Domenica 27 settembre è il giorno della verità: a Montréal in Canada si assegnerà il Campionato del mondo di ciclismo su strada. Fino a un mese fa il favorito era Tadej Pogačar, già vincitore nelle ultime due edizioni a Zurigo e a Kigali, a caccia del terzo titolo consecutivo, impresa finora riuscita al solo Peter Sagan. Purtroppo lo sloveno è stato vittima di una brutta caduta durante una tappa innocua della Vuelta a Espana che peraltro stava gestendo da leader in tutta tranquillità. Con Pogačar fuori dai giochi il favore dei pronostici va ora al belga Remco Evenepoel che il suo bel Mondiale lo ha conquistato nel 2022 in Australia e che vuole riuscire laddove nessuno è mai arrivato: primeggiare sia a cronometro (pochi giorni fa ha vinto il suo quarto titolo di fila) e su strada. 

E gli italiani? Chi segue un po’ il ciclismo sa che il nostro movimento è in profonda crisi. Dal ritiro di Vincenzo Nibalinon è più riuscito a esprimere quei valori competitivi che un tempo erano quasi la norma. Certo, c’è Filippo Ganna che su pista e a cronometro è tra i migliori al mondo; ci sono stati i trionfi indimenticabili di Alberto Bettiol al Giro delle Fiandre del 2019 e del monumentale Sonny Colbrelli alla Parigi Roubaix del 2021. Per il resto ci siamo dovuti accontentare di qualche vittoria e qualche piazzamento di prestigio. Una speranza per il futuro c’è e si chiama Lorenzo Finn. Il giovanissimo corridore genovese classe 2006 si è messo in evidenza nel 2024 e nel 2025, conquistando i Mondiali Juniores e Under-23. Inoltre quest’anno si è preso il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir. Domenica 30 il talento della Red Bull Bora-Hansgrohe correrà nella prova regina insieme a Bettiol, Cattaneo, Ciccone, Pellizzari, Piganzoli, Scaroni e Trentin. 

Così, nell’attesa di conoscere chi succederà a sua maestà Tadej e appurato che la formazione azzurra potrà solo provare a rompere le uova nel paniere alle altre Nazionali, tuffiamoci nella storia per ricordare gli italiani che hanno vestito la maglia iridata. Che le loro vittorie siano di esempio alle nuove leve che si affacciano a questo meraviglioso sport ascetico che è fatto di fatica e di sacrificio, ma, per chi lo sa interpretare nella giusta direzione, anche di gioia e di libertà. Una lettura in chiave moderna Dei sepolcri di Ugo Foscolo. 

Tadej Pogačar trionfa a Kigali nel 2025, quest’anno a Montréal non ci sarà

Il primo Campionato del mondo su strada si disputò nel 1921 a Copenaghen e se lo aggiudicò lo svedese Gunnar Sköld, ma era riservato ai soli dilettanti. Si aprì ai professionisti nel 1927, anno in cui Alfredo Binda tagliò per primo il traguardo sul circuito del Nürburgring, precedendo i connazionali Girardendo, Piemontesi e Belloni. Il Trombettiere di Cittiglio, l’uomo che venne pagato per non correre il Giro d’Italia, tanta era la sua supremazia, fu dunque il primo italiano a vestire l’iride. Binda era bulimico di vittorie, infatti mica si accontentò di un solo Mondiale perché in seguito si prese la seconda soddisfazione a Liegi nel 1930, davanti a Guerra, e pure la terza nel 1932 a Roma. Ritiratosi, divenne commissario tecnico della Nazionale dove sarà testimone dei trionfi di due suoi pupilli.

Learco Guerra si prese la sua fetta di gloria nel 1931 a Copenaghen dove batté i rivali Ferdinand Le Drogo e Albert Büchi con un vantaggio di quattro minuti. Nello stesso anno il campione mantovano, soprannominato la Locomotiva umana e corridore prediletto dal Fascismo, vestì anche la prima maglia rosa della storia, ma infine fu costretto al ritiro. Si rifarà con gli interessi trionfando al Giro del 1934. 

Dopo il successo di Binda nel 1932 gli italiani restarono a digiuno per più di vent’anni e si dovranno accontentare dei gradini più bassi del podio nel 1934 a Lipsia, ancora con Guerra secondo, nel 1936 a Berna con Aldo Bini, nel 1949 a Copenaghen con Coppi terzo e nel 1951 a Varese con Magni che a causa di disaccordi coi compagni di squadra si vide sfilare davanti lo svizzero Ferdi Kübler.

Alfredo Binda vinse il primo Mondiale della storia nel 1927, si ripeterà nel 1930 e nel 1932

Arriviamo al 1953, si corre a Lugano. C’è un uomo che vuole quel titolo più di ogni altra cosa al mondo, è praticamente l’unico che gli manca nel suo straordinario palmares. Ha impostato tutta la stagione solo ed esclusivamente su quella corsa. Binda sa che può contare su di lui. Lui gioca a nascondersi, sebbene da poco si sia svelato con un fatto che poco garba all’Italia bigotta di quegli anni: una relazione fuori dal matrimonio! Ma, come scrive Gianni Brera, «lui si sente a suo agio, in forma e carburato a dovere». Inutile dire che lui è Fausto Coppi, l’Airone, il Campionissimo di Castellania che alza le braccia con sei minuti sul belga Derycke, l’ultimo ad arrendersi sulla salita della Crespera. L’immenso Fausto mette così la ciliegina sulla torta alla sua strepitosa carriera. 

