La notte del 2 novembre 1975 sul litorale di Ostia un barbaro soffio di vento spegneva la fiamma vitale di Pier Paolo Pasolini. Accusato dell’omicidio e poi condannato Giuseppe Pelosi, diciassettenne delle borgate romane, un “ragazzo di vita” come lo definirono subito i giornali, prendendo a prestito il titolo del primo romanzo di PPP. Il delitto fu particolarmente violento, tanto che la stampa, scandalistica e non, ci si buttò a capofitto. Non c’è da stupirsi dato che in Italia la cronaca nera ha sempre incuriosito più di qualsiasi altro argomento. Fabrizio De André e Massimo Bubola lo hanno descritto bene nella canzone dedicata proprio alla morte dell’intellettuale, definendola una storia da basso impero, per carabinieri e per parrucchieri. Ma la decadenza, l’indagine e il pettegolezzo scompaiono di fronte allo sguardo della poesia perché si tratta di una «storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale».

Con i suoi film, i suoi libri, le sue poesie, i suoi saggi e le sue lettere Pasolini ci ha lasciato una grande eredità. La sua è sempre stata una voce fuori dal coro, non per semplice e gratuita provocazione, per attirare l’attenzione su di sé, bensì per eccessivo amore verso il prossimo. Come Don Chisciotte che lottava contro i mulini a vento, così Pasolini si era messo in testa di mettere in guardia gli italiani dal pericolo verso il quale stavano correndo incontro, ovvero l’omologazione culturale che stava divorando in un sol boccone l’anima della nazione. «Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti, proprio perché fosti cosciente, sei incosciente», scriveva alla fine degli anni ’50. Come spesso accade, Pasolini fu poco capito allora, salvo diventare ai giorni nostri una sorta di profeta new age. Quando si parla di lui la domanda che viene posta è sempre la medesima: «chissà cosa avrebbe detto Pasolini della situazione che stiamo vivendo?». Chiaramente lui non ci può più dare nessuna risposta, o forse sì, se andiamo a riscoprirlo senza però le aspettative di chi cerca soluzioni assolute.

In linea di massima sappiamo cosa pensava Pasolini della società, della politica, della storia, dell’economia. Meno indagato è il suo rapporto con lo sport. Amava giocare a calcio che diceva essere l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Prendeva molto sul serio il football, sia a livello teorico, reputandolo un fenomeno sociale che parla un linguaggio autonomo, sia come pratica. I suoi amici raccontano che quando scendeva in campo prendeva la faccenda molto sul serio, arrabbiandosi non poco quando perdeva.

Foto di gruppo per la partita tra Novecento e Salò o le 120 giornate di Sodoma

È passata alla storia la partita giocata il 16 marzo 1975 alla Cittadella di Parma tra la troupe di Novecento e quella di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Tutto nacque dal fatto che Bernardo Bertolucci e Pasolini stavano girando i rispettivi film a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, così Laura Betti, anche per festeggiare il compleanno di Bertolucci organizzò la sfida. La squadra di Salò si presentò armata di tutto punto con Pasolini ala destra e capitano, quella di Novecento molto più scalcagnata e con un’astuzia diabolica del mister che schierò un giovanissimo Carlo Ancelottispacciandolo per operatore macchinista. PPP mangiò subito la foglia e lasciò il campo cupo e arrabbiato come non mai. I suoi persero 5-2 e Ancelotti segnò pure un gol.

Se l’amore per il calcio è dunque risaputo (sul match poc’anzi raccontato ci hanno girato pure un documentario Centoventi contro Novecento di Alessandro Scillitani del 2019), più nascosta è la passione di Pasolini per il ciclismo. Dalla sua biografia sappiamo che nel 1940, quando aveva diciotto anni, con l’Italia che si apprestava a entrare in guerra, compì un viaggio in bicicletta di 400 km, insieme a Ermes Parini, da Bologna, città dove era nato, a Casarsa della Delizia, il luogo dell’amata madre Susanna. Tre tappe: la prima da Bologna a Venezia con sosta per visitare la Biennale d’Arte; separatosi dall’amico pedalò in direzione San Vito di Cadore per raggiungere la famiglia in vacanza; infine da lì se ne andò dove il richiamo dell’anima era più forte, a Casarsa, 130 km di cui disse «una cosa bella da essere confusa con un sogno».

Ci piace pensare che sia stato proprio durante quel viaggio iniziatico che Pasolini ha capito cosa voleva fare da grande. Secondo la teoria della ghianda formulata dallo psicologo americano James Hillmann noi tutti già da bambini conteniamo la nostra vocazione; spetta alla nostra guida interiore (daimon, genius o angelo come è chiamato a seconda delle culture) indicarci quale sarà la nostra strada. La vocazione di Pasolini si è palesata molto presto, chissà che non sia stata proprio la bicicletta ad agire come daimon su di lui. Se così fosse non ci sarebbero più dubbi sul potere terapeutico e catartico che esercita l’azione del pedalare sull’animo umano.

