaso Marinetti fondò il Futurismo. Sempre in quello stesso anno si corse anche il primo Giro d’Italia, vinto dal muratore di Induno Olona Luigi Ganna. Se le si vanno a cercare, le coincidenze che legano arte e ciclismo sono sorprendenti, a testimonianza del fatto che questi due mondi, all’apparenza lontani fra di loro, non è raro si intreccino, dando vita a storie che vale la pena non lasciare andare perdute. 

Tadej Pogačar, vincitore per cinque anni di fila, sabato non ci sarà

Dicevamo della Biennale di Venezia che terminò il 12 novembre 1905. Lo stesso giorno dello stesso anno partì la Milano-Milano, corsa ciclistica di 230 chilometri organizzata dal giornalista Tullio Morgagni in collaborazione con Armando Cougnet – questi due insieme a Eugenio Camillo Costamagna furono anche gli ideatori della corsa rosa. Ebbene, la suddetta competizione viene ricordata come il debutto assoluto di una delle cinque Monumento più affascinanti: il Giro di Lombardia, così chiamato dal 1907 quando subentrò la Gazzetta dello Sport a fare gli onori di casa. Fin da subito fu ribattezzata la Classica delle foglie morte, giacché viene disputata in autunno e chiude la lunga e logorante stagione del ciclismo agonistico. Solo nel 2020, anno della pandemia, venne anticipata ad agosto.

A inaugurare l’albo d’oro del Lombardia fu Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso cantato da Paolo Conte. In una giornata di nebbia e pioggia Gerbi scattò a Crema per prendersi i soldi del traguardo volante. Per un po’ gli andarono dietro Rossignoli, Ganna e Galetti, rispettivamente secondo, terzo e quarto con distacchi abissali che andarono dai quaranta ai cinquantuno minuti. Il vincitore, che si intascò la bellezza di 500 lire, completò il percorso in nove ore, tredici minuti e cinquantadue secondi alla media di 24,970 km/h. Da Milano partirono cinquantacinque corridori e ne arrivarono dodici. 

Giovanni Gerbi, il Diavolo rosso, primo vincitore del Giro di Lombardia (allora Milano-Milano)

Da quel lontano 1905 il Giro di Lombardia si è corso per centodiciannove volte, sabato 10 ottobre sarà la centoventesima. Nemmeno la Prima guerra mondiale lo fermò; fu sospeso solo nel 1943 e nel 1944 per via del secondo conflitto. A detenere il primato delle vittorie è l’Italia con 69 successi, l’ultimo dei quali con Vincenzo Nibali nel 2017; a seguire il Belgio e la Francia a 12, la Svizzera e la Slovenia a 5. Inutile specificare che tutti gli allori sloveni portano la firma di Tadej Pogačar, capace nell’impresa di vincere le ultime cinque edizioni consecutive, raggiungendo così un tale Fausto Coppi. Quest’anno Pogi non ci sarà per via della drammatica caduta occorsa alla Vuelta che gli ha fatto saltare il Mondiale di Montreal e l’Europeo di casa a Lubiana. Senza il fuoriclasse sarà quindi una corsa tutta da vivere. A darsi battaglia il neoiridato McNulty, Evenepoel, Seixas, Del Toro e i nostri Pellizzari, Piganzoli e Ciccone che ha ancora il dente avvelenato per avere perso domenica al fotofinish di soli due millimetri. 

Il percorso del Giro di Lombardia non è mai stato lo stesso, cambiando nel corso degli anni. Le città coinvolte nel corso della sua lunga storia sono state Milano, Como, Bergamo, Varese, Monza, Cantù, Lecco, finanche Mendrisio (sede di partenza dal 2004 al 2006) e Seveso nel 1977. I luoghi simbolo della classica sono tanti. Possiamo citare qui il Vigorelli, piazza Duomo a Milano, Bergamo Alta, il lungolago di Como; mentre, se pensiamo alle salite, Civiglio, San Fermo della Battaglia, la Boccola, passo Ganda, il Selvino e il Muro di Sormano, inserito nel 1960 dalla mente diabolica di Vincenzo Torriani, ma durato poco tempo: si tratta infatti di una sottile linea di asfalto lunga poco meno di due chilometri dalle pendenze a dir poco proibitive con punte del 27%. Per i corridori salirvi era un caos con la gente a bordo strada che faceva perdere l’equilibrio o si metteva a spingere i propri beniamini per attenuare l’immane fatica. Io ho fatto il Muro quattro volte, tre in gara e una per i fatti miei, e devo dire che è una tortura per le gambe e per la testa.