1958. Siamo a Reims, patria dello champagne tanto amato da Anquetil. Binda ha un gruppo solido. Ci sono Ercole Baldini, Gastone Nencini e, guarda un po’, Fausto Coppi che però, già satollo, fa da chioccia agli altri due. Tutti a rincorrere il francesone Louison Bobet. Sì, lo stesso mazziato da Bartali dieci anni prima al Tour. E infatti Bobet scappa quasi subito, o meglio ci prova perché la selezione azzurra guidata da Coppi mica lo lascia fare. L’uomo solo al comando si porta dietro i due alfieri. Baldini, il Treno di Forlì, fa capire perché chi se ne intende di ciclismo lo chiama in quel modo. Parte e stacca gli avversari come fossero vagoni destinati a un binario morto. Inutile specificare che taglia per primo la linea che sancisce la fine dei giochi con distacco incolmabile.

Altri dieci anni di silenzio e altri sporadici podi, tra cui ricordiamo quello di Nino Defilippis a Berna nel 1961 dietro a Van Looy. Bisogna aspettare il 1968 quando a Imola un underdog italiano sorprende tutti, a cominciare da Merckx e Gimondi. Si sa come insegna la cultura popolare: tra i due litiganti il terzo gode. Ecco quindi il parmigiano Vittorio Adorni che a novanta chilometri dalla fine tenta un colpo simile a quelli che fa oggi Pogačar. E gli riesce perché nessuno gli va dietro. Adorni è Campione del mondo. Prima delle premiazioni avrà fatto pure in tempo a farsi la doccia dato che il secondo, Van Springel arriva a nove minuti e cinquanta, il terzo, Dancelli, a dieci e diciotto. 

Fausto Coppi con la maglia iridata conquistata a Lugano nel 1953

Il Mondiale del 1972 a Gap è tutto da raccontare. Se il lettore me lo consente vorrei riportare per filo e per segno le parole che ho usato in 50 anni da Felice. Protagonista Franco Bitossi che «a pochi metri dal traguardo, ormai con le energie prosciugate, si vide beffare proprio all’ultimo dal gruppo che scalpitante rinveniva. Vinse il compagno di Nazionale Marino Basso, mentre Cuore matto dovette accontentarsi di salire sul secondo gradino del podio. Quel momento è diventato il simbolo delle illusioni che crollano, di chi sta per raggiungere l’obiettivo di una vita, lotta con le unghie e coi denti a costo della stessa vita, e se lo vede soffiare quando ce l’ha a portata di mano. Hai voglia a dirgli che alla fine conta il viaggio e non la meta».

Felice Gimondi, che per troppa foga si era visto beffare da Merckx nello sprint a due di Mendrisio nel 1971, nel 1973 si presenta a Barcellona con una promessa: «devo battere Quello là, costi quel che costi». Merckx è il Cannibale e lo dimostra fin dai primi colpi di pedale che non è venuto al Montjuïc per bersi un caffè. Non ha fatto i conti con un perfido sasso che lo ferisce al ginocchio, ma nonostante questo recupera il gruppetto di testa che vede, tra gli altri, Gimondi, Ocana, Battaglin, Zoetelmek e Maertens. Qualcuno non regge il ritmo e restano in quattro: Gimondi, Maertens, Ocana e Merckx. La ragione direbbe che i belgi sono favoriti, ma tra loro qualcosa va storto. Felice non se lo fa ripetere due volte e, a pochi metri dal traguardo, è lui a vincere. Felice Gimondi ha mantenuto la sua promessa. 

Negli ultimi anni di Gimondi e di Merckx, un altro italiano stava scalpitando perché aveva capito che era giunto il suo momento. Era Francesco Moser che al Giro d’Italia del 1976 aveva pure vestito la maglia rosa a Ostuni, salvo mollarla il giorno dopo per via di fatti intestinali. Nel 1977 a San Cristóbal in Venezuela, su un tracciato perfetto per le sue caratteristiche di passista e in una giornata da tregenda, lo Sceriffo compì l’azione decisiva lasciando sul posto tutti i big. Ad andargli dietro il solo Dietrich Thurau che aveva il destino già segnato. In una volata a due con Francesco Moser chi vuoi che vinca?