Una bella immagine di Pasolini davanti al panorama delle borgate romane

Da quel 1940 passano più o meno trent’anni prima che Pasolini torni a occuparsi di ciclismo. Succede nel Giro d’Italia del 1969, il secondo vinto da Felice Gimondi dopo quello del 1967 e prima del terzo conquistato nel 1976 (ne parlo nel mio libro 50 anni da Felice). Quell’edizione fu contraddistinta dall’esclusione di Eddy Merckx dopo la tappa di Savona dove il campione belga fu squalificato per essere risultato positivo a un controllo antidoping. Famosa e drammatica è l’irruzione delle telecamere Rai nella stanza in cui si vede un Merckx affranto e in lacrime che spiega la sua estraneità alla faccenda.

Pasolini viene invitato al Processo alla tappa, geniale trasmissione ideata e condotta da Sergio Zavoli che usava la cronaca della corsa per mettere in scena altro, cioè andava oltre l’aspetto puramente sportivo, toccando tematiche più generali. Pasolini accetta, ma solo perché gli viene promesso che avrà la possibilità di dialogare con Merckx che all’ultimo declina. Immaginiamo che lo scrittore non l’abbia presa bene. Sapendo del suo puntiglio non dubitiamo che egli avesse preparato delle domande ad hoc da porgere al Cannibale. Infatti se andiamo a vedere la registrazione ci troviamo di fronte a un Pasolini spaesato, che non sa bene perché si trovi lì. Tuttavia c’è una trasmissione da portare avanti e Zavoli serve al suo ospite una triade di tutto rispetto: Vito Taccone, Michele Dancelli e Vittorio Adorni.

Il primo a parlare con Pasolini è Taccone, il camoscio d’Abruzzo, il quale racconta il dramma di avere perso una figlia l’anno prima. È per questo motivo che ultimamente non sta ottenendo risultati, ma – dice Taccone – «bisogna andare avanti, ho solo 29 anni e qualcosa di buono posso ancora combinarlo». Pasolini lo ascolta e, incalzato da Zavoli, usa parole d’affetto per Taccone, «bravo ciclista, uomo onesto, limpido e chiaro». Nella rubrica Il caos, pubblicata settimanalmente sulla rivista Il tempo, Pasolini approfondisce, scrivendo che Taccone è intelligente perché viene dal Sud ed è costretto a portare più avanti la critica: non solo lotta (nel suo caso pedala), ma cerca di farsi cosciente dei termini reali di questa lotta.

Anche Dancelli incontra le simpatie del poeta: «accorato come un ragazzino che vede le ingiustizie del mondo con chiarezza e umiltà». Una simpatia insopprimibile che tende a sintetizzare l’antitesi tra realtà e irrealtà. Ci spieghiamo meglio: reali sono la bellezza e l’innocenza del corridore, irreale la cultura di massa che tende a sopprimere queste qualità. Il conflitto allora si evidenzia tra la volontà di esprimere il gesto atletico, il solo modo per lo sportivo di esprimere la propria libertà, e tra la violenza con cui questa azione viene repressa. I corridori sono gli stessi di trent’anni fa, quando Pasolini li seguiva (uno in particolare Severino Canavesi, il gregario per cui faceva il tifo da ragazzo), ma è mutata la percezione che si ha di loro, immersi in una realtà che chiede più di quanto essi possano dare. Pasolini è talmente affascinato dalla purezza e dalla spontaneità di volti di Taccone e Dancelli che afferma, sarebbero perfetti per uno dei miei film.

Con Adorni assistiamo a un’inversione delle parti, bene orchestrata da Zavoli. Infatti è Pasolini a vestire i panni dell’intervistato. Il campione del Mondo di Imola 1968 gli chiede come mai è venuto al Processo alla tappa, cosa ne pensa del suo sport e se vede il ciclismo solamente come fatica oppure dietro c’è qualcosa di più. Pasolini non sembra a suo agio e si limita a dire di non avere mai avuto un’idea schizofrenica del mondo e di essere rimasto colpito dalla vicenda umana di Taccone, ragion per cui, sì il ciclismo comunica altro e può essere materiale di ispirazione per le sue opere. Per Pasolini Adorni possiede l’unico viso piccolo-borghese, ancorché grazioso, tra tutti i simpatici visi popolari dei ciclisti, preannunciandogli, in verità piuttosto superficialmente, una carriera migliore in televisione che in bicicletta.

E Merckx? Per Pasolini è un grandissimo campione perché vince indipendentemente da tutto questo, ossia dall’omologazione che ha fagocitato anche il ciclismo. «Il corpo di Merckx è più forte del consumo che se ne fa. Le vittorie di Merckx sono scandali». Lo sono perché sovvertono lo statu quo e questo è imperdonabile nella nostra epoca contemporanea. Ammiriamo i fuoriclasse, ma con un sadismo nemmeno troppo celato, non vediamo l’ora che inciampino. La perfezione appartiene agli dei, Prometeo gli si è avvicinato, ha provato a ingannarli ed è stato punito per l’eternità. Pasolini è una forza del passato, uno che si aggira più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più. Scriveva che solo nella tradizione era il suo amore, ma forse, alla luce di quanto visto, possiamo parafrasarlo dicendo che, non solo nella tradizione, ma anche nella bicicletta era il suo immenso amore.

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