Tuttavia l’ascesa che riassume il Lombardia è una soltanto: il Ghisallo dal lato nobile, quello che sale da Bellagio, introdotto nel 1919. È in cima che si trova la chiesa consacrata alla Madonna, proclamata nel 1949 Patrona dei ciclisticon bolla papale firmata da Pio XII grazie all’intuizione di don Ermelindo Viganò il quale ogni anno al passare della corsa osservava che in tanti nel gruppo si facevano il segno della croce in cerca di una protezione dall’alto. All’interno della chiesa le pareti sono rivestite da ex voto e dediche, opere d’arte, maglie dei campioni, gagliardetti di società sportive. Ogni ciclista che si rispetti almeno una volta nella vita deve recarsi alla Madonna del Ghisallo, dove le campane suonano a festa ogni volta che passa il Giro di Lombardia. In quel luogo di devozione non troverà solo la chiesa; sul piazzale a destra potrà ammirare la scultura di Bruno Raschi che si staglia su un panorama mozzafiato e che simboleggia i due volti dello sport: un ciclista che alza la mano in segno di vittoria e uno a fianco caduto a terra sfinito. E ancora di lato il Museo del Ciclismo, inaugurato nel 2006 su iniziativa di Fiorenzo Magni, dove sono custoditi preziosi cimeli che appartengono alla storia del ciclismo.

La chiesa della Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti

Si dice che «la corsa la fanno i corridori e non la strada», perciò andiamo a vedere brevemente quali sono state le vittorie più belle e romanzesche. Per ragioni di spazio è impossibile citarle tutte – per gli amanti delle statistiche è sufficiente cercare sul web l’albo d’oro – come del resto lo è farlo anche una minima parte, per cui accontentiamoci di poche. 

Partiamo da quella di Alfredo Binda nel 1926. Il campione di Cittiglio, che aveva già vinto nel 1925 e si ripeterà poi ancora nel 1927 e nel 1931, era manco a dirlo il favorito. Partenza e arrivo a Milano, c’è il Ghisallo, ma c’è anche Ottavio Bottecchia che poi finirà ai piedi del podio, dietro a Vallazza, Negrini e Binda. All’epoca la scienza dell’alimentazione non era così sofisticata come oggi. Per dirla in modo popolare si andava alla “viva il parroco”. A colazione Binda si mangiò sei uova e le restanti se le mise in tasca per quando gli sarebbero servite in gara. La leggenda dice che alla fine di uova se ne divorò ventotto con grande sgomento di giornalisti, tifosi e medici. Però di leggenda appunto si tratta. A confermarlo fu lo stesso Alfredo qualche anno più tardi, come ha spiegato Beppe Conti: «Ogni volta che raccontavo quella mia impresa aggiungevo qualche uovo. Tanto ci credevano tutti. E chissà quant avranno cercato di imitarmi, poveretti!».

Scorrendo la bacheca del Lombardia, oltre a quello di Binda, scorgiamo nomi importanti: Girardengo, Guerra, Bartali, Coppi, Bobet, Van Looy, De Vlaeminck, Baronchelli, Moser, Hinault, Saronni, Argentin, Kelly, Bettini, Cunego, Bartoli, Gilbert, Nibali, Pogačar. Tutti fuoriclasse che hanno alzato le braccia al cielo, ma accanto a loro anche atleti che si sono imposti a sorpresa, sovvertendo i pronostici. Anche qui ce ne sarebbero decine di storie da narrare. Una molto bella è quella che vide protagonista Nino Defilippis nel 1958. Torinese di nascita e di morte (1932-2010) ma con sangue barese e astigiano nelle vene, il “Cit”, il “piccolo” come era chiamato, raccolse meno di quanto avrebbe meritato, riuscendo tuttavia a ritagliarsi uno spazio personale all’interno di questo sport. 