Felice Gimondi batte in volata Maertens a Barcellona 1973

Se Moser si era preso il suo Mondiale anche Giuseppe Saronni, suo grande rivale, doveva per forza imitarlo. L’occasione arriva nel 1982 a Goodwood nel Regno Unito. Beppe, che aveva vinto il Giro d’Italia nel 1979 e che si ripeterà nel 1983, è a caccia del colpo grosso, quello che consacra indelebilmente la carriera di un corridore. Forse perché giudica la corsa proprio al pari di una caccia, Saronni in quel 1982 si inventa un’azione che è passata alla storia: la fucilata di Goodwood. Mancano più o meno duecento metri. A giocarsela ci sono Boyer, LeMond, Kelly, Zoetelmek e Saronni, Sembra tutto pronto per la volata, ma l’italiano non ci sta e parte come un proiettile che ha in testa un solo obiettivo. Gli altri restano increduli e possono solo vedere la schiena di Saronni c le sue braccia che si aprono in un abbraccio sul mondo.

Nel 1986 è la volta di Moreno Argentin che a Colorado Spings non lascia scampo a Charly Mottet con Saronni terzo a dieci secondi. La sorte rivolterà poi le carte l’anno successivo, quando Moreno, a caccia del bis, si vedrà superato per un solo secondo da Stephen Roche. Il prolifico decennio azzurro si chiude con il drammatico Mondiale del 1988 a Ronse in Belgio dove il canadese Steve Bauer strinse sulle transenne il belga Claude Criquelion che cadde rovinosamente, lasciando via libera a Maurizio Fondriest di trottare verso l’iride

Gli anni Novanta si aprono nel migliore dei modi con la doppietta di Gianni Bugno. Nel 1991 a Stoccarda con la volata vinta su Rooks e Indurain; nel 1992 a Benidorm, stesso copione, ma questa volta a farne le spese furono Jalabert e Konyšev. Gianni Bugno è stato il corridore grazie al quale mi sono innamorato del ciclismo. Gianni Mura lo ha definito «l’eroe freddo», il mio amico Giacomo Pellizzari «l’indecifrabile». Ma Bugno era ed è fatto così, sempre imbronciato, di poche parole, quando vinceva sembrava non gliene importasse nulla. Esultava sì, come tutti, ma non trasmetteva gioia. Più i tormenti di un carattere saturnino che Madre Natura ha dotato di un talento immenso. Avrebbe potuto vincere il doppio di quello che ha vinto se avesse avuto la grinta di Chiappucci, ma come gli disse una volta Gino Bartali: «Bugno, perché hai paura di Bugno?».

Gianni Bugno alza le braccia al cielo a Stoccarda 1992, dietro si intravede Indurain

Il Novecento, il secolo breve, si chiude senza altri sussulti. Il nuovo millennio invece porta la bella sorpresa di Mario Cipollini che nel 2002, anno in cui aveva fatto sua la Milano-Sanremo, a Zolder in Belgio dimostra di non avere rivali allo sprint dove regola Robbie McEwen ed Erik Zabel. Cipollini lo avevo visto (si fa per dire) trionfare nella tappa del Giro d’Italia 1992 a Vercelli. Era sfrecciato davanti ai miei occhi come un fulmine. Sul palco delle premiazioni, dove il dinamismo lascia spazio allo staticismo, sembrava una statua greca scolpita da Policleto. 

La nostra carrellata storica si chiude con il triennio magico delle tre affermazioni italiane: nel 2006 a Salisburgo in Austria e nel 2007 a Stoccarda in Germania con Paolo Bettini e nel 2008 a Varese con Alessandro Ballan. Il grillo Bettini che all’apparenza del ciclista non aveva nulla custodiva invece un’energia fuori dell’ordinario, la stessa che lo aiutò a vincere non soltanto i due Mondiali, una Milano-Sanremo, due Liegi-Bastogne-Liegi e altrettanti Giri di Lombardia, ma soprattutto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Atene nel 2004. Era non solo forte, ma anche scaltro Bettni, qualità che gli consentì di fregare allo sprint mondiale gente come Zabel e Valverde (2006) e Kolobnev e Schumacher (2007).

La vittoria di Alessandro Ballan infine, l’ultima italiana a un Campionato del mondo, pare molto vicina alla fucilata di Goodwood, ma più diluita nello spazio. Ancora fresca è l’immagine del corridore veneto che ai meno due chilometri piazza un allungo impensabile per tutti, a cominciare dai suoi colleghi che gli erano a fianco, compresi Cunego e Rebellin. Ricordo bene Ballan che sbuca all’improvviso dal basso dello schermo e Auro Bulbarelli che si esibisce nell’urlo passato alla storia: «Ballaaaaaaan!». Da dietro proveranno a rimontarlo ma sarà troppo tardi. Ballan Campione del mondi con tre secondi su Cunego e Breschel.

Questa in sintesi sono le vicende che hanno portato i nostri campioni a vincere la corsa più importante, la stessa che consente per un anno intero di pavoneggiarsi all’interno del gruppo con l’inconfondibile maglia iridata. Domenica 27 settembre a Montréal si sveleranno le carte. Certo, non godiamo dei favori del pronostico, non siamo più quella Nazionale dalla quale tutti dovevano guardarsi. Tuttavia, come mi hanno insegnato, ogni corsa è una corsa a sé. Noi non possiamo fare altro che sederci davanti al televisore e fare il tifo. Tutto il resto verrà da sé. 

Alessandro Ballan, ultimo italiano a vincere il Mondiale a Varese 2008 (AP Photo/Alessandro Trovati)
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