È lo stesso Defilippis a raccontare all’amico Franco Bocca come andarono le cose: «Poche ore prima della partenza di quel Lombardia non mi sentivo bene per cui chiesi al mio direttore sportivo alla Carpano, Giacotto, di non prendere il via. Lui mi rispose di provarci per una trentina di chilometri, poi che se avessi continuato e se eventualmente avessi vinto mi avrebbe regalato un brillante». Il “Cit” transitò in testa sul Ghisallo e fu raggiunto in discesa dal gruppo. In fuga andarono Van Looy e De Bruyne che vennero riassorbiti ai meno due chilometri. Un attimo prima di prenderli Defilippis giocò d’anticipo e nella foga del gesto atletico scambio lo striscione della flamme rouge con quello dell’arrivo. «Ho spinto con la forza della disperazione senza mai voltarmi indietro, sentivo alle mie spalle il fiato della muta inseguitrice, ma ce l’ho fatta, per soli cinquanta metri, ma ce l’ho fatta». Che vittoria per il “Cit”, di quelle che valgono una vita, di quelle che ogni sera prima di addormentarti ci ripensi con orgoglio e un pizzico di nostalgia. 

Nino Defilippis, il “Cit” vinse nel 1958

Non ho menzionato prima e ho lasciato per ultimo Felice Gimondi perché merita un posto a parte. Innanzitutto perché quest’anno cadono sessant’anni esatti dal suo primo successo al Giro di Lombardia. Era il 22 ottobre 1966, la corsa mosse da Milano alla volta di Como: 266 km da pedalare con le ascese del Ghisallo, passo d’Intelvi, Schignano e San Fermo della Battaglia. Un drappello guidato da Merckx ruppe subito gli indugi, ma venne ripreso dalla Salvarani poco prima di Argegno. Dopo un paio di sberle reciproche rimasero in sei a giocarsi la vittoria. All’ingresso del velodromo Sinigagliacominciarono a studiarsi fino a quando Gimondi diede la zampata vincente battendo allo sprint il Cannibale, Poulidor,Anquetil, Dancelli e il compagno di squadra Adorni che lo aveva pilotato alla perfezione. Felice stava attraversando un periodo d’oro: l’anno prima si era imposto al Tour de France e sempre nel 1966 aveva già fatto sua la Parigi-Roubaix. L’anno dopo avrebbe vinto il suo primo Giro d’Italia, bissato nel 1969. Per di più aveva bruciato Merckx che di lì a breve sarebbe diventato il suo rivale per eccellenza. Quel successo a Como si ripeterà nel 1976 quando nella sua Bergamofulminerà ancora una volta l’Eddy nella tappa della sua terza corsa rosa. 

Stesso copione nel 1973, ovvero partenza da Milano e finale a Como con i medesimi 266 km di sette anni prima. Gimondi indossava la maglia di campione del mondo vestita a Barcellona il 2 settembre. Merckx quel giorno pareva praticare un altro sport, se ne andò con un’azione delle sue e nessuno più lo riprese. Quelli dietro si sarebbero accontentati della volata per il podio. L’asso di Sedrina si prese una bella soddisfazione mettendo la sua ruota davanti a quella di Roger De Vlaeminck, specialista nelle corse di un giorno. Dunque primo Merckx, secondo Gimondi, terzo De Vlaeminck. Quando tutto sembrava finito ecco il colpo di scena: Eddy Merckx venne trovato positivo alla norefedrina, prescrittagli dal suo medico per curare una bronchite. Il tribunale del ciclismo discusse il caso e non ebbe dubbio alcuno: dopo un mese Merckx fu squalificato e Gimondi dichiarato vincitore. Non penso sia stato pienamente contento, a parere nostro avrebbe preferito fosse stata la strada a decidere chi era il più forte, non delle anonime scartoffie da ufficio. 

Poulidor e Gimondi nel 1966, edizione vinta proprio dal campione di Sedrina

Milano, Como, Bergamo, Ghisallo, Muro di Sormano, Gerbi, Binda, Defilippis, Gimondi. E ancora San Fermo della Battaglia, Civiglio, Selvino, Gerbi, Coppi, Bartali, Pogačar e chi più ne ha più ne metta. Il Giro di Lombardia è questo e altro, la Classica delle foglie morte che ci parla di un’estate già evaporata nei misteriosi cunicoli della memoria. Il Giro di Lombardia è lo schiocco sordo della castagna che cade a terra nel silenzio del bosco. È l’autunno che ci ordina di rallentare, che comincia a toglierci la luce in vista dell’inverno. Ma che, senza fare rumore, sta già lavorando per il nuovo che verrà. Ne abbiamo bisogno. 

Posted in

Rispondi